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L'ultima chiamata per il governo secondo Brunetta

Fisco, sud e burocrazia. Il piano B del governo per uscire dalla palude dei ballottaggi

di Salvatore Merlo | 27 Maggio 2011 ore 06:59

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“Ora o mai più va rilanciata l’economia”, è il piano B del governo. “Va bene il consolidamento fiscale, vale a dire il pareggio di bilancio e la drastica riduzione del debito su cui l’Italia si è impegnata con l’Europa. Ma senza riforme che rilancino l’economia questi sarebbero soltanto tagli. Tagli violenti su un paese stremato. Chi nella maggioranza non lo capisce è anche chi, in tutta evidenza, lavora per una maggioranza e un governo diversi dall’attuale”. Il riferimento a Giulio Tremonti è ovviamente soltanto una malizia del cronista che intervista Renato Brunetta. Mercoledì pomeriggio il ministro della Pubblica amministrazione ha redatto il comunicato, poi diramato alle agenzie, “con il quale l’ufficio di presidenza del Pdl ha incaricato il governo di riformare il fisco, attuare il piano per il sud, completare la sburocratizzazione dell’apparato statale”. Alla vigilia dei ballottaggi di Milano e Napoli su cui gravano auspici non del tutto favorevoli, in una maggioranza attraversata da un intenso tramestio nei rapporti con la Lega e scossa da un vento di fronda interna che si alza dal cuore del Pdl fino a ieri solidamente berlusconiano, Brunetta vede una sola via d’uscita: “O si riparte rilanciando il programma di governo, o ce ne possiamo tornare tutti a casa. Dobbiamo dare una nuova costituzione fiscale al paese. Rispondere alle aspettative delle famiglie e del mondo produttivo. Ora o mai più. Politiche di crescita che vanno affiancate almeno all’avvio di una riforma della seconda parte della Costituzione”. E’ troppo per una maggioranza infiacchita, gli si obietta. “Abbiamo i numeri”, risponde. “Abbiamo preso la fiducia in Parlamento quarantacinque volte. Siamo obbligati ad andare avanti. Altrimenti cosa diavolo ci stiamo a fare al governo?”.

 Il ministro ha costruito un cronoprogramma delle riforme, mese per mese, provvedimento per provvedimento. “Il Pdl lo ha approvato – dice – Se il governo non percorre questa strada sarebbe masochista”. Cosa va fatto e quando? “Entro luglio dobbiamo approvare in Cdm il disegno di legge delega per la riforma del fisco ed entro il primo trimestre del 2012 il provvedimento deve essere approvato dal Parlamento per entrare in vigore con i relativi decreti legislativi dal 2013, con la prossima legislatura. Contemporaneamente va realizzato il piano per il sud, con decisioni mensili del Cipe per i prossimi due anni. Inoltre va completato quel lavoro di semplificazione normativa e burocratica che renda più agevole l’attività imprenditoriale e non opprima più i cittadini”. Circondato dalle carte, Brunetta alza lo sguardo oltre gli occhiali calati sul naso. Una lunga inequivocabile frase: “Chiunque si opponga dall’interno del governo o nel centrodestra a un siffatto piano di rilancio ha evidentemente in testa altri orizzonti, pensa a un’altra maggioranza e a un governo diverso da quello di Silvio Berlusconi”. Sarà presto evidente a chi si riferisce Brunetta.
 
“Nessuno può tirarsi indietro. Non c’è alcuna ragione economica, congiunturale, tecnica che impedisca il dispiegamento di un progetto complessivo che non aggrava la spesa, che è nel Dna del centrodestra e che risponde ai bisogni degli italiani e del ceto produttivo”. Il programma di rilancio è in tre punti “e Berlusconi è deciso a completarlo: sud, fisco, sburocratizzazione”.
E’ quanto ha chiesto anche Emma Marcegaglia ieri. “Con le parole del presidente di Confindustria c’è una piena coincidenza, anche sul giudizio intorno alle priorità”. Eppure Marcegaglia, ieri all’assemblea annuale di Confindustria, è stata anche dura con il governo e la politica in genere (“Dieci anni di crescita perduta”). A un certo punto del suo discorso è sembrata adombrare persino l’ipotesi di un impegno personale degli imprenditori in politica. “In un momento così, noi saremo pronti a batterci per l’Italia, anche fuori dalle nostre imprese”, ha detto il leader degli industriali. Brunetta sorride: “In politica possono entrare tutti, i professori bassi e quelli alti, i belli e i brutti. Berlusconi stesso è un imprenditore. Quella di Marcegaglia è una frase che neanche Monsieur de La Palisse…”.

