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Legalisti, non forcaioli

Così Fini delude chi sperava in una destra dipietrificata

I finiani non faranno emendamenti, Sulle intercettazioni patto blindato

di Salvatore Merlo | 11 Giugno 2010 ore 21:30

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Gianfranco Fini non cambia strategia né sulla manovra né, tantomeno, (“con buona pace di chi lo aveva scambiato con Di Pietro”, copyright Flavia Perina, direttore del Secolo d’Italia) sulle intercettazioni. Chi descrive prossime imboscate finiane alla Camera sbaglia. Da mesi ormai l’obiettivo principale è: costringere Silvio Berlusconi sul terreno di un vero negoziato sul partito e sull’indirizzo di governo. L’ex leader di An intende sistematicamente risolvere ogni controversia negli organi di partito legittimando così di fatto – in attesa di un’apertura del Cav. – la meccanica di maggioranza e minoranza all’interno del Pdl. Difatti, al di là di certe esternazioni pubbliche che vanno interpretate senza pigrizie, l’accordo sulle intercettazioni, frutto di una mediazione, è blindato anche alla Camera e il gruppo dei finiani non presenterà emendamenti. Dicono al Foglio Andrea Augello e Italo Bocchino: “Siamo leali all’intesa, questo non significa però rinunciare a dire ciò che pensiamo. La legge non è perfetta. Qualora il partito decidesse che si può modificare, ci candidiamo a indicare i punti dolenti”.

Come si muoverà nei prossimi giorni il presidente della Camera? Fini ha incaricato i suoi fedelissimi – che si riuniranno martedì prossimo – di studiare la Finanziaria e di ragionare su ipotesi emendative, così come lo stesso Berlusconi ha auspicato giorni fa al termine dell’ufficio di presidenza del Pdl. Contemporaneamente Fini fa propri alcuni rilievi critici nei confronti della legge sulle intercettazioni, gli stessi argomenti, in buona sostanza, finora ufficiosamente sollevati anche dal capo dello stato. Tuttavia il cofondatore, a differenza del serraglio bavaglista del partito Repubblica-Fatto Quotidiano che lo avrebbe voluto reclutare, ritiene che “una legge sulle intercettazioni sia necessaria”. Come dicono Flavia Perina e Carmelo Briguglio: “Il tema della legalità fa parte del Dna della nostra destra, che però non ha niente a che vedere con il forcaiolismo di Di Pietro e compagni da cui non ci facciamo di sicuro dettare l’agenda. Questa non è la legge che avremmo scritto noi, ma è l’unico compromesso possibile. Certo non è una legge perfetta. Andrebbe migliorata”.

Chissà che il testo non venga davvero modificato,
ma per decisione del Guardasigilli Angelino Alfano. Il ministro ha recepito le perplessità del Quirinale sul meccanismo delle proroghe sugli ascolti (definito “irragionevole”) ma anche intorno al divieto di pubblicare nelle fasi preliminari d’indagine le intercettazioni non coperte da segreto. Si tratta di una norma che secondo alcuni confligge con l’articolo 21 sollevando profili di incostituzionalità. Ma chissà. Il Quirinale ha fatto sapere di non voler essere ulteriormente coinvolto. Il Guardasigilli ha un mese di tempo per valutare. Qualora si convincesse che Napolitano potrebbe non firmare, aprirebbe alle modifiche; ma per ora Alfano non ritiene che i problemi siano tali da giustificare un rinvio alle Camere.

Nel frattempo Fini sarà leale ma intende perseguire sempre di più la strategia dialettica di maggioranza-minoranza: “Sulle intercettazioni si è chiuso un accordo? Bene, è blindato. Sulla manovra si è deciso che è emendabile? Bene, presenteremo emendamenti”. E’ verosimile che questa dinamica diventi fisiologica, o almeno è quello che spera Fini, il quale al Cav. ora chiede la “costituzionalizzazione” del finismo nel Pdl. L’ex leader di An ha bisogno di garanzie, il timore è che – chiusa la tregua sulle intercettazioni – si ridesti una campagna a lui ostile. “E’ necessario cautelarsi su un fatto: che nessuno cerchi mai più di spintonare Fini fuori dal Pdl”.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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