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Prima della bomba

Nel Pdl qualunque cosa accada, ecco la linea di resistenza dei finiani

“L’etichetta di traditori non ce la faremo cucire addosso”, dunque è meglio accordarsi ora che riallearsi domani

di Salvatore Merlo | 29 Luglio 2010 ore 12:00

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Gianfranco Fini resterà nel centrodestra e continuerà a sostenere il governo, qualsiasi cosa succeda. Nessun terzo polo, niente abbocchi con Pier Ferdinando Casini, neanche con Massimo D’Alema nonostante la frequenza delle recenti conversazioni tra lui e il leader di Red. “Resisteremo nel Pdl fino al punto di fare un ricorso alla magistratura, se necessario”, dice al Foglio Italo Bocchino; e Andrea Augello conferma: “Su questo partito ci abbiamo investito. Resteremo aggrappati fino all’ultimo. Mi trovo nella condizione paradossale di essere sottosegretario alla presidenza del Consiglio mentre il presidente del Consiglio pensa di cacciarmi fuori dal Pdl”.

Ma qualora Silvio Berlusconi riuscisse a espellere il cofondatore? “Non ci ritiriamo certo dalla vita politica”, dice Bocchino. Il che, tradotto, significa: partito della Destra nazionale, l’evoluzione dell’organigramma dell’associazione Generazione Italia. La convention di Perugia prevista per l’8 e il 9 novembre potrebbe essere l’atto di nascita della nuova formazione. Ma è solo uno scenario su cui nessuno vuole scommettere, una subordinata alle azioni del Cav.

Il presidente della Camera tiene
dunque in serbo un piano “B”, un suo soggetto politico collocato ovviamente nel centrodestra: “Perché l’etichetta di traditori della destra non ce la faremo appiccicare addosso”. Una forza con la quale Berlusconi si troverà prima o poi a dover fare i conti e alla quale, non è chiaro ancora in che forma, finirà con l’aderire anche l’Mpa con i suoi cinque deputati e i suoi senatori. Dice al Foglio Roberto Menia, uno dei finiani considerati nei giorni scorsi incerti tra Fini e Berlusconi: “Vengo dalle fogne e se necessario ci ritornerò”. Si pone così una domanda fondamentale per il premier: conviene rompere adesso con Fini per poi dover rinegoziare con una forza esterna al Pdl da lui guidata? O sarebbe meglio acconciarsi subito a una vera trattativa con l’ex leader di An – come continua a suggerire Gianni Letta – trattenendolo nel partito sulla base di un nuovo patto fondativo? I berlusconiani più ortodossi, in queste ore, non accettano nemmeno la domanda; ritengono che comunque sia “Fini è per noi ininfluente. Anche se facesse un suo partito non scenderemmo mai a patti”. Chissà. Risponde invece Bocchino: “Il premier preferisce rompere perché non riesce a gestire l’altra ipotesi. Fare politica gli costa moltissimo. Crede, sbagliando, che negoziare con Fini e autorizzare di conseguenza la dialettica interna possa rovinare il suo rapporto diretto con il popolo del centrodestra”.

Al momento in cui questo giornale va in stampa è previsto un conciliabolo di guerra a via del Plebiscito, a casa del Cav. La rottura è data praticamente per certa da (quasi) tutti, con piglio battagliero dai falchi berlusconiani e con un po’ di stupore da parte dei finiani. “E pensare che una settimana fa non eravamo lontani dal chiudere un accordo. Si parlava già di quando Berlusconi e Fini si sarebbero dovuti incontrare”, dice al Foglio Silvano Moffa. Questo il titolo del Tg1 delle 20: “Ancora alta la tensione tra Pdl e Fini”, con l’ex leader di An dunque già fuori dal partito. Decisione presa. Tuttavia la volubilità del Cav. è nota e dunque tutto forse è possibile. C’è persino chi, tra i più disincantati e vecchi esponenti di FI, dice: “Da qui a venerdì Berlusconi cambierà idea cento volte”. Potrà andare così anche stavolta? I segnali vanno tutti nella direzione opposta: il premier ha deciso. Sta solo cercando il sistema col quale “sbarazzarsi di Fini”. Ieri molti esponenti finiani sono stati avvicinati da dirigenti berlusconiani (“restate con noi”) e il premier in persona ha incontrato a Palazzo Grazioli alcuni esponenti del gruppo misto: il senatore Riccardo Villari, Daniela Melchiorre e Italo Tanoni. Sono dati tutti in entrata nel centrodestra.

Sembra che Berlusconi
intenda consegnare tra oggi e domani una sorta di “libello di ripudio” al cofondatore, rimandando le operazioni di espulsione più in là nel tempo. Anche la legge sulle intercettazioni viene data per morta: “E’ stata massacrata e io sono tentato di ritirarla”. Un gesto non certo distensivo nei confronti di Fini. Il Cavaliere farà un discorso al Parlamento, forse al Senato, la settimana prossima: una denuncia dell’uso politico della giustizia e – non proprio una novità – la riforma della giustizia.

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© FOGLIO QUOTIDIANO


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