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L’autosufficienza non basta

Così il Cav. inaugura la strategia dei sostituti contro Fini, Udc e Mpa

Pronta la scissione centrista, ma Casini minaccia sul conflitto di interessi e medita ritorsioni sulla giustizia

di Salvatore Merlo | 21 Settembre 2010 ore 06:59

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Mentre i suoi legati negoziano un accordo sul lodo Alfano costituzionalizzato con i diplomatici finiani, Silvio Berlusconi tiene aperta l’ipotesi elettorale costruendo attorno a sé – anche come arma deterrente – un sistema di satelliti capace, all’occorrenza, di sostituire sia Gianfranco Fini sia Pier Ferdinando Casini sia Raffaele Lombardo all’interno della galassia di centrodestra. Il partito di Francesco Storace è già allertato per raccogliere voti a destra, così come il partito sudista di Gianfranco Micciché ambisce a essere il sostituto di Lombardo in caso di urne. Manca il partito centrista, ma nascerà anche questo, dalla costola sicula dell’Udc, come ha lasciato intendere il feudatario siciliano Calogero Mannino; uomo cauto, d’esperienza, uno che preferisce sempre non dire, ma che ieri, proprio in virtù della sua proverbiale ritrosia nell’esporsi, ha fatto squillare un sonoro campanello d’allarme per le orecchie di Casini: “Un partito? Non lo escludo”. Con una formazione a destra, una al centro e una autonomista, il Cavaliere carica un’arma utile a negoziare. Un deterrente, sì, ma spendibile anche nell’ipotesi che si apra la crisi di governo.
I democristiani siculi Totò Cuffaro, Saverio Romano e Mannino sono in grado di provocare una scissione nell’Udc. Dipende tutto dal leader centrista, se Casini non dovesse orientare la barra verso un voto favorevole al governo perderebbe – secondo i calcoli del Pdl – almeno otto deputati, due in più del gruppo dei sei onorevoli che fanno riferimento a Romano. Ma anche al Senato, dove siede Cuffaro, l’Udc perde almeno due senatori. D’altra parte i calcoli rassicurano il premier sui numeri in Parlamento. Alla Camera il Cavaliere ritiene raggiunta quota 316, la soglia dell’autosufficienza. Mercoledì un test periglioso: il voto (segreto) sulle intercettazioni di Nicola Cosentino.

I calcoli sono semplici. La maggioranza conta su 308 eletti nelle proprie file, al netto dei trentacinque finiani, (237 del Pdl, 59 della Lega, 5 di Noi sud, 3 dei Lib dem, più Nucara e Pionati). Il gruppo scissionista dell’Udc, otto deputati in tutto, consegna a Berlusconi i 316 necessari all’autosufficienza. Il premier ha anche rafforzato la tenuta del Senato, la sua polizza antiribaltone, dove ritiene di poter contare su 168 voti (grazie ai ribelli dell’Udc e a due della Svp). Adesso, completata o quasi l’operazione “autosufficienza da Fini”, mentre i suoi diplomatici negoziano con l’ex leader di An, il Cavaliere carica l’arma dei “sostituti”: Storace, Micciché e la nuova Udc. Operazioni che si affiancano alla tessitura di una trama pre elettorale; mosse tattiche per premere su Fini e Casini, i cui voti servono al lodo Alfano costituzionale, ma anche opzioni strategiche da coltivare nel caso in cui i negoziati aperti sulla giustizia dovessero all’improvviso saltare.
Il lavorìo politico del Guardasigilli Alfano, in contatto con il capogruppo finiano Italo Bocchino, e quello tecnico di Niccolò Ghedini con Giulia Bongiorno, sembrano andare avanti con profitto: il nascente partito finiano voterà il lodo costituzionalizzato, è favorevole a ripresentare il legittimo impedimento e giudica positivamente persino il processo breve (purché non sia retroattivo).

Salvo sorprese imprevedibili l’accordo è già chiuso. Berlusconi rischia però con Casini, talmente irritato dalle mosse del Pdl sui suoi deputati siciliani (e su altri onorevoli meridionali della Campania) da aver minacciato ritorsioni sulla giustizia e persino sul conflitto di interessi. “Nel nostro paese abbiamo un clamoroso conflitto di interessi insoluto, mentre persiste il duopolio Rai-Mediaset. Ci auguriamo che l’Italia possa rientrare in un contesto di norme rigide”, ha detto ieri Roberto Rao, rappresentante dell’Udc in commissione di Vigilanza e deputato vicinissimo a Casini. Parole fin troppo chiare. La prima occasione che si offre al leader centrista per sparare un colpo di avvertimento è domani: alla Camera si vota l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni di conversazioni che riguardano la posizione processuale di Nicola Cosentino a Napoli. Il voto sul coordinatore del Pdl in Campania sarà a scrutinio segreto. Benché Cosentino non appaia preoccupato, il voto assume una valenza politica: un’occasione per fare calcoli sulla maggioranza, un’opportunità che il leader dell’Udc potrebbe sfruttare per ammonire il Cavaliere. Chissà che non sia Cosentino, oggi, a risolvere la questione chiedendo lui che si voti “sì” alla richiesta dei magistrati.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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