ACCEDI | REGISTRATI | INFO


Gli ossimori di tre napoletani a Roma contro la Napoli di De Magistris

di Marianna Rizzini | 26 Maggio 2011 ore 17:52

COMMENTA 0 |   | 

Urge sguardo esterno ma anche interno alla munnezza per fare i conti con quel dato napoletano: ventisette per cento all’ex magistrato Luigi De Magistris, deputato europeo dell’Idv, e “scuorno” per un Pd che, dopo il pasticciaccio delle primarie, aveva pensato di volare con il volto prefettizio di Mario Morcone. Servono dunque tre napoletani a Roma – lo scrittore e giornalista Raffaele La Capria, lo scrittore e giornalista Ruggero Guarini e il senatore pdl Luigi Compagna – per provare a raccapezzarsi. Perché pare incredibile che Napoli, città antisbirro per antonomasia, tra un prefetto e un magistrato abbia preferito il più sbirro tra i due. E pare altresì allarmante che Napoli, in barba all’indolente ironia dei suoi abitanti, abbia votato per uno che l’altroieri, a “Porta a Porta”, non riusciva a sorridere non dico del risultato, ma neppure delle battute di La Russa.

La Capria, con una vena di saudade, avverte: “Napoli è una città bifronte come Giano e, come ha scritto Ruggero Guarini, è un ossimoro, disperatissima e felicissima. L’indole dei suoi abitanti è cordiale e gentile. Poi però c’è l’altro volto, il Giano malavitoso”. De Magistris, in questa Napoli bifronte, “c’entra come i cavoli a merenda”, dice La Capria, “ma il voto per lui è il segno della rabbia di una città sottoposta a umiliazione davanti a tutto il mondo, con l’obbrobrio della spazzatura sulla soglia dell’hotel Excelsior. Ma la voglia di vendetta espressa con quel voto non sarà appagata. Napoli è una realtà difficile da capire con la ragione; solo attraverso l’esperienza il suo cuore ti si schiude. E comunque, ammesso e non concesso che abbia successo anche al secondo turno, De Magistris si accorgerà che Napoli non sopporta persone che non siano complesse come lei”.
Guarini, dal canto suo, ragiona sulla “perdita di identità” di una Napoli in cui “di vero resta soltanto quel poco di devozione popolare, da san Gennaro in giù. Per il resto, la cultura scaturita dai due storicismi che hanno dominato il discorso politico partenopeo – quello liberale e quello gramsciano, poi cattocomunista – ha determinato la fine della chose napolitaine”. “Da quegli storicismi”, dice Guarini, “sgorga munnezza materiale e spirituale, e una subcultura di successo che si basa sul ‘no’, un no critico-apocalittico di cui De Magistris è espressione e di cui i fortini di Santoro, Lerner e Floris sono avamposto. Ecco, le elezioni a Napoli le hanno vinte loro”.

Il senatore Compagna, intanto,
rievoca la “Napoli scomparsa” in cui passeggiava sua madre con le amiche (ora invece, dice, tocca “farsi largo tra pizzerie gestite da ragazzotti non napoletani, in un centro storico in cui la camorra è arrivata fino al negozio buono di via dei Mille”. La città, dice Compagna, “si è persa nel ’92, quando ha celebrato un rito propiziatorio in nome della società civile, trattando Cirino Pomicino alla stregua di Al Capone e voltando le spalle alla politica. E’ stato allora che Napoli ha cominciato a essere invasa e sodomizzata dal suo hinterland. E’ stato allora che si è persa la dimensione della borghesia napoletana”. In campagna elettorale (pro Gianni Lettieri), il senatore si è “spaventato per certe facce d’odio che giravano ai comizi, anche a quelli dei nostri fan”.

“Viene voglia”, dice,
“di ricorrere a uno strumento alla Nitti-Giolitti, a una legge speciale per Napoli come a inizio Novecento, dopo il colera. Da cavouriano, si fa per dire, dico che bisognava saltare un turno e mandare un commissario, non necessariamente austroungarico. La Costituzione non lo permette, ma non mi si venga poi a dire, con espressione truffaldina, che il sindaco governa la città”.

© FOGLIO QUOTIDIANO


 | 

comments powered by Disqus