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Munnezza ideologica

A Napoli non c’è nessun ritorno al 2008. Il sistema per smaltire i rifiuti è giovane e fragile, già funziona ma deve crescere. La sola montagna è quella del conformismo mediatico

di Salvatore Merlo | 28 Novembre 2010 ore 06:59

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Ci sono molti generi di spazzatura e non è detto che la più graveolente stia sulle strade. La spazzatura chiama spazzatura, che nel caso di Napoli diventa una spazzatura di parole. Quando un cronista non sa descrivere ingrandisce le cose, per cui in Campania un gabbiano diventa uno stormo, un topo diventa un ratto, un sacchetto diventa una montagna di rifiuti. A ben guardare, la cosa più pulita che c’è in Campania è invece la spazzatura; la munnezza che a fatica, tra proteste illogiche e racconti grotteschi, viene smaltita da un’ancora fragile filiera gestita dai comuni, dalle province e dalla regione. E basta andare a vederla la discarica di Terzigno con i suoi sofisticati impianti di depurazione per rimanere sorpresi, perché ce l’avevano descritta come fosse la discarica di Nairobi. Non è un paradosso.

Il pacifista e missionario presbiteriano Alex Zanotelli, fondatore della Rete Lilliput, la mette proprio così: “Quando dopo il Kenya ho scelto di vivere a Napoli, non avrei mai pensato di vivere le stesse lotte. Sono passato dalla discarica di Nairobi, a fianco della baraccopoli di Korogocho, alle lotte di Napoli contro le discariche e gli inceneritori”. Ma quando si entra a Terzigno non ci sono stormi di gabbiani e corvi famelici che bucano sacchetti di plastica. Ad accogliere i visitatori c’è un ingegnere dell’Asìa, la ex municipalizzata di Napoli, con un golfino alla Marchionne, una bella faccia pulita e le scarpe infangate. Il direttore dello stabilimento abbraccia la cava con lo sguardo e mostra con orgoglio di padre il processo di depurazione del percolato, gli impianti di isolamento, parla di argilla bentonitica impermeabilizzante, di recupero del biogas, di certificazione europea. “Lo sa che una discarica a norma, come questa, quando è arrivata a saturazione viene chiusa e poi fornisce gas ed energia rinnovabile lungo un periodo che va dai quindici ai trent’anni?”. Si fa così in tutta Italia e nel resto dei paesi occidentali, ci sono le discariche e ci sono i termovalorizzatori.

In Campania, dopo la grande emergenza del 2008, sono state costruite quattro nuove discariche. Più un termovalorizzatore ad Acerra, un impianto moderno e contestatissimo, almeno quanto la discarica di Terzigno. E’ ancora poco per una regione che produce 7.000 tonnellate di rifiuti al giorno. Ma è qualcosa.
Cava Sari è più ordinata delle strade di Trastevere, nel centro di Roma. Preso d’assalto nelle ultime settimane da una rivolta plebea che è anch’essa spazzatura – nonché la vera causa della nuova crisi che sfregia le strade di Napoli – quello di Terzigno è un impianto sottoposto costantemente ai controlli dell’Ispra e dell’Arpac. Il blocco di Terzigno causato dalle proteste anche violente di una parte della popolazione del paese è stato il detonatore di una bomba-spazzatura altrimenti disinnescata ad libitum: la munnezza che per giorni non si è potuta inviare lì è rimasta nelle strade o si è bloccata negli impianti di lavorazione intermedia. E’ per questo che all’interno di cava Sari è schierato l’esercito.

Lungo la strada che porta al cancello d’ingresso, sotto una fittissima pioggia, c’è un cordone di poliziotti che tiene lontano un comitato di contestatori zuppo d’acqua all’inverosimile. Si combatte per una vecchia cava nel cui ventre giace una montagna di rifiuti triturati. Spazzatura trattata igienicamente, rifiuti che non puzzano a differenza di quelli abbandonati nelle campagne di Terzigno. Il paradosso è che a Terzigno la popolazione vive circondata dalla munnezza illegale, ma la discarica gestita dallo stato quella non la vogliono. La rivolta è stata così veemente da costringere Silvio Berlusconi a firmare per la chiusura di un’altra cava, quella che sarebbe stata il più grande sversatoio della Campania, sette milioni di metri cubi, cava Vitiello, la salvezza per Napoli a qualche centinaio di metri da cava Sari. I comitati di base spiegano che quello è il parco del Vesuvio, “non lo si può sfregiare”. Eppure, intorno al paese, nel parco del Vesuvio, ci sono sversatoi abusivi risalenti agli anni Novanta. Ce ne sono almeno due, li si raggiunge a piedi in pochi minuti. Sembrano delle inoffensive colline, ma sotto non si sa che cosa ci sia sepolto. L’unica cosa certa è che queste discariche non sono state ricoperte secondo le prescrizioni della legge. “Qua il percolato non lo raccoglie proprio nessuno. Finisce chissà dove”, spiega l’ingegnere dell’Asìa. Pochi chilometri dopo il cartello che indica l’inizio del paese delle “mamme vulcaniche”, le pasionarie della protesta di Terzigno, ci si trova nel verde della campagna: un materasso bucato a fianco di un albero di pesche, un mezzo salotto sfondato che circonda un aranceto.

