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Il futuro di un’illusione

Cav. canta: Compagni, avanti il non-partito/noi siamo della libertà…

Il Pdl conteso da capi, correnti e tribù in lotta, ma pochi hanno capito che Berlusconi lo vuole e lo usa così

di Salvatore Merlo | 08 Aprile 2011 ore 21:30

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Claudio Scajola contro Ignazio La Russa, Ignazio La Russa contro Stefania Prestigiacomo e Mariastella Gelmini, Stefania Prestigiacomo e Mariastella Gelmini contro Claudio Scajola, Denis Verdini contro Sandro Bondi, Raffaele Fitto contro Gaetano Quagliariello, Alfredo Mantovano contro Raffaele Fitto, Altero Matteoli contro Ignazio La Russa, Gianfranco Micciché contro tutti “i fascisti” di An, Giulio Tremonti contro Gianni Letta, Mara Carfagna contro Gianni Alemanno per interposto Nicola Cosentino, Angelino Alfano contro Gianfranco Micciché, Roberto Formigoni contro Mariastella Gelmini.

E poi le fondazioni, i gruppi autonomi, le correntine, le raccolte di firme contro i coordinatori, le alleanze storiche che si rompono e le inedite alchimie che si combinano: Alfano corteggia Formigoni (“chi governa la Lombardia può governare l’Italia”), Formigoni si allontana dal binomio Alemanno-Tremonti, Alemanno si allontana da La Russa, e Matteoli fa sapere che la solidarietà tra ex di An è ormai archiviata per sempre.

E’ la parodia dell’Internazionale: compagni, avanti il non-partito… Secondo una visione pessimista il Pdl appare tribalizzato, in preda allo stesso fenomeno che elettrizza e sfibra tutti gli schieramenti dei capi carismatici nell’ora lenta e affannosa del declino: vengono siglate le alleanze più strane ed esplodono i rancori più violenti. Volendo invece ricorrere alle categorie della politica classica italiana, si parlerebbe di degenerazione correntizia (la Dc ha governato quasi cinquant’anni così). Eppure, questo Pdl che sembra una squadra di calcio dove ciascuno fa quello che vuole, risponde – per paradossale che possa apparire – all’idea berlusconiana della politica stessa: il partito che non è un partito, il rapporto diretto di un leader con le persone e con il popolo, senza corpi intermedi che contino troppo. Vittime dell’equivoco sono i dirigenti del Pdl; perché Silvio Berlusconi non è tormentato da troppi dubbi: “Sarebbe meglio che non ci fosse un partito, mi fa solo perdere voti”, ha confessato a Marcello Dell’Utri pochi giorni fa. Oppure: “Soltanto sentire la parola ‘partito’ mi fa venire l’orticaria”.

Sono i rapporti personali che contano nella visione funzionalista del presidente imprenditore che placa il “föra di ball” di Umberto Bossi con le cene del lunedì ad Arcore, che stanzia i fondi pubblici per Firenze offrendo a casa propria un Sanbittèr al sindaco Matteo Renzi, che battezza “teste d’uovo” coordinatori e capigruppo, che non sopporta apparati e politburo, che sbuffa nel corso degli uffici di presidenza, ma che un tempo costringeva i propri uomini al rito amichevole della corsa di Villa La Certosa: anche quando, come in un film di Fantozzi, Tremonti si ferì a un piede ed Emilio Fede stramazzò a terra. Ed è sempre a causa di rapporti personali che il Cavaliere è finito a un certo punto con il perdere la maggioranza alla Camera: “Fini mi ha proprio scocciato”, “E’ un ingrato”, “Io Bocchino lo infilzo”. Stesso meccanismo, ma rovesciato, che gli ha permesso poi di recuperarla (in parte), quella stessa maggioranza: Berlusconi telefona personalmente ai deputati, li invita a Palazzo Grazioli, sfodera fascino, seduce, fa scoprire loro i giardini di Villa San Martino.

Il Cavaliere non vuole il partito, ma la necessità del partito insegue il Cavaliere. A Palazzo Grazioli gli mostrano slide con power point, tracciano schemi in formato elettronico: un coordinatore qui, una segreteria là, un ufficio di presidenza più largo, un’assemblea degli eletti. E lui dice di sì, sempre, a tutti. Eppure stavolta la natura dell’agitazione che lo circonda non gli sfugge: gli inestetismi della rissa parlamentare, del “vaffanculo” di La Russa al pur non certo amato Gianfranco Fini, la reazione respingente di un pezzo del suo establishment di estrazione forzista nei confronti degli ex di An, e le troppe lotte tra gli stessi dignitari della ex Forza Italia. Un’idea Berlusconi ce l’ha, ma deve prima riemergere dalla palude dei processi e del fango mediatico. Poi, con il solito metodo dei rapporti personali, dei sorrisi e delle colazioni che quasi mai prevedono di fare leva sul pur utilissimo principio di autorità, dovrà serrare i ranghi e sedare gli animi.
“Non mi faccio comandare dai fascisti”.

