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Pdl come il Pd, a Napoli si consuma l’esplosione della politica

di Salvatore Merlo | 15 Marzo 2011 ore 18:41

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A Napoli i partiti sono deflagrati, nel centrodestra come nel centrosinistra, e tra gli osservatori, in città, si parla di sindrome napoletana, un misto di feudalesimo politico, pasticci di potere, eccessi centralistici e accuse di connivenza con il malaffare che a Napoli ormai gli attori sulla scena si scagliano addosso con una facilità che fa impressione. A un mese dal termine ultimo per la presentazione delle candidature, i concorrenti alla poltrona di sindaco sono sette; ma nessuno di questi rappresenta davvero, omogeneamente, il centrodestra o il centrosinistra. I partiti faticano a trovare un quadro unitario al loro interno e i due schieramenti, i due poli che con disordinata costanza dal 1994 hanno incarnato il bipolarismo italiano, sono di fatto già dissolti. Per la sinistra, dopo la vicenda grottesca delle primarie annullate, corrono il prefetto Mario Morcone, candidato dal Pd e oggetto di malizie giudiziarie da parte del Fatto quotidiano, e l’ex pm Luigi de Magistris, candidato dall’Idv di Antonio Di Pietro e destinato a erodere i consensi – per la verità non straripanti secondo i sondaggi – del poco noto avversario di area democratica. Per il centrodestra corrono invece l’imprenditore Gianni Lettieri, con il Pdl (almeno così pare), e il professore Raimondo Pasquino, con il Terzo polo. Il primo è stato presidente dell’Unione industriali, è amico di Gianni Letta e di Luca Cordero di Montezemolo; il secondo è il rettore dell’Università di Salerno, candidato da Pier Ferdinando Casini: centrista, demitiano, gradito anche a settori moderati della ex Alleanza nazionale e persino del Pdl. Ma se è vero che la candidatura di Pasquino è di per sé poco più che un disturbo per Lettieri, in realtà il quadro del centrodestra è preoccupante per lo stato di litigiosità e indecisione che affligge il partito di Silvio Berlusconi a Napoli. Perché Lettieri è fatto oggetto di un bombardamento interno alle file del suo stesso schieramento. E’ osteggiato dal sistema economico e di potere che per anni ha incarnato gran parte del centrodestra in città: non solo il gruppo degli ex An di area alemanniana, tra cui il potente assessore Marcello Taglialatela (che per la verità fa buon viso a cattivo gioco), ma tutto il gruppo imprenditoriale che ancora si riconosce nell’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato (“Lettieri sindaco? Napoli non merita anche questo”). E non è poca cosa.

Oltre a essere un non amico del governatore della Campania, Stefano Caldoro, Lettieri vede sfilare contro di sé pezzi pregiati dell’establishment imprenditoriale del centrodestra: la Confesercenti, la Confcommercio, la Confartigianato e una serie di cognomi pesantissimi: dall’armatore Manuel Grimaldi, nipote di Achille Lauro, a Gennaro Moccia, il primo socio privato di Metropolitana Napoli, passando per Luca Moschini, l’uomo che produce i laminati in alluminio Domopak.
“Il Pd si è massacrato con la storia delle primarie vinte da Cozzolino e poi annullate per decisione romana. Ma il Pdl non sta meglio”, dice al Foglio Virman Cusenza, il direttore del Mattino. “In diciassette anni di opposizione al sistema bassoliniano, il centrodestra non ha saputo produrre una propria classe dirigente. Il risultato è che oggi hanno un candidato osteggiato da una parte del mondo imprenditoriale e da un pezzo consistente del suo stesso partito. Le elezioni a Napoli avranno un rilievo nazionale, lo ha fatto capire anche Berlusconi. Ma la verità è che qui, al primo turno, non vincerà nessuno. I principali candidati dei due poli non convincono fino in fondo, per primi, i loro stessi schieramenti”. Conclude Cusenza: “Ciò che emerge è la scomposizione dei partiti e del tessuto connettivo, sociale, politico ed economico che li teneva insieme”.

Un cortocircuito che sembra frutto delle faide interne a un centrodestra immaturo (nella migliore delle ipotesi) e a una sinistra riformista che invece appare afflitta da un preoccupante stato di minorità culturale nei confronti delle ali estreme del suo schieramento. La vicenda delle primarie del Pd, che sabato ha portato ancora Massimo D’Alema e il neo candidato Morcone a essere contestati da alcuni militanti democrat a Napoli, è esemplificativa. Dopo la contesa tra il candidato bassoliniano Andrea Cozzolino e il “migliorista” (amico di Giorgio Napolitano) Umberto Ranieri, vinta e di molto dal primo, sono apparse foto di cinesi ordinatamente in fila per votare (dicono a favore di Cozzolino) alle primarie del Pd. Imbarazzo, litigi, accuse violentissime di brogli, ma nulla di fatto; finché non è intervenuto – dall’esterno – Roberto Saviano. “Le primarie vanno rifatte”, ha detto lo scrittore il 22 gennaio scorso a Repubblica tv. Parole che devono avere innescato un misterioso meccanismo, perché nello stesso giorno dopo tre minuti – nonostante le denunce risalissero a molto prima – è arrivata questa dichiarazione di Bersani alle agenzie: “Adesso bisogna fare chiarezza”. Così, alla fine, è piovuta da Roma (e non senza dubbi) la candidatura del prefetto Morcone, preceduta dalla discesa in campo del dipietrista disturbatore De Magistris e da qualche articolo non certo simpatizzante nei confronti di Morcone da parte del Fatto quotidiano, giornale un po’ consanguineo a De Magistris. Un titolo su tutti: “Vedi Napoli e poi vota l’inquisito”. Ci si può immaginare su che toni si giocherà la campagna elettorale.
E dunque la storia tormentata della candidatura del Pd assomiglia a quella del Pdl. Morcone viene scelto da Roma in seguito a uno scontro locale, così come Lettieri pare sia stato scelto da Roma (da Palazzo Grazioli) per la debolezza litigiosa del Pdl campano (il cui coordinatore regionale è Nicola Cosentino, indagato per presunti rapporti con la Camorra). Ma né l’una né l’altra candidatura hanno risolto l’impasse, anzi. Ne sono una certificazione. Più di prima a Napoli si cerca una soluzione al feudalesimo emerso dalle rovine del ventennale sistema di potere bassoliniano.

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