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Un altro Indro è possibile

Detestava gli azionisti, derideva i puritani

La destra forcaiola in forma di sinistra antiberlusconiana ha cancellato il Montanelli immoralista e le sue invettive contro tutte le bellurie delle minoranze etiche combattenti. Quando le suonava a Mario Borsa e alla Cederna

di Marina Valensise | 27 Febbraio 2011 ore 08:00

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Volle morire antiberlusconiano Indro Montanelli, fondatore a ottant’anni suonati di un giornale radicale e movimentista, che durò appena una stagione, promosso dai postcomunisti che fra le macerie del Muro di Berlino cavalcavano “la gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto. Ma il famoso giornalista, in vita sua, fu un liberale e un borghese, un conservatore e un anarchico. Soprattutto fu non un antitaliano, ma “un italiano deluso”, come diceva lui, che detestò allo stesso modo comunisti e democristiani, tanto era refrattario agli schemi, alle mode, al fascino del branco. Così, anche lui che da giovane era stato fascista e antifascista, frondeur e libertario, iconoclasta svezzato da Leo Longanesi, e come Longanesi insofferente alla retorica, alla morale dei moralisti amorali, alla muffa e alla saccenteria dell’accademia lontana dalla vita, ebbe un’infatuazione per gli azionisti e il Partito d’azione, da cui però si ritrasse allarmato dal massimalismo che mal si conciliava col suo modo di pensare.
Col tempo, la delusione si trasformò in distacco, antipatia e infine ostilità. Passano vent’anni, e la Repubblica antifascista nata dalla Resistenza gli offrì di nuovo l’occasione per dare battaglia al moralismo puritano e settario, all’intolleranza antiborghese mascherata da democrazia ma identica al fascismo. Montanelli partì lancia in resta contro le signore milanesi invasate di operaismo e contestazione, come Camilla Cederna e Giulia Maria Crespi, pronte a puntare il dito, a decretare l’ostracismo, a comminare condanne, sempre in virtù di una morale superiore, di un’etica inderogabile. E dieci anni fa, quando Angelo D’Orsi, in un saggio pubblicato da Einaudi, scoprì dell’azionismo torinese tutti gli altarini, mostrando i compromessi col fascismo, la viltà e le miserie di quanti si atteggiarono a maestri intransigenti della coscienza e del rigore morale, di fronte ai colpi di ramazza su quel “sacrario dell’antifascismo duro e puro”, Montanelli disse di provare un “fastidio corretto da una punta compiacimento di cui vorrei ma non riesco a vergognarmi”.

E scrisse: “Son sessant’anni che questa confraternita la fa da Corte di cassazione dell’antifascismo e pretende di custodirne in esclusiva il marchio. Intendiamoci: di essa fanno parte degli uomini, da Gobetti a Vittorio Foa, che hanno diritto di essere portati a modello di coscienza morale e civile, ma sono proprio quelli che meno hanno preteso e pretendono d’impartire lezioni. E ora lo scoprire che anche questa confraternita ha avuto i suoi deviazionisti in un saggio ben documentato e pubblicato da una casa editrice insospettabile come l’Einaudi, che è sempre stata il vivaio e la scuola di quel moralismo dal dito teso e dalla smorfia arcigna, beh, sì, mi ha compensato di molti sgarbi che, come tanti altri, ne avevo ricevuto”. Sicché oggi che lo stesso moralismo arcigno dal dito teso, sembra così in auge tanto da ottundere le menti dei liberali, che nell’intento di punire il tiranno con una giustizia esemplare, rinunciano a ogni tutela della vita privata, dimenticando la ragione stessa di quel “sentimento che ciascuno ha della propria sicurezza” che per Montesquieu coincide con la libertà dei moderni, è utile tornare sulla parabola di Montanelli e dell’azionismo.