Eppure in paese, sugli striscioni appesi lungo i balconi e affissi sui muri delle strade, c’è scritto “no alla discarica”. E’ lo slogan che serve a ricordare come da queste parti, ancora giovedì notte, un camion è stato assalito da quaranta persone e l’autista costretto a scendere. Un promemoria per gli addetti alla nettezza urbana. La Campania ha bisogno di più discariche, almeno altre due, e di più d’un solo termovalorizzatore. Il decreto approvato dal governo, e promulgato ieri da Giorgio Napolitano, prevede entrambe le cose. Ma secondo le stime che la regione ha trasmesso anche all’Unione europea ci vorranno almeno trentasei mesi per completare i lavori e rendere efficiente il sistema di smaltimento. Le parole pronunciate ieri dal commissario europeo all’Ambiente, Janez Potocnik, sono una fotografia della situazione: “Anche se la costruzione dell’inceneritore di Acerra ha consentito dei progressi, il sistema soffre egualmente di lacune significative. Ci vorranno ancora diversi anni per creare le infrastrutture necessarie a garantire un’adeguata gestione di tutti i rifiuti domestici prodotti in Campania”. E’ un passo indietro dell’Unione europea rispetto alle dichiarazioni allarmanti dei giorni scorsi. Uno degli ispettori di Bruxelles che questa settimana erano stati in visita a Napoli, l’italiana Pia Bucella, aveva detto che “nulla è cambiato. E’ come il 2008”. In realtà, ieri, Potocnik ha dato ragione alla nuova amministrazione regionale della Campania.

Le parole del commissario ricalcano il pensiero del governatore, Stefano Caldoro, quando spiega che “la crisi che sta vivendo Napoli in questi giorni è episodica. Quanto sta accadendo non ha nulla a che vedere con l’emergenza del 2008. A quel tempo non esisteva una filiera e lungo le strade dell’intera regione si ammonticchiavano circa 250 mila tonnellate di rifiuti non raccolti. Adesso un sistema dello smaltimento esiste. Ma è ancora insufficiente, fragile. Basta poco per farlo saltare. Il blocco di una discarica o un incidente meccanico al termovalorizzatore di Acerra, e i sacchetti di spazzatura tornano sulle strade”.
Terzigno, i picchetti, gli assalti ai camion della nettezza urbana, l’errore di non aver aperto subito altre discariche: ecco l’epicentro della nuova crisi, la testa del serpente – questa sì – che conduce fino ai cumuli di spazzatura a via Toledo e a piazza del Plebiscito a Napoli. Se solo si volesse fare della dietrologia “a contrario” rispetto alla narrazione più classica che si è preferita per queste vicende si potrebbe citare un passaggio chiave di una relazione della Direzione nazionale antimafia: “La camorra ha un interesse diretto e immediato a provocare lo stato di tensione sulla raccolta e sullo smaltimento dei rifiuti, traendo profitti enormi dalle discariche da lei stessa controllate”. Ma dietro le proteste di Terzigno probabilmente non c’è la camorra, così come non c’è la criminalità dietro le proteste contro il termovalorizzatore di Acerra. C’è piuttosto un più sottile e appestante conformismo ideologico. E’ la spazzatura che richiama altra spazzatura, quella metaforica ma non per questo meno respingente e fetida.

