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Prova di sfiducia

Quanto può costare a Fini la sua manovra centrista contro il Cav.

Dice di volere un nuovo centrodestra, ma dal 14 dicembre rischia di uscire bene soltanto Casini. Ecco perché

di Salvatore Merlo | 03 Dicembre 2010 ore 21:30

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“Non mi piace l’espressione terzo polo. Ma credo che il centrodestra meriti qualcosa di meglio dell’asse Pdl-Lega. Con molta presunzione voglio contribuire alla nascita del vero centrodestra”. Così ieri Gianfranco Fini a Mestre. Dopo l’annuncio della mozione di sfiducia congiunta con Udc e Api, il presidente della Camera, che a gennaio terrà il primo congresso di Fli, sa di avere imboccato una strada pericolosa. Per costruire il nuovo centrodestra – obiettivo che Fini si è dato sin dal suo ingresso nel Pdl – l’ex leader di An ha bisogno di vincere la battaglia parlamentare contro Silvio Berlusconi il prossimo 14 dicembre. Una sconfitta significherebbe ripiegare su quel terzo polo che non gli piace. Tanto il leader di Fli, quanto alcuni dei suoi più avvertiti consiglieri, sanno benissimo che il nuovo centrodestra non è il terzo polo.

“Il vero Pdl”, di cui Fini ha parlato prima a Mirabello,
poi a Bastia Umbra, non può nascere da un’alleanza organica – elettorale – con Pier Ferdinando Casini, Francesco Rutelli e (chissà) Luca Cordero di Montezemolo. In primo luogo perché i tre soci non sono orientati così, ma pensano, piuttosto, a un progetto neocentrista. Una cosa tutta diversa dall’idea che coltiva Fini.
“Il terzo polo è un’operazione tattica, una triangolazione parlamentare che soltanto in seconda battuta può essere considerata una carta di riserva in caso di elezioni anticipate. Diversamente, l’obiettivo strategico è quello di costruire un nuovo centrodestra, di Fini, ma anche, se possibile, di Casini”, spiega al Foglio il direttore scientifico della fondazione finiana FareFuturo, Alessandro Campi. Lo ha detto esplicitamente ieri lo stesso leader di Fli: “Vorrei costruire il vero centrodestra”.

Eppure al terzo polo,
a questa formazione dai tratti ancora indecifrabili, il presidente della Camera adesso rischia di rimanere legato mani e piedi. A meno che non passi la mozione di sfiducia contro Berlusconi, non si apra la strada di quel nuovo governo con Pdl, Lega, Fli e Udc che conterrebbe in sé l’embrione del nuovo moderatismo postberlusconiano. “Se il Cavaliere si ritirasse, si libererebbero tutte le energie oggi compresse all’interno del Pdl”, dice Campi. “L’ambizione è che queste forze si riaggreghino in una forma diversa. Se Berlusconi sarà sfiduciato e uscirà di scena, il centrodestra come lo si conosce oggi subirà un’esplosione e dovrà ricomporsi. In questo scenario, nuovo e fecondo, tra le macerie, Fini potrà costruire nuove triangolazioni e recuperare i pezzi del Pdl; lavorare per un nuovo rassemblement dei liberali e moderati. Berlusconi ha avuto il merito di dare rappresentanza a un popolo di elettori che gli preesiste e che continuerà ad esserci anche dopo di lui”.

Ma che succede se il 14 dicembre il mai davvero domo Cavaliere dovesse ottenere – anche di poco – la fiducia in entrambi i rami del Parlamento? Il primo timore è che Casini, a quel punto, ritorni sui propri passi. Lui, a differenza di Fini che si è troppo esposto, potrebbe riavvicinarsi al Cavaliere e salvarsi così, mollando il presidente della Camera. Altrimenti ci sono soltanto le urne, e dunque il terzo polo che a Fini non piace. Due soluzioni che soltanto gli avversari più tosti possono augurare all’ex leader di An.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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