E’ lo stesso Montanelli, in quell’autobiografia ragionata raccolta da Tiziana Abate, (“Soltanto un giornalista”, Rizzoli 2002) a raccontare come, in nome dell’antifascismo, s’avvicinò al p. d’A. Lui che era stato capitano dei granatieri, già corrispondente di guerra durante la campagna di Grecia e dei Balcani, fascista convinto fino al 1937, ebbe una rivelazione: “Fu la vista dello sfacelo dell’Italia, che il regime stava compiendo sui fronti di guerra, a farmi saltare il fosso. Al ritorno dai Balcani, decisi di passare all’antifascismo insieme agli uomini che avrebbero fondato il Partito d’azione”. A portarlo in quel gruppo dove militavano, fra gli altri, Ferruccio Parri, Leo Valiani, Sandro Pertini, Adolfo Tino e Edgardo Sogno, fu Ugo La Malfa, il futuro capo del Partito repubblicano che, nella primavera del 1941, era un semplice funzionario della Banca commerciale presieduta da Raffaele Mattioli, “l’abruzzese amabile e cerimonioso” con la civetteria della cultura (che sarà il mecenate dell’intellighenzia italiana, l’editore dei classici Ricciardi) e governò la principale banca dell’Italia fascista “facendone la chioccia degli antifascisti”.
Montanelli non aveva nessuna simpatia per la concezione della cultura di Mattioli: alta, elitaria, supponente e sorda al richiamo popolare. “Un giorno – racconta in uno dei suoi aneddoti al napalm – Mattioli mi fece notare che, in un articolo, avevo usato il superlativo ‘facilissimo’ invece del più corretto (secondo lui) ‘facillimo’”. Ecco l’impronta pedante di quel cenacolo esclusivo, del salotto buono riservato a pochi che avevano il dovere, più che il diritto, di sovrintendere ad affari e lingua degl’italiani. “Ecco perché – spiegava Montanelli – pur frequentandolo anche nel Dopoguerra, lo feci sempre più da ospite che non da affiliato, trovandovi alcuni fra i miei migliori amici e alcuni fra i miei peggiori nemici”.

“Fra i migliori amici azionisti”, ricorda oggi Sandro Gerbi, che di Montanelli è con Raffaele Liucci un attento conoscitore (insieme ne hanno scritto la biografia intellettuale in due volumi, “Lo stregone” 2006, e “L’anarchico borghese” 2009, Einaudi), “c’erano sicuramente Ugo La Malfa e Leo Valiani, padri della patria e fari della nostra coscienza politica, maestri, benché isolati e senza molte truppe, di più di una generazione di riformisti”. E nel club amicale di Montanelli, che sapeva distinguere tra l’azionismo torinese alla Gobetti e il Partito d’azione fondato nel 1942, c’era sicuramente Alessandro Galante Garrone, avverte Sandro Gerbi, e cioè l’amico di Norberto Bobbio e Franco Antonicelli, il magistrato integerrimo, biografo di Gilbert Romme che fu tra i padri del giacobinismo francese, e studioso di Buonarroti, padre di una variante socialista delle origini, col quale intrattenne “un lungo e cordialissimo rapporto epistolare, riprova della non ostilità preconcetta”.