Da settimane a Montecitorio la parola “fascisti” è maneggiata senza cautela dai parlamentari della ex Forza Italia, persino dai dirigenti, e da quelli che “io a Berlusconi lo avevo detto che il Pdl non si doveva fare con quelli lì” (frase, smentita, che qualcuno ha attribuito a Fabrizio Cicchitto). Oppure: “I colonnelli servivano finché c’era Fini, ora a cosa servono?”. C’è chi racconta di riunioni per le amministrative, di dirigenti nazionali ex di An che discutono di candidature sul territorio, personalmente, fino ad approdare anche nei comuni di quindicimila abitanti. “Ma i nostri sul territorio non vogliono i vostri candidati”, si difendono gli ex forzisti. E loro rispondono: “Organizzami una cena di pesce che li convinco io”.

Così dentro Forza Italia è da tempo che monta irritazione. Ma solo il vicerè berlusconiano di Sicilia, Gianfranco Micciché, giovedì, ha trovato il modo di scagliare pubblicamente il sampietrino del fascismo addosso ai colleghi che vengono dalla vecchia An. Dopo averli integrati, alcuni vorrebbero ributtarli nelle fogne. E loro, di rimando, i La Russa, i Gasparri, i Matteoli, gli Alemanno, cercano di recuperare una complicità identitaria che è tuttavia tramontata. I colonnelli Gasparri e La Russa rimangono un marchio di fabbrica che nessuna agitazione contingente potrà mai spezzare, Gasparri&La Russa come Johnson&Johnson, come Smith&Wesson, un’associazione inscalfibile; ma Alemanno e Matteoli hanno preso ormai la loro strada, che è un’altra.

Matteoli ha avuto un duro scambio di opinioni con La Russa, pochi giorni fa. Poi ne ha riferito a Berlusconi, in privato: “Ignazio non parla per me, né rappresenta la componente di An”. Il paradosso è che mentre La Russa e Gasparri rilanciano, con Giorgia Meloni, l’orgoglio identitario degli ex missini (cinque i seminari sulla storia del postfascismo nell’ultimo mese) lo stesso fanno anche Matteoli e Alemanno, ma senza gli ex colonnelli, e mirando piuttosto a diventare un polo attrattivo per i finiani scontenti (Adolfo Urso e Andrea Ronchi). An contro An, ma anche An contro FI, e FI contro FI.

Il tramestio che attraversa il Pdl è più complicato e scomposto di una contesa, quasi cartesiana, tra berlusconiani funzionalisti e berlusconiani missini. Micciché ha apostrofato Massimo Corsaro, amico vero di Ignazio La Russa, per avvertire Berlusconi, ovvero per denunciare in pubblico la delusione del mancato permesso alla costruzione di un proprio gruppo parlamentare autonomo: Forza Sud. Spinte centrifughe, epigoni scajoliani, che precipitano su contese più antiche, su antipatie sedimentate e trasversali ai vecchi blocchi di potere. Denis Verdini è contro Micciché perché Micicchè è contro La Russa e dunque Sandro Bondi – per proprietà semi transitiva – non può che simpatizzare per il capo di Forza Sud. Ma chissà. Potrebbe persino essere tutto più complicato di così: nel Pdl il nemico del nemico non è sempre un amico. D’altra parte Stefania Prestigiacomo, Mariastella Gelmini, Franco Frattini e Mara Carfagna, tornati a sentirsi riservatamente, non amano La Russa (e neanche Verdini) eppure sono tutto fuor che amici di Claudio Scajola, ovvero del grande avversario di La Russa (e di Verdini). Le relazioni interne al Pdl sono asimmetriche.

Il Cavaliere in privato, pochissimi giorni fa, ha detto di no a Micciché: “Non si può fare un partito nel partito” specie se è il Pdl a dover fornire i deputati necessari al nuovo gruppo parlamentare. I gruppi autonomi prolificherebbero, con il rischio di travolgere il non-partito del premier. Così il nervosismo sudista è esploso, giovedì, davanti a tutti, giornalisti compresi: “Non mi faccio comandare dai fascisti”. Ma i fascisti c’entrano poco, stavolta. Vengono utilizzati, sembra di capire, come una scusa. Proprio come fa Scajola, le cui strane rivendicazioni di collocamento personale e rapido nel governo (o nel partito) sono mascherate e rafforzate dall’idea che solo lui possa tutelare Forza Italia dagli arrembanti colonnelli (“quando gestivo io FI queste cose non succedevano”). Ma è davvero così? Sì, ma anche no. Fortuna vuole che Berlusconi sappia tutto e interpreti i litigi con la propria indole profondamente prepolitica. I guai? Tipici di un partito. “Ma il Pdl non è, e non sarà mai, un partito”.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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