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Il Pdl tra apostoli e macerie

Così il Cav. esamina il suo partito regione per regione. Un congresso? No, qualche novità parademocratica

di Salvatore Merlo | 12 Ottobre 2010 ore 06:59

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Chiunque incontri, siano questi i teorici del partito solido, i sostenitori del centralismo carismatico o la giovane guardia azzurra che gli suggerisce un’organizzazione moderna e internettiana, a tutti costoro Silvio Berlusconi offre una buona parola di incoraggiamento: “Lo so, avete ragione voi”. Il Cavaliere è d’accordo con Fabrizio Cicchitto che vorrebbe un Pdl più simile ai partitoni della Prima Repubblica, ma è anche d’accordo con Franco Frattini e Mariastella Gelmini che invece vorrebbero trasformare tessere e congressi in un forum permanente sul Web. Il presidente del Consiglio, non più volubile né più incostante di quanto non lo fosse in passato, è semplicemente fedele a se stesso: si fa concavo e convesso a seconda dell’interlocutore che si trova di fronte. Anche a costo di farli sbuffare, i propri cortigiani: “Ma non è che ci prende per i fondelli?”. Lo devono aver pensato i generali di Forza Italia che scalpitano – per una volta tutti d’accordo – contro l’avanzata della corrente degli ex di An e che per questa ragione, al capo, chiedono di ridimensionare Ignazio La Russa. A loro il Cavaliere ha dato rassicurazioni (“rivedremo la formula del triumvirato”) salvo aver poi confortato anche il coordinatore e ministro della Difesa: “Ignazio ho in te la massima fiducia”. Così non è neanche chiaro se la sua critica al Pdl (“che ci ha fatto perdere consensi”, ha detto domenica Berlusconi) si tradurrà, in previsione di una ancora evanescente tornata elettorale primaverile, in una ristrutturazione del partito. Ma dicono di sì, perché stavolta i problemi non riguardano più soltanto le solite tensioni all’interno del gruppo dirigente ma coinvolgono quell’aspetto essenziale del fare politica che si chiama consenso: il Pdl è in flessione costante, mentre l’apprezzamento del governo regge e quello del suo leader addirittura aumenta. Eppure le soluzioni che vengono suggerite a Berlusconi sono tante e tutte diverse, spesso incompatibili tra loro.

Per adesso l’unico schema certo – perché immaginato dal Cav. in persona (e timidamente osteggiato dai triumviri) – è quello degli “apostoli della libertà”, l’esercito dei promotori pidiellini che, suddivisi in sessantunomila sezioni sul territorio, dovrebbero diffondere il verbo berlusconiano casa per casa e vigilare sulle urne nell’eventualità di elezioni anticipate. Le critiche rivolte al suo Pdl, il presidente del Consiglio le ha fatte scandire attraverso un proprio intervento inviato alla convention della nuova Dc di Gianfranco Rotondi, ripetendo – in quel consesso di ex democristiani molto scontenti del partito unico – le considerazioni contenute in un cahier de doléance che lo stesso Rotondi, accompagnato da Carlo Giovanardi e dai rappresentanti del nuovo Psi, gli avevano consegnato appena una settimana prima nel corso di un colloquio privato a Palazzo Grazioli. Chissà, dunque, se davvero Berlusconi intende seguire lo schema che gli ha sottoposto Denis Verdini qualche giorno fa e che prevede, rispettando lo statuto del partito, l’avvio dei congressi territoriali con l’elezione diretta dei coordinatori provinciali. Chissà se il leader accetterà sul serio l’idea del partito degli eletti che, secondo uno dei piani che circola, attribuisce a deputati e senatori un ruolo decisivo nell’indicazione dei coordinatori regionali. Si tratta di uno schema parademocratico: se intorno al nome di un candidato si coagula un consenso quasi plebiscitario, pari circa al 70 per cento dei suffragi, l’elezione sarà valida; altrimenti toccherà come sempre al leader la nomina del coordinatore regionale. Un meccanismo, questo, tuttavia, non previsto dallo statuto approvato al congresso fondativo del 2009 e che dunque (così come la possibile introduzione della figura del coordinatore nazionale unico) è vincolato, in prima battuta, a una modifica statutaria che rende tutto più complicato.

