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L'aria buona di Roma

Per il federalismo, varato un decreto storico (con il disappunto del Quirinale e tra le grida delle opposizioni). Giustizia, una solida maggioranza demolisce alla Camera il teorema perquisitorio dei pm

di Salvatore Merlo | 04 Febbraio 2011 ore 06:59

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Il federalismo municipale, nonostante il pareggio dei voti in commissione bicamerale, è stato approvato tra gli applausi del Cdm; e la Camera ha votato per la restituzione ai pm degli atti sul caso Ruby. La maggioranza ha guadagnato un voto in più rispetto ai 314 ottenuti il 14 dicembre sulla mozione di sfiducia al governo e confermati la settimana scorsa sulla mozione di sfiducia al ministro della Cultura Sandro Bondi. “Il governo tiene e la maggioranza va avanti”, ha detto Umberto Bossi. Ma fino a tarda sera è rimasta viva un’incognita: il Quirinale, cui spetta l’emanazione del decreto.

Giorgio Napolitano ha manifestato un informale disappunto, sollevando una questione interpretativa che riguarda il pareggio in bicamerale: il voto va considerato “un parere non dato” dal Parlamento (come sostiene il governo) o va giudicato una bocciatura (come sostiene Gianfranco Fini)? A Palazzo Chigi, ieri notte, erano tutti certi di poter rassicurare il presidente della Repubblica: i dubbi procedurali non saranno tali da giustificare una mancata emanazione del federalismo. “Non ci sono stati strappi rispetto alle indicazioni del Parlamento”. Eppure Gianni Letta aveva chiesto più tempo per negoziare con la presidenza della Repubblica, consigliando un rinvio del Cdm. Ma Berlusconi ha preferito accontentare subito il leale alleato leghista confidando sulle parole pro federalismo pronunciate da Napolitano due giorni fa a Bergamo. L’ipotesi di uno scontro istituzionale con il Quirinale, dalle parti del Pdl, viene esclusa.

Così ieri la Lega non ha dato seguito alle proprie intenzioni più bellicose, nonostante il nervosismo serpeggi all’interno delle sue file ancora divise tra chi asseconda lo spirito pugnace di Roberto Maroni e chi segue invece la via del placido negoziato di Roberto Calderoli. “Il primo morde, il secondo porta il cerotto”, dice l’ex ministro berlusconiano Mario Landolfi. Un po’ gioco delle parti, un po’ no. Perché – suggerisce Landolfi – alla fine decide solo Bossi, “che si tiene alle spalle dei suoi due colonnelli con l’intelligenza di chi sa fare davvero manovra politica”. E il leader padano, che fino all’ultimo ha perorato la causa del federalismo in Bicamerale spingendosi anche all’interno dello studio del presidente della Camera, ieri sera ha preso atto di un voto “politico e non tecnico” da parte delle opposizioni in Parlamento. Un “no” tattico, di Pd e Terzo polo, rivendicato sia in privato da Fini (“il problema è Berlusconi”, avrebbe detto a Bossi) sia in pubblico da Pier Luigi Bersani: “Se Berlusconi fa un passo indietro si creano le condizioni per discutere sul federalismo”. Tentativi di incunearsi tra Lega e Pdl. Ma Bossi non ha lasciato spazi: “Il governo va avanti”.
“La disponibilità alle modifiche era stata massima”, raccontano nel Pdl. Ieri mattina Berlusconi in persona, dopo aver avuto un colloquio con il capogruppo finiano in bicamerale, Mario Baldassarri, si mostrava ottimista: “Abbiamo concesso molto. Tremonti ha persino trovato 1 miliardo per finanziare le modifiche chieste da Fini e Casini. E’ pronto un bonus per chi prende le case in affitto”. Eppure le opposizioni hanno votato contro, provocando fastidio dalle parti dell’Anci, l’associazione dei comuni presieduta dal sindaco pd di Torino, Sergio Chiamparino, che aveva dato parere favorevole all’ultima versione del testo. Sembra che Chiamparino, di cui la Stampa pubblica oggi un’intervista non priva di problematicità intorno all’atteggiamento del Pd in tutta la vicenda, avrebbe preferito che il suo partito si fosse astenuto.

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