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Ricorsi storici

Contrordine, ora sono i colonnelli a spingere Fini alla porta del Pdl

Il presidente della Camera prepara un documento di dissenso costruttivo. Il Cav. diffida di minoranze interne

di Salvatore Merlo | 19 Aprile 2010 ore 21:30

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La novità è che gli ex colonnelli adesso premono perché Gianfranco Fini vada fuori dal Pdl, si crei un suo partitino a sostegno del governo anche conservando la presidenza della Camera, e lasci a loro l’eredità di An. E’ quanto suggeriscono, a Silvio Berlusconi, Altero Matteoli, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri. Tanto è il fastidio del Cav. per l’ipotesi che l’ex leader di An costituisca dall’interno una minoranza organizzata, che questa eventualità comincia a essere quotata. Ma chissà. Intanto Fini prepara un documento di dissenso costruttivo da presentare dopodomani alla direzione nazionale. Un intervento “di prospettiva” – così dicono i suoi – intorno ai rapporti con la Lega, alla necessità di non abbandonare il sud e all’opportunità di rilanciare sistemi democratici all’interno del partito.

Si tratta di una piattaforma che esclude ipotesi di rottura
e mira alla costituzione di una minoranza capace anche d’incontrarsi con Gianni Alemanno e i suoi. Il sindaco di Roma è il solo ex colonnello che mantenga una posizione mediana tra i cofondatori, l’unico ancora impegnato a scongiurare lacerazioni irreversibili, il più interessato a una dialettica di tipo nuovo all’interno della costruzione berlusconiana. Si vedrà, dopo che oggi Fini avrà riunito alla Camera il manipolo dei propri 68 fedelissimi. Ma quanti di questi sono disposti a seguirlo fino in fondo?

La direzione nazionale del Pdl, esclusi i gruppi parlamentari che saranno invitati giovedì alla riunione, è costituita da 172 membri. Di questi 118 sono stati nominati sotto le bandiere berlusconiane, 20 sono ascrivibili a Gasparri e La Russa, 11 ad Alemanno, 6 a  Matteoli, 17 a Fini. Il presidente della Camera potrebbe rappresentare così (senza Alemanno) il 10 per cento del partito. Poco. Ma abbastanza per guidare un gruppo che nelle intenzioni di alcuni suoi consiglieri si possa muovere in modo trasversale e aggregante nel prossimo futuro. Molto dipenderà da quanto potrebbe succedere tra oggi e domani. Specie se tra i berlusconiani (compresi i colonnelli) si preferisce una rottura “morbida” all’ipotesi di una corrente organizzata dei finiani. Benché altri dicano: “Una correntina del 10 per cento è talmente irrilevante da diventare sopportabile anche per Berlusconi”.

La sala “Tatarella” dei gruppi parlamentari vedrà oggi sfilare circa settanta ex di An pronti a firmare un documento di generica solidarietà al proprio ex leader. Tuttavia, secondo gli umori prevalenti, soltanto la metà di questi seguirebbe il presidente della Camera in caso di rottura. Anche per questo le minacce di un gruppo autonomo in Parlamento sono state per il momento ritirate. L’ipotesi di un divorzio viene spostata semmai in avanti, dopo giovedì, il giorno in cui Fini costringerà Berlusconi – che ama poco i partiti e le nomenclature – nel gioco politico delle mozioni contrapposte. Uno schema all’interno del quale il premier non sembra volersi far incastrare fino in fondo, visto che intende intervenire solo per ribadire la concezione carismatica del Pdl e confermare la continuità del governo. Minaccia persino di ignorare la “questione Fini”.

Ci saranno circa seicento partecipanti, dunque applausi, forse fischi, di sicuro umori imprevedibili: tutte cose alle quali il premier è poco aduso. Una ritualità in distonia con la tradizione del berlusconismo. Così non stupisce sentir dire che “la direzione nazionale è già una vittoria di Fini”, come sostiene il senatore Giuseppe Valditara. “Si confronteranno due visioni della politica. Una aziendalista e un’altra  plurale e democratica”. Forse. Ammesso che il Cav. accetti questa dialettica.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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