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L’Italia, punti cardinali

Giacomo Biffi elogia la grandezza degli italiani che i risorgimentali preferirono dimenticare

di Maurizio Crippa | 17 Marzo 2011 ore 06:59

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"Liberi non sarem se non siam uni”. Tale fu la forza dell’aspirazione all’unità politica, che “Alessandro Manzoni per amore di questo ideale compie perfino il sacrificio di scrivere uno degli endecasillabi più brutti della letteratura italiana”. Si concede uno dei suoi guizzi di tagliente ironia il cardinale Giacomo Biffi, ed è significativo che la sua lama vada a colpire il massimo scrittore cattolico dell’Italia pre e anche post risorgimentale, che ha offerto un contributo non secondario a quell’unità d’Italia che la chiesa ha dapprima subito e poi a lungo contestato. Un contributo sincero e generoso ma non esente, questo il senso della battuta che il cardinale riserva al suo amato Don Lisander, da qualche pecca nella lettura dei fatti. E rileggere i fatti nella loro giusta prospettiva è invece quantomai utile, sottintende Biffi, proprio ora che, sull’onda del 150° anniversario, la chiesa si dispone non solo a rivendicare il proprio contributo, come in passato, ma a sposare in pieno la causa dello stato unitario.

Il cardinale emerito di Bologna è uno dei rari uomini di chiesa dell’ultimo cinquantennio ad avere coltivato, sia come pastore sia come saggista, una riflessione complessiva sulla storia italiana e sul Risorgimento in particolare, offrendone un giudizio sempre equanime, pur senza negarsi le punzecchiature e le letture à rebours che rendono preziosa la sua lunga opera di “italiano cardinale”, come ha voluto lui stesso definirsi nella sua autobiografia. Biffi è dunque uno dei più accreditati per inquadrare in una prospettiva originale, ma equilibrata, il rapporto tra il cattolicesimo inteso come fattore costitutivo dell’identità italiana, e l’identità degli italiani come nazione. Proprio in un momento in cui il pensiero cattolico in materia sembra oscillare, sotto le tensione delle celebrazioni, tra il convinto “neoguelfismo” che aleggia sulle istituzioni e la crescita di un baldanzoso “neosanfedismo”, alimentato da tutte le nouvelle vague antiunitarie.

L’idea che guida invece Biffi è sintetizzata nella frase che si legge sulla quarta di copertina de suo ultimo libro, “L’unità d’Italia - Centocinquant’anni 1861-2011 - Contributo di un italiano cardinale a una rievocazione multiforme e problematica”, pubblicato dall’editore senese Cantagalli: “E’ vero che in qualche modo si era dato origine all’Italia politica; ma agli occhi del mondo gli italiani esistevano già da almeno sette secoli e, proprio come italiani, erano oggetto di stima e di ammirazione da parte di tutti gli altri popoli”. Un saggio sintetico, un’ottantina di pagine come sempre godibilissime, dove sintetico va inteso nel significato più intelligente del termine: la capacità di Biffi di riportare la “multiforme e problematica” questione dell’Unità a un punto di vista che, non trascurando nessuno degli aspetti della realtà, sia ordinato a uno sguardo organico e non teorico. Che è poi quello della “realtà cattolica” nella storia d’Italia.

Per avere una visione che domini la materia, occorre scegliere il punto di osservazione giusto. Il punto di vista da cui parte Biffi per poter dare ragione del suo giudizio sugli italiani che “esistevano già da almeno sette secoli” (già questo un argomento controcorrente, in un clima poco celebrativo in cui una buona parte delle riflessioni gira attorno all’idea negativa che gli italiani, “l’identità italiana”, ancora oggi invece non esistano) è di spostare di qualche decennio all’indietro la data d’inizio del Risorgimento.

Nel 1796, la calata in Italia dei francesi della Rivoluzione. “Un’invasione di tipo nuovo”, scrive Biffi. Tra le “novità rimarchevoli”, c’è il fatto che si tratta per la prima volta di “un esercito di ladri”, prima di allora nessun conquistatore si era mai permesso “di derubarci delle nostre opere d’arte”. Ma, soprattutto, si trattava di “ladri forieri di una novità”, scrive Biffi: “Quell’esercito di ladri erano anche, per così dire, un esercito di ‘missionari’. Nascosto negli zaini di quei soldati entrò in Italia l’annuncio di un radicale capovolgimento delle regole di convivenza sociale… In quegli zaini era idealmente contenuto un asserto particolarmente significativo: ‘Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione’”. Commenta Biffi: “Non si fa fatica a immaginare quanto dovette apparire perturbante e innovativa questa inaudita concezione circa l’origine dell’autorità e del potere, e di conseguenza circa le condizioni del loro legittimo esercizio”.

Per Biffi è insomma la fine dell’Ancien Régime in Italia – da non confondere, e lui non la confonde, con la fine del potere temporale dei Papi – ciò che fonda le regole del nuovo gioco, il gioco del Risorgimento. Ma il fatto che la mossa d’avvio del processo unitario sia illuminista, costituisce la vera tara di partenza. Il successivo processo non potrà avvenire che su una base ideologica, e i risorgimentali saranno costretti, per farsi dare ragione dai fatti, a negare due dati importanti della storia. Primo, il fatto che l’unità nazionale degli italiani esistesse già. Significativamente, l’altra rasoiata del libro Biffi la riserva a una delle massime icone risorgimentali, Massimo d’Azeglio, la cui “universalmente lodata” sentenza sugli italiani ancora da fare “appare in tutta la superficialità e incongruenza storica”. Per dar corso al suo astratto punto di vista, era necessario affermare che per costruire la nuova Italia si dovesse distruggere quel che c’era. Esattamente ciò accadde con la distruzione dell’Ancien Régime in Francia, e con ogni altra rivoluzione dei secoli successivi.

