ACCEDI | REGISTRATI | INFO


Fini’s Version

La crisi con il Pdl spiegata dal presidente della Camera ai giornali stranieri (e al Ppe)

di Salvatore Merlo | 12 Ottobre 2010 ore 06:59

COMMENTA 0 |   | 

Si è pentito di aver fatto il Pdl con Silvio Berlusconi? “Col senno di poi potrei anche dire di essermene pentito. Mi conforta che adesso è lui a dire che il Pdl è un disastro”. Così Gianfranco Fini, ieri, nel corso di un pranzo riservato con il quale il presidente della Camera ha voluto, chiacchierando con i corrispondenti di sei testate internazionali, “spiegare al mondo” la propria versione sugli eventi più recenti della politica italiana a partire dalla rottura con il Cavaliere. Una conversazione lunga più di due ore, al secondo piano di Montecitorio, con i giornalisti del Wall Street Journal, del Monde, del Financial Times, dell’olandese De Telegraaf, del País e della Frankfurter Allgemeine Zeitung. Fini ha spiegato il percorso che porterà alla nascita del suo nuovo partito e ha insistito molto sulle ragioni che hanno portato al brutale dissidio tra lui e il presidente del Consiglio. Com’è stato possibile rompere in modo così traumatico dopo diciassette anni? La risposta è stata più o meno questa: “Prima eravamo soltanto alleati. Con il partito unico è cambiato tutto. Berlusconi non ha accettato quella normale dialettica politica che dovrebbe esistere in qualsiasi partito democratico”. Pare sia stato scarsissimo l’interesse per la storia dell’immobile di Montecarlo, con una sola domanda. Cosa che non ha stupito Fini: all’estero non ne hanno quasi neanche dato notizia.

Il presidente della Camera, raccontano, ha assunto il tono distaccato e consentaneo che lo contraddistingue, per scelta strategica, nei colloqui giornalistici destinati a essere pubblicati all’estero e per questo, nonostante le domande sui processi del premier, sulla Lega “antiunitaria” e sul conflitto di interessi, non ha calcato la mano. Non troppo. D’altra parte l’incontro con i giornalisti provenienti da Stati Uniti, Gran Bratagna, Francia, Germania, Spagna e Olanda, aveva l’obiettivo di offrire la versione di un Fini che in questa fase ha bisogno di acquisire ulteriore credito internazionale per il suo nascente partito. Quel Futuro e libertà per l’Italia che l’ex leader di An vorrebbe vedere iscritto nel Ppe con un proprio gruppo – autonomo dal Pdl – anche al Parlamento europeo.

Quello di ieri non sarà l’ultimo incontro di Fini con la stampa internazionale. Potrebbe a breve seguirne un secondo, anche questo con testate giornalistiche soprattutto europee. Da tempo, nell’entourage del presidente della Camera, non si fa mistero dell’ambizione di Fini: quel processo di accreditamento internazionale che l’ex leader di An ha cominciato da diversi anni arrivando a stringere un rapporto personale con la speaker della Camera americana Nancy Pelosi, con gli ambienti conservatori vicini al premier britannico David Cameron (che Fini dovrebbe incontrare tra non molto) e con la Cdu tedesca di Angela Merkel. Non è un caso se la fondazione finiana FareFuturo è stata l’unica del centrodestra italiano a essere accreditata quest’anno come “rapporteur” all’assemblea annuale delle fondazioni del Ppe.

Gli alleati internazionali, e le triangolazioni politiche all’estero, specie quelle americane, servono ad alimentare l’immagine un po’ leggendaria di una maggiore vicinanza dell’amministrazione Obama a Fini (più che al premier Berlusconi); ma sono utili, in particolare i collegamenti europei, nella prospettiva più ravvicinata – e verosimile – della nascita formale del partito di Futuro e libertà. Tra il presidente del Consiglio e il presidente della Camera, nonostante la fragile tregua che ancora li descrive alleati all’interno della stessa maggioranza parlamentare, è in corso un sottile scontro che riguarda l’ingresso del nascituro partito finiano all’interno del Partito popolare europeo. Fini adesso più che mai deve chiamare a raccolta gli amici europei e anche a questo servono le interviste collettive ai giornali stranieri.

© FOGLIO QUOTIDIANO


 | 

comments powered by Disqus