ACCEDI | REGISTRATI | INFO


Fin che la Carta va

Perché sulla giustizia Napolitano non intende rompere con il Cav.

Chiuso il malinteso con il Quirinale sulla prescrizione breve, Berlusconi può pensare alla fase due del governo

di Salvatore Merlo | 16 Aprile 2011 ore 06:59

COMMENTA 0 |   | 

“Dopo Pasqua partirà al Senato la riforma della giustizia e stavolta voglio andare fino in fondo anche con quella del fisco”. Ieri Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli, lo ha ripetuto anche all’ex ministro Antonio Martino. Riassorbito il quasi incidente con il Quirinale sul processo breve, con la nota nella quale la presidenza della Repubblica ha specificato che “non c’è nessun intervento preventivo” e che “l’esame comincerà soltanto prima della promulgazione”, il presidente del Consiglio appare più sicuro di poter archiviare il processo Mills. In fondo al tunnel delle aule di giustizia e del fango mediatico, a via del Plebiscito si intravvede la fase due della legislatura: ripresa dell’iniziativa politica e di governo, riforme. Ma chissà. La prescrizione celere, adesso all’esame del Senato, rimane la precondizione necessaria, una polizza sulla tranquillità nella navigazione. I costituzionalisti interpellati si sono espressi in termini ottimistici sulla conformità della norma alla Carta. E ieri il Guardasigilli Angelino Alfano ha trovato “molto rassicurante” e positivo l’intervento con il quale il presidente emerito della Corte costituzionale, Valerio Onida, sul Messaggero, ha escluso profili di incostituzionalità. D’altra parte non c’è giudice, o ex giudice costituzionale, che non abbia una certa consuetudine con le stanze del Quirinale.

Sebbene Giorgio Napolitano mostri
di voler rimanere in equilibrio (dopo una dichiarazione palindroma, che gli era stata estorta), negli ambienti berlusconiani adesso prevalgono caute valutazioni di ottimismo sulle possibili decisioni del capo dello stato, chiamato a promulgare una legge che l’intero entourage berlusconiano considera la condicio sine qua non per aprire una seconda fase. L’adagio di Alfano in queste ore è inequivocabile: “Se non riempiamo di provvedimenti questi due anni di governo, non rimarrà nulla”. Anche al Quirinale non sfugge il rapporto diretto tra la prosecuzione fluida della legislatura e l’approvazione della legge sulla prescrizione celere. D’altra parte i dubbi espressi dal capo dello stato sono stati sempre rivolti al metodo di lavoro e non al merito delle leggi.

Ad esclusione dei decreti, gli interventi di Giorgio Napolitano – che non ha affatto rinunciato alla moral suasion – hanno per lo più puntato a frenare, e ammorbidire, le forzature di Silvio Berlusconi. Specie in materia di giustizia, tema sul quale la presidenza della Repubblica ha idee non sempre coincidenti con le posizioni più diffuse nel Partito democratico. Il processo breve non fa eccezione. L’unico segnale diretto e inequivocabile registrato dal governo risale all’inizio di aprile, a un colloquio riservato tra Napolitano e il Guardasigilli Angelino Alfano. In quell’occasione, com’è spesso capitato tra il giovane ministro e l’anziano presidente che caldeggia autorevolmente una riforma condivisa della giustizia, i due si sono trovati d’accordo: alcune leggi ordinarie in materia possono danneggiare l’iter della grande riforma costituzionale. Ma il presidente, nei giorni in cui il Csm annunciava un plenum e un parere che sarebbe poi stato negativo, non si riferiva alla prescrizione celere; quanto piuttosto all’emendamento del leghista Gianluca Pini relativo alla responsabilità civile dei magistrati. Una questione di metodo: come si potrà approvare la riforma costituzionale, in un Parlamento profondamente lacerato e in un clima da guerra civile fredda? Le valutazioni del capo dello stato oggi non differiscono da quelle dei primi di aprile.

 E’ in questa chiave che vanno interpretati dunque gli intendimenti della presidenza della Repubblica intorno alla norma sulla prescrizione celere. Quando, e se, la prossima settimana Alfano avrà un colloquio con Giorgio Napolitano, il ministro – oltre a illustrare una norma “rispettosa del dettato costituzionale” – potrebbe persino rendere espliciti i ragionamenti che si fanno in queste ore nell’entourage di Palazzo Grazioli. Ovvero: il migliore modo per ammorbidire le intemperanze, e le forzature, del Cavaliere è proprio quello di metterlo al riparo rapidamente dai processi di Milano.

© FOGLIO QUOTIDIANO


 | 

comments powered by Disqus