Invece fra i nemici ci fu sicuramente Mario Borsa, un vecchio giornalista valtellinese dal passato ineccepibile, già corrispondente da Londra e filolaburista, il quale, quando il Corriere della Sera, ribattezzato Corriere d’Informazione dopo l’8 settembre, venne commissariato dal Cln, ne assunse la direzione. “Risolutamente repubblicano e seguace di Ferruccio Parri, Borsa credeva che si potesse rimodellare l’Italia in base ai criteri puritani del Partito d’azione – ha raccontato Montanelli all’Abate – Fu così che spuntarono liste d’epurazione anche per i giornalisti che avevano collaborato col regime”. Quanto all’attendibilità di queste liste era discutibile, come dimostra, secondo Montanelli, la presenza di Dino Buzzati, un geniale scrittore che “di politica non capiva un accidente”. Infatti, quando scoppiò la guerra, per non farlo ritornare in Abissinia dov’era stato corrispondente, e dove sarebbe finito di sicuro in mano agli inglesi, il giornale dovette insistere perché si desse malato; e dopo l’8 settembre, quando tutti si davano alla macchia, Buzzati era rimasto diligentemente alla sua scrivania. L’epurazione risparmiò Buzzati, ma colpì Montanelli, relegato a occuparsi di cinema per la Domenica del Corriere. “Trattamento dovuto al mio civilissimo, ma inequivocabile divorzio dai vecchi amici del Partito d’azione che, da liberali di sinistra, eredi di Piero Gobetti, s’erano trasformati in massimalisti e non mi perdonavano le mie simpatie monarchiche”.
A Marcello Staglieno, vecchio collaboratore del Giornale e autore di una biografia postuma (“Novant’anni controcorrente”, Mondadori 2002), Indro avrebbe raccontato la stessa cosa, ma in toni lievemente diversi. L’antipatia verso gli azionisti aveva radici non solo politiche (repubblicani loro, lui monarchico, fedele alla sua divisa di soldato, amico di Maria José e con un debole per Umberto) ma esistenziali. Nato nel 1909, Montanelli aveva infatti una tara d’origine, si era trovato a vivere “dentro il fascismo” e suo malgrado. Più tardi, deluso da un regime legato, secondo lui, soltanto a un uomo che incarnava tutti i vizi e le virtù degli italiani, avrebbe accreditato il tentativo di costruire l’antifascismo dal “di dentro”. Ma il 25 luglio 1943, quando Mussolini venne messo in minoranza dal Gran consiglio, Montanelli conobbe i giorni neri della persecuzione e della paura. Gli antifascisti gli rimproveravano la campagna d’Etiopia; i comunisti di essere partito per la Spagna, senza arruolarsi nelle Brigate internazionali (dimenticando, però, che gli articoli sulla Guerra di Spagna gli erano valsi l’espulsione dal partito e l’esilio, quantunque da lettore universitario, in Estonia). I democristiani si accanivano contro il laico e miscredente, mai stato abbastanza papista. “Ma i più severi – dice Montanelli – furono gli azionisti. Davvero insopportabili erano gli azionisti. Mi discriminarono solo per il fatto che ero cresciuto generazionalmente nel Ventennio. E questo discrimine, al di là di ogni ‘aggiustamento’ del mio passato, non l’ho mai mandato giù”.

Dopo l’8 settembre, Montanelli visse da sorvegliato speciale.
Il Comitato di liberazione nazionale si rifiutava di “certificare il suo antifascismo, giudicandolo tardivo”, lasciandolo in balia delle SS, che l’avevano condannato a morte. Montanelli – è la versione Staglieno – pagava di persona la libertà di giudizio del bastian contrario, l’anticonformismo dell’uomo della strada che non voleva scegliere un partito come una fede politica, per essere libero di dire la sua. Passano i mesi, e a fine marzo del 1945, propone all’ex ministro degli Esteri del Duce, Dino Grandi, esule a Lisbona, una storia del fascismo scritta a quattro mani.
Montanelli ha sempre avuto una grande versatilità di contatti e una favolosa capacità di relazioni. Era una specie di Forrest Gump, che incontrava sempre la persona giusta al momento giusto, come Kim Philby, l’agente segreto al soldo dei sovietici, il quale, corrispondente del Daily Telegraph a Salamanca, un bel giorno gli si presenta a casa “in stato etilico avanzato” e si appropria di tutto il suo guardaroba. Ma questa storia del libro a quattro mani con Dino Grandi rivela il rovello dell’antifascista “di dentro”, e il giudizio su quell’intellighenzia democratica di sinistra, azionista di formazione, filocomunista per scelta, emiplegica per necessità (e cioè antifascista sì, ma non antitotalitaria) che avrà un primato nella storia della Repubblica. “Intuivo quanto sarebbe accaduto con la sedicente storiografia italiana postbellica, capace di censurare, grazie a Togliatti e all’editore Giulio Einaudi, addirittura i ‘Quaderni’ di Gramsci”, farà dire infatti a Montanelli Staglieno, anticipando al 1945 quello che accadde trent’anni dopo: “Volevo evitare che venisse cancellata la mia generazione, in una battaglia che si protrasse sino agli anni Settanta, se pensiamo quanto venne demonizzato Renzo De Felice, da quando Nicola Tranfaglia parlò di “pugnalata dello storico”. Il riferimento è alla biografia di Mussolini che De Felice pubblicò da Einaudi, e alla denuncia da parte di Tranfaglia, studioso del Partito d’azione, della deriva “fascista” di editori antifascisti come Einaudi e Laterza.