Non bastasse, intorno a queste formule è già in corso un sottile scontro interno tra i fedelissimi innovatori di Liberamente, il gruppo dei ministri quarantenni, una parte dei triumviri e dei capigruppo. Di un congresso nazionale – l’unica assemblea che può modificare lo statuto – non se ne parla più da quando La Russa spiegò al Cav., un pomeriggio a via del Plebiscito, che dalla conta sarebbe anche potuta nascere una minoranza interna. Tutto decisamente fumoso, dunque. Eppure, uscito di scena Gianfranco Fini, adesso i congressi sul territorio sono diventati un’istanza diffusa e ormai priva delle originarie controindicazioni: un progetto che, per intendersi, piace tanto a Gianni Alemanno quanto a Roberto Formigoni. Il Pdl è attraversato da troppi rivoli di malumore e da mesi i segnali di allarme, sottoforma di report regionali e nazionali più o meno dettagliati, si sono pericolosamente affastellati sulla scrivania del Cavaliere. Urge dare una risposta, uno scarto d’inventiva e di azione può essere utile tanto più se davvero la legislatura volge rovinosamente al termine: prima del voto Berlusconi dovrà, tra le altre cose, rassicurare i troppi senatori del nord che – eletti secondo un meccanismo che li lega al quorum regionale – temono di non tornare più a Palazzo Madama per via della concorrenza leghista.

Le urne rappresentano una variabile determinante per le prossime decisioni di Berlusconi. Per disporre il proprio partito in modalità elettorale, il premier sa che dovrà prima essere certo di aver per lo meno tamponato la (ancora lieve) emorraggia di scontenti sul territorio verso il nascituro partito finiano (Fli). Gianfranco Fini qualche punto lo ha già segnato e senza troppo faticare, il 25 ottobre incontrerà a Milano i suoi amministratori locali (tutti ex Pdl arrabbiati con l’attuale gestione del partito), mentre sabato prossimo si riuniranno i circoli di Fli in Sicilia, la terra dove il Pdl è esploso sul serio (con l’abbandono autonomista di Gianfranco Miccichè) e dove Futuro e libertà pesca più facilmente nelle file disperse del Pdl. Quasi non c’è regione d’Italia dove la confluenza di An e FI, con i partiti minori nuova Dc e nuovo Psi, non abbia provocato faide interne e scontento. La nascita del partito unico ha ridimensionato il numero degli incarichi direttivi provocando la rivolta di una pletora di delusi e vendicativi: tutti quelli che avevano un ruolo dirigenziale nel proprio partito e che lo hanno perso nel mare grande del Pdl. Ma non solo. In molte regioni ai conflitti di potere tra il personale politico locale si è sommata l’assenza strutturale del Pdl sul territorio, la mancanza di spazi e di occasioni di ritrovo democratico, un terreno sul quale negli ultimi mesi ha fatto presa la lenta (sempre meno) macchina organizzativa del nascente partito di Fini che proprio in Sicilia, massimo esempio della rissa berlusconiana, conta la propria enclave più consistente dal punto di vista numerico.

I guai maggiori, che in questa fase hanno brutti riflessi destabilizzanti sulla tenuta della maggioranza al Senato, sono in Calabria, in Campania, in Emilia Romagna, in Friuli, nel Lazio, in Puglia, in Sardegna, in Toscana e in Veneto. Ma le cose non vanno bene neanche nel resto delle regioni. In Calabria è in corso una pericolosa guerra di potere dovuta proprio alla totale assenza di riti democratici: il governatore, Giuseppe Scopelliti, ricopre anche la carica di coordinatore regionale ed è mal visto dai vertici nazionali della ex Forza Italia perché dal loro punto di vista starebbe accentrando il controllo del partito e del territorio su di sé e su una parte della ex Destra protagonista, la vecchia corrente di Maurizio Gasparri e di Ignazio La Russa, a lui fedele. Anche il vice coordinatore regionale, Antonio Gentile, senatore proveniente dalle file di Forza Italia, ha ingaggiato uno scontro che vede coalizzati contro di lui quasi tutti i deputati calabresi del Pdl, una frizione interna che preoccupa il partito specie in una fase incerta come questa nella quale nessuno è in grado di escludere una possibile crisi di governo e nella quale la tenuta dei numeri in entrambi i rami del Parlamento diventa essenziale per evitare l’ipotesi perniciosa di un esecutivo tecnico e sgradito a Berlusconi.
La stessa meccanica divide il partito in Campania dove un fronte piuttosto vasto di parlamentari difende il ruolo di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario all’Economia inquisito a Napoli per presunti contatti con la camorra, che si è dimesso dall’incarico di governo ma non ha rinunciato al ruolo di coordinatore regionale. La sua posizione è contrastata da alcuni emergenti campani, tra cui il ministro Mara Carfagna e il deputato Nunzia De Girolamo (che ne ha chiesto ufficialmente le dimissioni). In Campania lo scontro, molto duro, è stato reso ulteriormente torbido dalla nota vicenda sul presunto dossieraggio ai danni del governatore, anche lui del Pdl, Stefano Caldoro. La posizione dell’esulcerato Pdl campano è peraltro complicata dalle incursioni di Italo Bocchino, il capogruppo di Fli alla Camera che a Napoli e provincia lavora a sottrarre consiglieri comunali e provinciali al partito di Berlusconi.