L’altro errore è che, per giustificare questo stravolgimento del corpo vivo di una nazione, fu necessario ai risorgimentali obliterare gli ultimi due secoli della storia italiana, con una curiosa damnatio memoriae del Settecento che invece, esemplifica Biffi, fu l’ultimo secolo di splendore: “Fino allo sconquasso napoleonico si irradia ancora dall’Italia su tutti i popoli una luce ammirata di civiltà”: da Vienna, dove la lingua ufficiale della musica è l’italiano, a San Pietroburgo, costruita dal nulla da architetti italiani, dalla storiografia di Muratori alle scienze di Volta e Spallanzani. “Risorgimento”. Ma da quale morte presunta?

Quella di Biffi non è una difesa dell’antico potere né tantomeno del potere temporale, sul quale il giudizio storico della chiesa è del resto ormai sedimentato e condiviso. Tra l’altro, va notato che il suo non è un saggio sui rapporti tra chiesa e stato, né un testo apologetico, ma un laicissimo discorso sull’unità d’Italia. E’ invece il tentativo di argomentare, riconoscendo anche le cose buone che dall’unità statale sono venute, come la debolezza dell’intera operazione sia nata proprio da un malinteso ideologico: che gli italiani non ci fossero. O peggio, che ciò che ne aveva fin lì decretato la grandezza fosse ormai solo merce da buttare. Il corpo centrale del saggio è allora proprio un rapido excursus per dimostrare quel carattere italiano e la sua eccellenza pre-unitaria. Stavolta, per trovare il suo originale punto d’osservazione, Biffi ricorre a due citazioni straniere. Una di Dostoevskij, e una del grande filosofo ortodosso Vladimir Solov’ev. Scrive Dostoevskij nel 1877: “L’Italia porta con sé da duemila anni un’idea grandiosa, reale, organica: l’idea di un’unione generale dei popoli del mondo, che fu di Roma e poi dei Papi. E il popolo italiano si sente depositario di un’idea universale e chi non lo sa lo intuisce…

Ebbene, che cosa ha fatto il conte di Cavour? Un piccolo regno di secondo ordine, che non ha importanza mondiale, senza ambizioni, imborghesito”. Ma è Solov’ev che nel 1895 scrive che “tra tutti i popoli europei il primo che raggiunse un’autocoscienza nazionale fu l’Italia”. E giustifica l’affermazione con un prezioso florilegio d’arte e di storia: “A simili condizioni il patriottismo non ha bisogno di essere difeso e giustificato: si giustifica da sé nei fatti, manifestandosi come forza creatrice e non come una riflessione infeconda o come il trasalimento di un pensiero ozioso”. Insomma l’Italia c’era. E commenta Biffi che, al paragone della visione di Solov’ev, “la prospettiva che ha animato il Risorgimento rivela una povertà impressionante e una sostanziale inadeguatezza; e la pessimistica descrizione desanctisiana della cultura e della vita italiana tra la fine del Rinascimento e l’inizio del Risorgimento – con tutta la sua ossessione anticontroriformistica – appare ideologicamente condizionata e del tutto unilaterale”.

Solo che questa gloriosa identità italiana, certo non solo cattolica, coincide largamente con quella che Biffi chiama “l’inculturazione italiana della fede cristiana”. “Le genti d’Italia – tutte le genti d’Italia – hanno attraversato i secoli nella certezza di provenire da un Dio, Creatore e Padre; sorrette da una speranza di una vita eterna, che va meritata nella vita terrena; con l’impegno a tentare di vivere come fratelli (senza troppo riuscirci) e a realizzare questo impegno nelle opere anche sociali di carità”.

Non si tratta, per Biffi, di un discorso rivendicativo per rimettere sotto una implausibile tutela morale l’Italia e gli italiani, contestando legittimità alla storia dello stato unitario. L’appassionato “italiano cardinale” ci tiene piuttosto, nell’analizzare l’atteggiamento che il movimento risorgimentale ha tenuto nei confronti della “realtà cattolica”, a sottolineare il peccato di presunzione e astrattezza di chi ha pensato di fare a meno di quel patrimonio, “un patrimonio che poteva essere posseduto talvolta in forma confusa e sottintesa”, ma “che ha segnato in modo decisivo la mentalità del nostro popolo”. E che ha dato i suoi frutti attraverso un “radicamento almeno implicito nelle menti, nei cuori, nelle coscienze”. E’ bello questo aggettivo, “implicito”, che il Biffi usa con la naturalezza di chi conosce in profondità il popolo cui appartiene, e dunque senza la necessità di doverci costruire sopra castelli politici o culturali. Ma poiché la sua “rievocazione” arriva giocoforza all’oggi, Biffi ci tiene a sbarazzare il campo dagli equivoci: “L’unificazione di centocinquant’anni fa è indubbiamente un valore”, scrive. Ma bisogna “superare quanto di negativo e di manchevole in essa si è stati costretti a rivelare”. Il che, per il cardinale ambrosiano che ha insegnato dalla cattedra di Petronio a Bologna, già seconda capitale dello Stato pontificio, corrisponde sostanzialmente al raggiungimento dell’autentica “laicità dello stato”, quella che garantisce la vera libertas ecclesiae nella cultura, nell’educazione e in ogni ambito della vita civile in cui alla chiesa sia possibile svolgere la funzione di educazione, implicita ma anche esplicita. In modo da non più dimenticare il ruolo svolto dalla “realtà cattolica” nell’edificazione della grande identità nazionale.

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