“Quello che oggi chiamiamo revisionismo ha radici remote”, spiegava Montanelli citando l’“Ex captivitate salus” di Carl Schmitt. “La storia non la scrivono i vincitori, come credeva il tedesco generale Bernhardi. I vincitori scrivono soltanto annali, come Livio. I veri storici sono i vinti, Tucidide, Polibio, Tacito, Tocqueville”. Sin da allora, dunque, Montanelli pensava alla guerra civile, trascendendo la Liberazione e la Resistenza. E quando Grandi gli disse di no, Montanelli inventò l’artificio del manoscritto ritrovato, e pubblicò “Il buon Mussolini”, una sorta di testamento spirituale del Duce che giustifica il suo operato in nome del male minore. Per esempio: Salò. Scelta obbligata per fugare ogni dubbio sulla dedizione alla causa dell’Asse e ottenere da Hitler carta bianca nell’amministrazione del nord Italia (tesi questa che oggi inizia a trovare conferma negli studi dell’apparato amministrativo e militare della Rsi, a lungo negletti). Altro esempio: la sconfitta del fascismo non fu opera delle democrazie, ma effetto della generazione “di dentro” di quelli come Montanelli che “per vent’anni hanno umanizzato il mostro, facendolo protagonista di un’operetta”.
Si capisce come mai un anticonformista che pensava e scriveva cose che molti sentivano ma pochissimi avevano il coraggio di ammettere si dovesse scontrare con “un antifascista duro e puro” come Mario Borsa, che dal fascismo era stato condannato a cinque anni di carcere nel 1935 e nel 1940 era finito in un campo di concentramento. “Animato da un rigore azionista, non poteva certo capire chi rifiutava di appartenera alla ‘generazione saltata’”, chiosa Staglieno. Con tutto il suo rigorismo, come direttore del Corriere Borsa durerà poco. Nell’agosto 1946, verrà costretto alle dimissioni e sostituito da Guglielmo Emanuel che “sottrarrà il giornale alla furia epuratrice azionista”. Ma nei mesi tragici in cui resse il Corriere, cercando fra l’altro, come poi si scoprì, di sottrarre il giornale alla proprietà per rifilarlo al Cln, diede filo da torcere a Montanelli.

Tra i due la corrente non passava.
Montanelli, toscanaccio beffardo, gli presentò il libello su Mussolini, “quello sberleffo all’eccessiva demonizzazione del fascismo in atto da parte del Pci e degli azionisti”, come scrive Staglieno. Borsa lo cestina, senza manco leggerlo, e per togliersi dai piedi l’autore lo spedisce a Norimberga per il processo contro i criminali nazisti, salvo revocargli subito il mandato. “Le mie corrispondenze denunziavano chiaramente delle riserve alla legittimità e all’opportunità politica di quel processo”, spiegherà Montanelli a Staglieno. Della giuria di Norimberga, infatti, facevano parte tutti i vincitori, compresi i sovietici, “il che rendeva le forze politiche italiane dichiaratamente solidali con esse, tant’è che dissentirne era considerato fascismo”. Giudicate “inopportune”, quelle corrispondenze non apparvero mai. E non so fino a che punto fosse chiaro, come risulta sessant’anni dopo, la svendita della cultura italiana al Pci e il ruolo di Palmiro Togliatti che attinse al rigorismo azionista, anzi “sfruttò da maestro le manie epuratrici degli altri partiti, specialmente di quello d’Azione invasato di puritanesimo giacobino, per aggiogare al suo carro coloro che ne erano minacciati”, come disse lo scrittore a Tiziana Abate, per spiegarle “il grande ricatto” al quale tutti gli intellettuali italiani si piegarono, purificandosi alla nuova fonte battesimale del Pci dei loro compromessi col fascismo.

