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Quanto costa cacciare Fini

Gioco di società a Palazzo: e se il Cav. volesse davvero bandire il cofondatore del Pdl?

di Salvatore Merlo | 14 Aprile 2010 ore 14:30

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Il vertice tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini potrebbe tenersi domani, al rientro del premier da Washington. Benché non risulti ufficialmente nell’agenda di nessuno dei due leader, fonti vicine al presidente della Camera descrivono Fini pronto persino ad alzare lui per primo il telefono pur di raggiungere un chiarimento definitivo. Il cofondatore ha già in mente che cosa dire a Berlusconi. La terza carica dello stato farà un discorso molto franco al premier, chiedendogli la legittimazione ufficiale del proprio ruolo da cofondatore all’interno del “tridente” (Berlusconi, Fini, Bossi). Lo farà descrivendosi quasi come parte lesa per l’evoluzione a lui sfavorevole dei rapporti interni al Pdl che non rispecchierebbero più gli accordi siglati quasi due anni fa al momento della nascita della nuova formazione: prima l’abbandono dei colonnelli passati con il Cav. e adesso l’avallo da parte del premier – sostengono gli amici del presidente della Camera – di una strategia che mira a mettere Fini fuori dal partito. Ma l’ex leader di An non ha nessuna intenzione di transitare altrove e al proprio partner/competitore, cui ricorderà il comportamento leale mantenuto su temi potenzialmente esulceranti come il lodo Alfano e il legittimo impedimento o la Finanziaria, proporrà il rilancio del patto di consultazione permanente; il viatico di tutte le riforme, da quella delle istituzioni a quella, delicata, della giustizia.

Come dice il finiano-radicale Benedetto Della Vedova: “Quali sarebbero i danni che Fini ha provocato al Pdl? Si è messo di traverso sul lodo? No. Sul legittimo impedimento? Tanto meno. Forse che qualcuno pensa sul serio che le battaglie sull’immigrazione e la bioetica abbiano fatto male al partito?”. Così il clima potrebbe anche volgere rapidamente al sereno e i due uomini trovare il sistema di armonizzarsi pur tra piccoli reciproci sospetti e pur permanendo tra loro visioni non sempre coincidenti – se non talvolta opposte – dell’orizzonte politico. L’accordo è prescritto dalla necessità di governare e forse per la prima volta è anche coccolato dall’entourage berlusconiano nonché, per ragioni tattiche, anche dalla Lega vittoriosa e stabilizzatrice.
Tuttavia nel Palazzo si almanacca da tempo sulla possibilità che Berlusconi, stanco del “controcanto” finiano, finisca con il cacciare dal partito il presidente della Camera. Ma può davvero farlo? E a quale costo? Si tratta di un gioco di società che va avanti da tempo tra parlamentari e osservatori, benché nessuno abbia davvero esplicitamente posto le due domande esiziali, più spesso sostituite – al contrario – dal dubbio: “Quanto ancora potrà resistere Fini prima di tradire il Cav.?”. Posto che Fini non ha alcuna intenzione di andarsene dal Pdl (se non spintonato fuori), resta soltanto da rispondere alla prima questione. Si può espellere Fini? La risposta è sì, ma il prezzo da pagare è quasi sicuramente l’ingovernabilità.

Osserva Angelo Panebianco, politologo ed editorialista
di punta del Corriere della Sera: “L’unica cosa cui Berlusconi in questo momento tiene sul serio è il governo. Anche l’ipotesi che possa esplodere il Pdl – un contenitore mai davvero nato – non lo tange minimamente. La domanda è: quanti parlamentari, sottosegretari, dirigenti e pezzi di nomenclatura è in grado di mobilitare Fini qualora si arrivi a uno scontro, diciamo così, ‘atomico’?”. La risposta non è semplice, perché nessuno è davvero in grado di prevedere o calcolare quali ragionamenti di opportunità verrebbero fatti in tali circostanze dai singoli parlamentari. Tuttavia esistono due liste al sapore di zolfo stilate dai capigruppo berlusconiani di Camera e Senato. Da questi calcoli, piuttosto scevri dal sospetto di essere gonfiati, si rileva che i finiani puri sarebbero trenta a Montecitorio e dieci a Palazzo Madama (i finiani, consultati, dicono cinquanta e venti). Per stessa ammissione del gruppo dirigente vicino al premier, “non sono numeri tali da mettere in crisi il governo. Ma sono tuttavia un numero sufficiente, considerando l’elevato tasso di assenze fisiologiche tra i banchi della maggioranza, a rendere complicatissima la legislatura”.