In Puglia si consuma da tempo un sottile contrasto tra il vicecapogruppo al Senato, Gaetano Quagliariello, e il ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto. La classe dirigente locale, nella regione dove peraltro il Cavaliere imputa a Fitto la sconfitta alle passate amministrative, si è divisa in una guerra fredda tutta interna agli apparati della ex Forza Italia. Così come capita in Sardegna, la terra di tre senatori irrequieti: Beppe Pisanu, Mariano Delogu e Piergiorgio Massidda (che alle passate elezioni provinciali aveva costituito una propria lista in competizione con il resto del partito). Neanche il Lazio, terra di recenti e storiche vittorie, è pacificato. Basterebbe fare una chiacchierata con il sottosegretario Francesco Giro per farsene un’idea. L’ex leader di Forza Italia a Roma nell’ultimo anno ha visto il proprio personale politico decimato all’interno degli incarichi pubblici dall’asse tutto aennino tra il sindaco della capitale Gianni Alemanno, il governatore Renata Polverini e il coordinatore regionale Vincenzo Piso. Ma la situazione più difficile, e anche la più illuminata dagli osservatori, è quella siciliana. Nella regione sicula il gruppo di Fini ha gioco facile: pesca tra i detriti rimasti a terra per l’esplosione del Pdl nella lite tra i lealisti di Angelino Alfano (con il patrocinio nobile di Renato Schifani) e l’ala autonomista di Gianfranco Miccichè. E’ da mesi che l’entourage di Berlusconi ripete al premier una sempre più stanca litania: “Hai visto la Sicilia? Bisogna intervenire sul partito”. Nel frattempo fenomeni paragonabili a quello di Palermo si sono verificati un po’ ovunque nel resto del paese.

Al nord, in Emilia Romagna, Carlo Giovanardi, leader di una minoranza di ex democristiani, è in conflitto aperto con il resto del Pdl e, assieme a un gruppo di esponenti locali, contesta la leadership regionale dei senatori Giampaolo Bettamio e Filippo Berselli. La medesima meccanica che in Friuli vede contrapporsi i dirigenti locali, e parlamentari nazionali, Vanni Lenna e Giuseppe Saro al coordinamento regionale. Entrambi scontenti della gestione di Isidoro Gottardo ed entrambi, da grandi elettori quali sono, impegnati a sostegno di un nuovo candidato. Non va meglio in Toscana, dove è nota la fronda di Deborah Bergamini e Alessio Bonciani contro Verdini.

L’unica regione del nord dove la concorrenza interna tra ex di An ed ex di FI – e quella esterna con la Lega – sembra non dare grossi grattacapi al Cavaliere è il Piemonte. Paradossalmente, l’incerta situazione nella quale si trova il governatore leghista Roberto Cota, su cui pendono dei pericolosi ricorsi contro l’esito delle elezioni, ha ricompattato le file del centrodestra. Cosa che non si può dire del Veneto dove i dirigenti del Pdl, soprattutto quelli di Forza Italia, hanno inviato più di un messaggio di allarme rivolto a Roma: “Rischiamo l’estinzione a vantaggio della Lega e del governatore Luca Zaia”. Anche in Lombardia, il fortino di Roberto Formigoni è sotto assedio padano. Al quartier generale leghista di via Bellerio a Milano insinuano: “Il candidato sindaco sarà leghista e Formigoni potrebbe anche non arrivare alla fine del mandato per cedere la regione a uno dei nostri”. Chissà. Nel Palazzo dicono che tra questa e la prossima settimana si terrà un ufficio di presidenza, massimo organo politico del Pdl, che metterà a tema la questione di un restyling del partito. L’idea molto funzionalista del Cavaliere, quella di costituire un esercito di promotori del Pdl suddivisi in sessantunomila circoscrizioni elettorali, non piace quasi a nessuno e non sarà facilmente risolutiva. Anche i congressi provinciali potrebbero non bastare se non verrà modificato lo statuto permettendo l’elezione democratica dei coordinatori regionali. Cosa che, però, stavolta, forse non piace troppo al Cavaliere.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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