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Se non è tardi

Ecco le condizioni della Lega per fare la pace con il Cav. bombardiere

Pronto a votare contro l’escalation in Libia (ma il governo reggerebbe), Bossi prepara la lista delle subordinate

di Salvatore Merlo | 02 Maggio 2011 ore 13:15

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“Voglio ricucire con Bossi”, ha detto ieri Silvio Berlusconi dopo aver incontrato al Quirinale Giorgio Napolitano e dopo, pare, avere chiesto “una mano” al presidente della Repubblica. La domanda è: cosa vuole Umberto Bossi per “ricucire” con il Cavaliere? In proposito esistono due scuole di pensiero all’interno del Pdl, e della più impenetrabile Lega. La premessa è che, salvo al momento imprevedibili sorprese, la settimana prossima alla Camera si voterà una mozione sul coinvolgimento militare in Libia e la Lega minaccia di pronunciarsi contro il proprio alleato di governo, il Pdl. “Uno scenario da evitare”, spiega con proccupazione al Foglio il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano.

Ma come si può evitarlo? Cosa si può offrire alla Lega neutralista e nervosa? Cosa vuole davvero Bossi?
La versione più accreditata è che la settimana prossima la Lega voterà in difformità rispetto al Pdl, ma senza alcun effetto sulla tenuta del governo. “Berlusconi, per come sta messo, in questa fase digerisce anche i sassi”, dicono alcuni dei suoi amici più antichi. E d’altra parte la Lega e il suo leader avrebbero già ottenuto, in queste ore, il massimo risultato possibile ribadendo la propria (e di Giulio Tremonti) indispensabile centralità all’interno della coalizione. Eppure c’è anche una seconda corrente di pensiero, un po’ più prosaica. Secondo una attendibile fonte di marca tremontiana esiste una lista di richieste più o meno esplicite. Posto che interrompere i bombardamenti sulla Libia non è nel novero di ciò che realisticamente si può fare, la Lega sarebbe disponibile a votare assieme al Pdl se: il partito di Berlusconi si impegna su una mozione (scritta dalla Lega) che pone un termine temporale all’impegno militare in Libia; se la suddetta mozione esclude categoricamente – anche in caso di future risoluzioni Onu – un avallo a operazioni militari di terra; se Matteo Salvini diventa vicesindaco di Milano; se il rimpasto di governo, e l’ingresso in massa dei Responsabili (tutti sudisti) viene contenuto nel numero di cinque nuove poltrone bilanciate, magari, da qualche ingresso leghista al governo; se gli attacchi, anche giornalistici, a Tremonti avranno termine. Possibile? Verosimile. D’altra parte non ci sono troppe alternative. All’ipotesi di un governo tecnico, con Roberto Maroni (o Tremonti) premier non crede nessuno. Lo stesso vale per una crisi di governo che esploderebbe (con effetti drammatici) alla vigilia del voto per le amministrative. Uno scenario cui non crede per primo, temendolo, nemmeno il Pd.

Sulla copertina di Panorama, oggi in edicola, campeggia il ministro dell’Economia Tremonti, le mani in tasca e un interrogativo in grassetto alla sua sinistra: “Si stava meglio quando non c’era lui?”. La risposta, nell’approfondito dossier all’interno del settimanale, è abbastanza diplomatica. Persino conciliante. Come lo è stato ieri Berlusconi in persona. “Riconfermo la mia piena fiducia nel ministro Tremonti. E’ impegnato con me a ritrovare con la Lega i termini di un comune impegno politico anche sulla politica estera”, ha detto il Cavaliere. Forse il capitolo Tremonti è per il momento chiuso. Forse. Per il momento. Ma quali siano i termini “di un comune impegno politico con la Lega” non è del tutto chiaro, né al premier né alla porzione più moderata del suo frastornato entourage (“avevamo appena fatto pace con La Russa e gli ex di An, ci mancava adesso quest’altra grana…”).

C’è chi sostiene che le durissime prese di posizione della Lega contro il Cavaliere siano la risposta a un’offensiva che il Carroccio ritiene di aver subìto dai settori berlusconiani (da Giancarlo Galan e Franco Frattini, complice il premier) nelle ultime settimane. Prima il caso Lactalis (i produttori di latte, che votano Lega, sono molto scontenti), poi gli attacchi concentrici rivolti a Tremonti, infine le decisioni sulla Libia prese “senza nemmeno consultarci”. La Lega starebbe semplicemente reagendo, nel tentativo di ristabilire – e persino ribaltare a proprio vantaggio – gli equilibri di potere all’interno del governo e della maggioranza. Vero, anzi possibile. Com’è verosimile che all’origine della “politica dei distinguo” messa in campo da Bossi – con protagonista Roberto Maroni – ci sia l’assioma che l’amico Tremonti ripete da mesi. Il calcolo strategico impone di marcare una distanza fin troppo avvertibile, se non proprio da Berlusconi, dall’apparato – considerato caduco e inaffidabile – che sta intorno al premier. Dice Tremonti: “Il Pdl è Berlusconi. Senza Berlusconi il Pdl non esiste. Dopo Berlusconi la domanda non è ‘chi’ lo sostituirà, ma ‘cosa’ ci sarà”.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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