Non bastasse, quella del presidente della Camera è una carica irrevocabile. E’ abbastanza per mettere in chiaro che, nell’ipotesi in cui i cofondatori del Pdl dovessero divorziare, Berlusconi si ritroverebbe con un nemico a guidare l’Aula e non potrebbe nemmeno ottenere facilmente nuove elezioni: il potere di scioglimento spetta al Quirinale e Giorgio Napolitano – dicono i più maligni tra i finiani – prima di riportare il paese al voto tenterebbe la strada di nuove alleanze in Parlamento, trovando a quel punto Fini pronto a qualsiasi soluzione di nuovo governo istituzionale. Un vecchio schema cui non crede nessuno, ma che secondo alcuni fantasiosi retroscena, autorevolmente avallati da Eugenio Scalfari su Repubblica non più di un anno fa, metterebbe insieme tutto il centrosinistra, l’Udc e i finiani dissidenti. Un amico del presidente della Camera, con tono malevolo aggiunge: “Che cosa credete farà questo governo istituzionale? Cambierà la legge elettorale”.

Fantapolitica, senz’altro. Resta il fatto che il premier, tentato da ipotesi di rottura, abbia fatto sondare dalla fidata Alessandra Ghisleri il consenso di Fini sull’elettorato di centrodestra. Alla domanda “voterebbe un partito guidato da Gianfranco Fini?”, Euromedia research ha cirscoscritto il presidente della Camera – da solo – intorno al 3,5-4 per cento dei voti. Non bastasse, chi conosce bene Silvio Berlusconi spiega che il premier non è mai per le rotture e “i bagni di sangue. Persino il divorzio con Pier Ferdinando Casini, alla fine, è stata una scelta del leader dell’Udc. Berlusconi non lo ha davvero cacciato dal centrodestra. Gli ha sempre lasciato aperta una porta per rientrare”. Si tratta di interpretazioni, forse opinabili, ma comunque sintomatiche di quella che le stesse fonti descrivono come “una bonomia di fondo del Cav. Il quale, non è secondario, troverebbe anche noioso e sgradevole dover poi ridisegnare equilibri e spartire quote di potere”.

Altri esempi recenti confermano questa inclinazione: il premier non ha punito Raffaele Fitto per la sconfitta pugliese (eppure più di qualcuno glielo chiedeva), e non ha ancora scelto in Sicilia tra Gianfranco Miccichè e Angelino Alfano. E’ tanto duro e pronto alla rottura nei rapporti istituzionali, quanto morbido e temporeggiatore di scuola democristiana nelle questioni di partito e di coalizione. Alla cacciata di Fini, persino i dirigenti berlusconiani sembrano non volere pensare. Neanche come ipotesi. Al netto dei tantissimi notabili della Camera (tra cui Giorgio Stracquadanio) i quali si lamentano con il premier a cadenza quasi quotidiana di Fini e del suo fedelissimo vicecapogruppo Italo Bocchino, i capigruppo, i ministri e i coordinatori della ex Forza Italia tendono sempre più a non assecondare il frequente umor nero del Cav. nei confronti del cofondatore. Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello, Sandro Bondi, Paolo Bonaiuti, Raffaele Fitto, per non citare Gianni Letta, con la quasi totalità del gruppo dirigente, pur stigmatizzando talvolta lo zelo eccessivo con il quale Fini tende a smarcarsi dalle posizioni prevalenti del Pdl, fanno sempre più spesso da cuscinetto. Rilevano il rischio che la rottura con il presidente della Camera determini di fatto nuovi e imprevedibili squilibri di potere capaci di fare esplodere il Pdl per come lo si conosce. Una creatura, il partito unico del centrodestra, forse ancora non giunta a maturazione, ma pur sempre l’unico approdo certo e riconoscibile sul quale le seconde e terze file del berlusconismo hanno scommesso anche il proprio futuro e la propria personale sopravvivenza politica. “Espulso Fini – spiegano – non resterebbe che l’asse tra Giulio Tremonti e Umberto Bossi”. Ovvero quel rapporto privilegiato e nordista che sembra infastidire il premier molto meno di quanto non lo facciano le eterodossie del presidente della Camera.

“Forse perché – spiegano le stesse fonti – per Berlusconi, Tremonti è tutte queste cose all’unisono: un vanto da esporre a livello internazionale, una garanzia nei rapporti con la Lega, una grana irritante per il suo famoso rigorismo nella gestione dei conti pubblici”. Sorprende sentir dire a un berlusconiano della prima ora che “il presidente è immortale, ma tra cento anni, quando si ritirerà, dovrebbe essere quasi fisiologico che il leader diventi Fini”. Tuttavia nell’entourage del Cav. si lamentano pure della scarsa affidabilità dell’ex leader di An: non lo capiscono, tendono a diffidarne, sono delusi dalla mancanza di interesse che il presidente della Camera sembra ostentare nei confronti della maggior parte di loro. Manca una vera comunicazione, non ci sono canali neanche indiretti se non tra Cicchitto e Fini, sebbene soltanto per prossimità fisica essendo entrambi stanziali a Montecitorio. A Fini viene imputato l’eccessivo tatticismo e anche l’essersi affidato a Italo Bocchino che “ha l’intelligenza politica di Pinuccio Tatarella ma non la capacità di armonizzare che era propria del suo maestro”. Un esempio è quanto accaduto a ridosso del voto alle regionali di marzo. Secondo una versione accreditata, Bocchino, per conto di Fini e prevedendo una sconfitta del Pdl, avrebbe avanzato richieste perentorie di rimpasto agli uomini del Cav.: un coordinatore nazionale e un vicecapogruppo. Inverosimile, ma chi può dirlo con sicurezza.