Continua il ministro Brunetta: “Nei prossimi due anni dobbiamo impegnarci a coinvolgere il paese, le famiglie e le imprese perché abbiano chiaro il futuro dei loro rapporti con il fisco. Immagino un grande dibattito nazionale, dobbiamo far capire che questa è una cosa seria, tangibile, in grado da subito di cambiare in meglio le aspettative. Allo stesso tempo dovremmo anche avviare la riforma costituzionale. E’ un aspetto determinante per rendere solida la riforma fiscale e quella federale, per esempio attraverso un’iniziativa di legge popolare per modificare la seconda parte della Costituzione. La raccolta di almeno un milione di firme costituirebbe un grande test per il governo e per la riforma. La mia idea è quella di recuperare il piano che fu avviato nel 1994 con il lavoro di Speroni. Elezione diretta del premier, modifica del bicameralismo, corsie preferenziali per il governo in Parlamento, statuto dell’opposizione”. Ma non c’è il tempo per avviare l’iter costituzionale. “E chi l’ha detto? In due anni si possono fare tante cose…”. E poi le elezioni? “Certo, con la coscienza di aver ben governato e con il resoconto puntuale del lavoro fatto”.
 Di solito, tuttavia, i grandi interventi, quelli definiti epocali, vengono lanciati all’inizio o alla metà di una parabola politica.

Quasi mai nella sua coda finale. E’ verosimile che il governo Berlusconi intervenga davvero sulla giustizia e sul fisco adesso, a vent’anni dalla discesa in campo? “O lo facciamo oppure non abbiamo motivo di esistere. Sulla giustizia abbiamo già fatto moltissimo, mi riferisco a quella civile e all’informatizzazione. Quanto alle riforme – dice Brunetta – questo governo ha lavorato intensamente: il federalismo fiscale, le riforme dell’università e della scuola, la riforma della Pubblica amministrazione e del pubblico impiego, la riforma delle pensioni, la riforma delle public utilities locali, le nuove procedure di bilancio, il piano casa. Tutti provvedimenti varati in un contesto peraltro difficilissimo, di crisi economica. La più grave dal 1929”. Adesso la situazione è forse più complicata. Milano e Napoli segnano un momento di passaggio importante, si registra una flessione nei consensi. “Paragonato a quello che succede in Spagna, con Zapatero in caduta libera nelle proprie roccaforti, non è niente. Tutti i leader europei sono in difficoltà: da Merkel a Sarkozy. Lega e Pdl in realtà hanno retto. Nel complesso queste elezioni non sono andate male”. A Napoli e Milano però si perde. “Non è detto. Ma voglio dire una cosa: il centrodestra perde soltanto se non fa quello che ha sempre detto di voler fare. Le riforme storiche di cui l’Italia ha disperatamente bisogno. La domanda è: c’è la volontà di farlo? Ce la faranno i nostri eroi?”. Pare difficile. “Qui si parrà la nobilitate di Berlusconi, del governo e della maggioranza. Se poi ci sarà qualcuno che non è d’accordo, se ne assumerà la responsabilità”. Ma Tremonti non ha partecipato alla riunione nella quale il Cavaliere ha deciso di lanciare il piano per la riscossa. “Io sono una persona pratica e dico: ecco quello che si può e si deve fare. Chi ci sta? Intanto la congiuntura migliora, la fiducia dei consumatori sale e aumentano pure i segnali positivi di recupero dell’attività produttiva nell’industria”.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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