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Ritorno alla politica

Crescere, riformare e combattere. Il piano del Cav. è in tre mosse

Oggi i ministri di spesa incontrano un Tremonti recuperato alla causa, da lunedì improcedibilità e federalismo

di Salvatore Merlo | 17 Febbraio 2011 ore 06:59

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Recuperato ieri Giulio Tremonti, osservato lo sgretolarsi del gruppo di Fini al Senato, e confermato l’asse con Umberto Bossi, adesso Silvio Berlusconi intende fare una mossa tripla per rompere l’assedio congiunto dei magistrati di Milano, dei giornaloni e delle opposizioni. Tre carte da giocare insieme: crescita, giustizia, federalismo. Lunedì arriverà a Montecitorio il dispositivo che – come anticipato ieri dal Foglio – facendo perno sull’articolo 96 della Costituzione, porterà a votare “l’improcedibilità” nei confronti del Cav. sul caso Ruby. Un voto che il Pdl si prepara a puntellare con una manifestazione di piazza i cui preparativi procedono con misterioso riserbo perché per il momento l’ipotesi è un deterrente. “Serve – dicono – a dimostrare ciò che per noi è ovvio: non tutti pensano che l’unica soluzione possibile sia quella giudiziaria”. Dunque si deve tornare alla politica, che è innanzitutto economia. Così oggi il recuperato Tremonti (ieri, sorridente, in conferenza stampa con il Cavaliere ha pronunciato per la prima volta la parola “crescita”) riunirà i ministri di spesa. Sacconi, Gelmini, Fitto, Romani, Brunetta e Calderoli presenteranno una lista di richieste. Il superministro farà una sintesi e varerà la versione europea del piano italiano per la crescita, che sarà presentato ad aprile a Bruxelles. In fine, il federalismo. La riforma dovrà essere completata entro la fine di marzo. E’ questo l’accordo che lo stato maggiore leghista, in difficoltà ma leale, ha siglato con il premier martedì notte a Palazzo Grazioli. “E’ anche la mia riforma”, ha garantito Berlusconi. Tutti messaggi di ottimismo, scevri dai toni aspri che spiacciono al Quirinale (ma “non remissivi” nei confronti degli avversari), che il Cav. ha condensato in un video registrato ieri e non ancora reso pubblico.

Nonostante lo spirito di rilancio sia ora condiviso dal governo e dalla maggioranza in tutte le sue declinazioni, le preoccupazioni restano. Non ci sono soltanto i processi. Berlusconi sa che una volta concluso l’iter del federalismo municipale, dopo marzo, dovrà trovare il modo di recuperare il valore e il senso della storica alleanza con la Lega. Altrimenti, è il dubbio del suo entourage, una volta incassata la riforma, Bossi potrebbe tornare a invocare le urne; e stavolta risulterebbe difficile non assecondarlo. Non è infatti escluso che, in prospettiva, questa opzione sia condivisa anche dal Cav. La Lega, per adesso, si muove secondo questa filosofia: “Prima il federalismo, poi si apre un’altra fase e si vedrà”.
Ma quelle a venire si profilano come le settimane della compattezza. Lo ha rivelato ieri un Giulio Tremonti ritrovato alla causa del governo, del presidente del Consiglio e delle politiche di sviluppo. Quali le ragioni della mezza marcia indietro tremontiana? “Il paese è fermo e qualcosa va fatta. E’ stato un atto dovuto. I giornali hanno descritto Tremonti come fosse Gianfranco Fini. I sospetti andavano estirpati. E poi non si può stare fermi, aspettando che ci facciano tutti fuori per via giudiziaria. Quello di Berlusconi è anche il governo di Tremonti”, dice al Foglio uno degli uomini più vicini al ministro. Due destini collegati. Politica dunque, legittime ambizioni proiettate su un futuro che non può poggiare su sangue e macerie. E d’altra parte tra il premier e il suo ministro dell’Economia è stato siglato un onorevole compromesso: Tremonti metterà qualche soldo e si orienterà alle politiche di crescita, mentre il Cavaliere cercherà di non invadere troppo il campo di azione sul quale il ministro è campione riconosciuto. “Con Berlusconi abbiamo fatto: tesi, antitesi e sintesi”, pare abbia commentato Tremonti riferendosi anche alle tensioni delle settimane scorse sulla prima versione del piano crescita.

Ma riprendere i fili dell’azione di governo, completare il federalismo e respingere la soluzione giudiziaria, dal punto di vista del Cavaliere rappresentano una complessa operazione che passa dal recupero di singoli deputati. Denis Verdini è certo che quota 320 sia raggiunta. Berlusconi, con il consueto ottimismo, punta a 325. Stavolta, però, i calcoli poggiano su più di qualche riscontro oggettivo. Il neonato partito di Fini ha perso il gruppo del Senato per la defezione di Giuseppe Menardi. E i riflessi della contrapposizione interna a Fli, tra chi guarda al centrosinistra e chi teme l’abbraccio di D’Alema, si riverberano anche alla Camera con esiti probabilmente favorevoli all’allargamento della maggioranza.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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