Amministrato da Antonio Bonomo, l’ingegnere bresciano che ha progettato l’inceneritore della sua città – uno dei più efficienti d’Europa, un gioiello riconosciuto di cui a Brescia nessuno si lamenta – ad Acerra sorge il primo stabilimento di questo tipo della Campania. E’ stato costruito in tempi biblici dalla Impregilo ed è gestito da una società, Partenope, che fa capo al gruppo bresciano A2A spa. Una società partecipata dai comuni di Brescia e Milano che si occupa di servizi in entrambe le città lombarde. L’ingegner Bonomo, dopo aver costruito il termovalorizzatore di Brescia, è stato inviato a salvare Napoli portando qui l’expertise del nord. Della sua creatura napoletana, che per forma ricorda una chiesa di Renzo Piano, Bonomo dice soddisfatto: “E’ in attività da un solo anno, ma è già praticamente a regime. Funziona al 90 per cento delle sue capacità. Il che è quasi un record. Nel 2010 abbiamo smaltito 460.000 tonnellate di rifiuti. Sa che qui produciamo energia elettrica per 134 mila famiglie?”. No. Ma il termovalorizzatore è senza dubbio la cosa esteticamente più gradevole che si può osservare ad Acerra. Il grande prato e il boschetto lindo che circoscrivono le geometrie futuriste dell’impianto, sorto appena un anno fa, sono assediati da una campagna devastata da due decenni di incendi dolosi; i così detti roghi con i quali la gente si liberava – e si libera – dei rifiuti indifferenziati dandogli fuoco. Si dice che il termovalorizzatore inquina. Eppure l’impianto subisce ispezioni cicliche ed è dotato di sofisticati sistemi di rilevazione, mentre la plastica che si liquefa sulla strada è diossina al cento per cento. E per saperlo non c’è bisogno di nessuna rilevazione anti inquinamento. La gente del posto sostiene che nei campi agricoli coltivati a ortaggi, verdura e frutta che circondano il paese, si nascondano, in certi punti, rifiuti pericolosi che sono stati interrati. E’ il fenomeno di cui parla spesso Roberto Saviano. Uno di questi lotti di terra si chiama Curcio Sperduto, e in effetti è un’area che è stata posta sotto sequestro, una ex cava riempita di fusti e vernici e in seguito ricoperta. Lo sanno tutti. Eppure nelle cronache di Acerra non c’è traccia di sollevazioni popolari contro i trafficanti di rifiuti tossici legati alla camorra. Al contrario, i giornali locali raccontano di manifestazioni più o meno rumorose contro il termovalorizzatore. Prima, durante, e dopo la sua costruzione. Ma anche questo fa parte dei paradossi della Campania travolta dalla mondezza vera e da quella delle chiacchiere, dell’ignoranza e dell’ingenuità di un ambientalismo fiancheggiatorio che, da queste parti, visto il contesto, assume caratteri grotteschi.

Quanto ad Acerra, il paese, a tratti questa cittadina ricorda Ramallah, la capitale dell’Autorità palestinese cresciuta senza regole, come un fungo. Acerra è un perenne cantiere edile, molti palazzi di nuova costruzione e di dubbio gusto, alcuni non sono terminati, manca la facciata esterna, manca un piano, non c’è l’intonaco e si vedono i mattoni forati, ma pare che ci abiti lo stesso la gente. Costruzioni abusive? Forse. Negli ultimi decenni, questo paesone che dilata senza soluzione di continuità la periferia di Napoli per diversi chilometri ha avuto uno spaventoso incremento demografico, tanto da raddoppiare il numero degli abitanti in soli cinquant’anni. E si vede. Così il paradosso più evidente agli occhi dell’osservatore alieno è che il paese è brutto, la campagna stringe il cuore, mentre il termovalorizzatore che secondo i detrattori inquina l’aria e spreca l’acqua è l’unica cosa vagamente a misura d’uomo e dall’apparenza pulita che ci sia intorno.

Ma sarà poi vero che inquina? Le emissioni, non percettibili all’olfatto di un cronista romano, sono monitorate costantemente dalla sala di controllo. E’ uno stanzone pieno di computer, schermi, apparecchiature nuove di zecca e una decina di persone. “Sono tutti ingegneri, alcuni bresciani, altri no”, spiega l’ingegner Bonomo poco prima di spalancare le porte della cosiddetta “fossa”, una specie di bunker dove i camion scaricano tutti i rifiuti che arrivano dai centri di pretrattamento (Stir) prima di essere gettati nel forno attraverso bracci meccanici. Solo in quel momento, di fronte a una massa di centinaia di tonnellate di poltiglia, ci si accorge di avere a che fare con la munnezza. La si vede, è triturata, ma la si può ancora riconoscere. Si avverte un odore di cenere: al termovalorizzatore viene inviata soltanto la cosiddetta frazione secca del rifiuto, il resto, dopo il recupero di plastica e metalli, viene spedito in discarica. Il Forno di Acerra è perennemente acceso, alimentato dai rifiuti. Riversa sulla rete elettrica nazionale 403 Gwh di elettricità prodotta praticamente gratis. “A Brescia si produce anche il riscaldamento per le abitazioni nel comune, 530 Gwh. Sono circa cinquantamila appartamenti”, spiega l’ingegnere, e viene da chiedergli come faccia a spiegare cose complicate con tale facilità. Sorride: “Me lo hanno chiesto anche alla Columbia University: a ottobre mi hanno invitato per spiegare agli studenti di ingegneria come stavamo cercando di risolvere l’emergenza rifiuti in Campania”.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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