All’inizio degli anni Cinquanta l’antipatia azionista si rinnova. Riccardo Bauer, collaboratore di Gobetti, fondatore con Ernesto Rossi di Giustizia e libertà, movimento dal quale nascerà il Partito d’azione, vittima anche lui del carcere e del confino fascista, prende di mira Montanelli: “I nomi di Gramsci, di Carlo e Nello Rosselli, di Giovanni Amendola e di tanti altri a Indro Montanelli nulla dicono oggi, come nulla dissero ieri. Finge di ignorarli”, scrive infatti sul Ponte. E’ il 1952. Montanelli risponde con una lettera, in cui ricorda all’eroe della Resistenza di aver rinunciato alla tessera del partito nel 1937, “quando la nave sembrava filasse a tutta velocità”. E si spiega: “Con questo gesto non passai e non intendevo passare all’opposizione. Ma quando venne il momento della scelta, fui dalla parte che lei sa e lo pagai come nessun altro giornalista italiano ha saputo fare”. Sul resto nulla da obiettare, ma pur con le dovute differenze Montanelli mette le cose in chiaro. “Capisco come il mio atteggiamento debba stridere su un impegno morale come il suo. Apparteniamo a due razze diverse. E non ho alcuna difficoltà ad ammettere che la sua ha un’etica che la mia non ha. Io sono cattolico, lei è un protestante; lei legge Mazzini, io leggo Machiavelli e Guicciardini; lei è nordico, io son toscano. Tutto ci divide. E tuttavia lei ha torto nel credermi incapace di rispetto per coloro che hanno saputo affrontare più coraggiosamente di me la lotta contro il totalitarismo”.
Enzo Bettiza, che di Montanelli fu collaboratore e amico e nel 1974 lo seguì nell’esodo dal Corriere per fondare il Giornale, parla di “biologia culturale”. “Non direi che Montanelli fosse adatto a capire o a voler capire l’azionismo – dice al Foglio – Credo ritenesse anche Gobetti un gran confusionario. Ma sia nella storia sia nell’attualità politica, coglieva la presenza di questa strana nebulosa di sinistra anche in partiti laici come il Partito repubblicano di La Malfa. E in fondo, di quel movimento che a partire da Gobetti, e superando qualche piccolo spigolo nell’Ordine nuovo era arrivato a Bobbio e Antonicelli, diffidava. C’era una contrapposizione tra il pragmatismo scettico guicciardiniano, presente in lui, e il moralismo pedagogico che lui vedeva ramificarsi in molte frange intellettuali”.
Nel 1956, sarà Montanelli a prendere di mira il moralismo di quanti “abolendo le case chiuse, pensavano di ‘moralizzare l’Italia’”. “Addio Wanda” è il pamphlet surreale dettato dalla legge Merlin. “Servono le cocottes…, ma le cocottes hanno bisogno della borghesia. E la borghesia è morta, uccisa dal proletariato che le cocottes non le vuole, perché il proletariato è moralista”, scrive Montanelli. Morale? “Non resta che l’apertura a sinistra, l’unico delitto che può ancora appassionare la gente”. Secondo Bettiza fu una “longanesata” (da Longanesi, il direttore del Borghese che per la destra conservatrice fu ciò che il Mondo di Pannunzio – creatura di Longanesi e poi suo rivale – fu per i liberali progressisti).

“Montanelli toscaneggia, irridente, ma quando è al meglio, è un moralista che ha sempre fatto dell’amoralità la sua arma morale. Del moralista infatti diffidava. Preferiva deviarne amoralisticamente, per giudicare la morale dei falsi moralisti”, dice Bettiza. Concetto contorto, ma calzante. Anche Paolo Granzotto, altra colonna del Giornale, ne conviene. “Detestava i moralisti, e dunque con tutta l’anima gli azionisti, che lo mandavano in bestia, come i fuoriusciti. Solo con Leo Valiani ebbe una lunga amicizia e molta simpatia. Insieme si divertivano a spettegolare”.
Così quando nel Sessantotto vide tornare le stesse cose che aveva vissuto da giovane, il conformismo dilagante, i movimenti di estrema sinistra che pretendevano, come le avanguardie fasciste, di marciare verso il futuro sventolando le bandiere del passato, proponendo modelli peggiori della società che contestavano, inseguendo il socialismo che i paesi dell’est aborrivano, imponendo un armamentario ideologico ormai in bancarotta, Montanelli insorse. Da borghese, anarchico conservatore, da battitore libero pronto a tutto si mise a fustigare le classi dirigenti, il loro mimetismo, l’utopia moraleggiante, il progressismo a buon mercato, i falsi miti e i cedimenti di fronte a chi scendeva in piazza armato di spranghe e di bombe molotov, nel disprezzo degli usi borghesi, inseguendo l’eguaglianza, imponendo la tabula rasa del sapere, delle forme, della civiltà.