La Lega vittoriosa (ora anche ai ballottaggi
delle amministrative) preoccupa i parlamentari del Pdl eletti al nord. Alcuni osservatori interni al Palazzo descrivono un Pdl fortemente destabilizzato dal risultato elettorale delle regionali: l’equilibrio dell’azionariato condiviso con la Lega potrà anche preoccupare poco Berlusconi ma è avvertito come un problema dai suoi uomini più fidati. Secondo alcuni calcoli, condivisi tanto dai finiani quanto da alcuni berlusconiani, l’avanzata di Bossi metterebbe a rischio la rielezione di quaranta o cinquanta deputati del Pdl. Un fenomeno già in atto nelle regioni, dove basterebbe l’esempio dell’ultima tornata elettorale in Piemonte. Nella bassa cuneese, dove il centrodestra nel suo complesso ha raccolto quasi il 52 per cento dei suffragi, i consiglieri del Pdl sono passati da tre a uno (gli altri due sono trofei conquistati dall’alleato padano). C’è chi, come Denis Verdini, ridimensiona molto l’avanzata della Lega considerando le elezioni regionali imparagonabili alle politiche; non fosse altro perché il dato dell’astensionismo che avrebbe favorito i padani alle elezioni nazionali non potrà che ridimensionarsi. Lo sostiene anche il professor Angelo Panebianco: “Il partito di Bossi è avanzato soltanto per la maggiore capacità di mobilitazione del proprio elettorato. I leghisti si sono astenuti di meno degli elettori di Berlusconi. Tutto qua. Non è un fenomeno che si potrà replicare alle politiche”. Dunque chissà.

L’ipotesi dell’esplosione atomica del conflitto tra Fini e Berlusconi viene affrontata con prudenza da tutti. Eppure uno scenario è stato disegnato e discusso tra finiani e berlusconiani: il costituirsi del presidente della Camera alla guida ufficiale di una minoranza interna. Uno schema circolato e già vagliato dai berlusconiani che prevede anche la revisione delle percentuali in base alle quali fu siglata la nascita notarile del Pdl: 70 per cento alla ex FI, 30 alla ex An. L’unica ipotesi verosimile, ma che tutti vorrebbero scongiurare, è che la quota di ex An orbitanti intorno al Cav. – ovvero con una certa sicurezza i gruppi che fanno riferimento a Maurizio Gasparri, Altero Matteoli e forse anche a Gianni Alemanno – rientri nelle percentuali del Cav. Il resto a Fini. Con l’incertezza di cosa farebbe Ignazio La Russa, qualora fosse chiamato a scegliere. Questo schema prevede la trasformazione dell’associazione di Bocchino, Generazione Italia, in una vera corrente organizzata. Difatti in questo momento di incertezza, in attesa del vertice tra i cofondatori, gli animatori dell’associazione spiegano che alla convention prevista per l’8 e 9 maggio, (qualora non fosse rinviata a giugno) potrebbero succedere due cose: “Una chiamata alle armi e alla conta o una più auspicabile opera di armonizzazione diplomatica dei rapporti con il premier”. Promette Carmelo Briguglio, uno dei registi di Generazione Italia: “Vogliamo l’armonia e la pace in questo Pdl cui dovremmo volere tutti un po’ più bene”. Ma bisogna distinguere tra ciò che pensa Fini e le manovre non sempre autorizzate dei suoi troppi consiglieri.

Il presidente della Camera vuole più legittimazione
e chiederà che gli sia lasciato lo spazio per fare politica anche “a contrario” sui temi dell’immigrazione e della bioetica. Argomenti sui quali intende ritornare a discutere, come scrive lui stesso nella prefazione del libro manifesto della nuova cittadinanza (“L’Italia a chi la ama”). Un pamphlet ancora inedito del deputato finiano Fabio Granata. Un condensato del finismo dialogante anche sulle riforme, accompagnato da una postfazione di Giuseppe Pisanu e che sarà presentato il 21 aprile da Walter Veltroni.
In conclusione, il Cav. non espellerà il suo partner e competitore. Ma se succedesse, ne nascerebbe un terremoto all’insegna del trasversalismo, e uno scompaginamento pericoloso: un prezzo che Berlusconi non sembra aver voglia di pagare sull’ara del sacrificio dell’irritante alleato e rivale.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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