Erano gli anni della contestazione e dell’autunno caldo, ma anche quelli della strategia della tensione, quando le bombe di piazza Fontana riattivarono con la pista anarchica di Pietro Valpreda un clima da guerra civile, aprendo la scia di sangue che dalla morte dell’anarchico Pinelli, precipitato da una finestra della questura di Milano, porterà alla condanna a morte del commissario Luigi Calabresi.

Montanelli entrò in rotta di collisione con la proprietaria del Corriere della Sera, Giulia Maria Crespi, “la zarina”, che aveva aperto i suoi salotti a Mario Capanna e alle brigate dei contestatori bombaroli, e sparò a zero contro Camilla Cederna, la giornalista di costume che assecondava l’operaismo antiborghese di Giulia Maria e la censura rossa e il radicalismo salottiero, sino a farne il prototipo della radical chic, depositaria della coscienza morale e civile della nazione, pronta a inculcarla nelle masse indottrinandole e assumendone la guida. In questo clima, si consuma l’avvicendamento ai vertici del giornale. Il 3 marzo del 1973, la Crespi, non paga di aver “umiliato” il povero Buzzati per le sue critiche d’arte (“E’ impazzita, voleva convocare il povero Buzzati a casa sua, per contestargli di valutare la pittura in un’ottica borghese e di non essere un vero critico d’arte”, si sfoga Montanelli), licenzia in tronco Giovanni Spadolini, lo studioso del Risorgimento, in sella dal 1968, e vende i due terzi della proprietà a Agnelli e Moratti. Subentra alla direzione il genovese Piero Ottone, e il giornale vira all’estrema sinistra borghese. La vecchia guardia viene emarginata. Due settimane dopo, Giangiacomo Feltrinelli si fa saltare in aria su un traliccio dell’alta tensione a Segrate. Molti, per prima la Cederna, gridano all’attentato di stampo fascista. Montanelli non si trattiene. Rilascia un paio di interviste in cui denuncia il nuovo corso al Corriere, le pressioni dei partiti, la gestione sovietica, il cdr in linea diretta con Cgil e Pci, esprime il suo dissenso. Passano due giorni e il nuovo direttore Ottone, incautamente, gli chiede un ritratto della Cederna, “la pitonessa dei salotti radical chic”. Il 21 marzo esce la lettera di Montanelli a Camilla Cederna, un pezzo d’antologia per la violenza e la perfidia, con cui il vecchio giornalista s’accanisce sulla sua preda:  “Fino a ieri testimone furtiva o relatrice discreta di trame e tresche salottiere, arbitra di mode, maestra di sfumature, fustigatrice di vizi armata di ciprie e piumino, ora si direbbe che tu abbia sempre parlato il gergo dei comizi (…). Ti capisco, dev’essere inebriante, per una che lo fu della mondanità, ritrovarsi regina della dinamite e sentirsi investita del suo alto paronato. Che dopo aver frequentato il mondo delle contesse, tu abbia optato per quello degli anarchici, o meglio abbia cercato di miscelarli, facendo anche del povero Pinelli un personaggio da café society, non mi stupisce: gli anarchici perlomeno odorano d’uomo anche se forse un po’ troppo. Sul tuo perbenismo di signorina di buona famiglia, il loro afrore, il loro linguaggio, le loro maniere, devono sortire effetti afrodiasici. Una droga (…). E lo dico non solo per il bene che voglio a te ma per quello che mi hai fatto volere ai tuoi protetti come Valpreda, il quale non credo abbia visto molto di buon occhio la precipitosità con cui hai assegnato al povero Giangi una parte di vittima, che ora rende meno credibile quella di innocente che assegni a lui”. “Una mazzata”, commenterà Prezzolini. “No, solo una candela nella notte – risponde Montanelli – quelli stanno oscurando tutto. E Giulia Maria non me la perdonerà mai”. E infatti, le dimissioni seguiranno insieme all’esodo che porterà al Giornale.

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