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Mezzi temi a Palazzo

Bossi sogna Maroni premier, Napolitano fa l’anti Cav.

Tra gli ultimi fuochi pre elettorali, spuntano tentazioni ed esondazioni

di Salvatore Merlo | 12 Maggio 2011 ore 20:06

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Incartato in una campagna elettorale sempre più involuta, disordinata e a tratti persino inusitatamente volgare, il Palazzo della politica si intorcina ulteriormente intorno a due “mezzi temi”. Il primo riguarda l’ambizione della Lega (e di Roberto Maroni) a esprimere un candidato premier quando sarà. Un’idea, o una mezza suggestione, coltivata in ampi settori del partito nordista, che si accompagna alla tentazione di Umberto Bossi – finora solo parzialmente confessata – di voler correre da solo nel 2013. Il secondo “mezzo tema” ruota invece attorno alla figura sempre più attiva e centrale di Giorgio Napolitano: arbitro e giocatore, supplente dell’inconsistente leadership pd e apparentemente anche unico argine alle forzature di Silvio Berlusconi. Apparentemente.

Nel giorno in cui il Cavaliere incoraggia il sindaco uscente di Milano Letizia Moratti a “tirare fuori le unghie”, rivelando così di aver gradito la violenta e infondata accusa da lei scagliata mercoledì contro lo sfidante Giuliano Pisapia (furto di un’auto ai fini di un pestaggio), Bossi prende nuovamente le distanze dai toni usati dal Pdl e dal suo leader. Mentre Napolitano, applaudito in visita a Firenze, ribadisce il suo invito alla calma: “Sento gli italiani con me. Faccio ciò che posso, secondo Costituzione”. Gli eventi di ieri confermano la “strategia della differenziazione” praticata ormai da molte settimane da Bossi e dalla Lega nei confronti del Pdl.

Prima il leader padano ha censurato gli attacchi a Pisapia (“non servono a nulla”); poi, a Berlusconi che annunciava una sanatoria per le case abusive di Napoli, ha risposto Roberto Calderoli: “Noi non la voteremo”. Una disposizione d’animo nei confronti dell’alleato berlusconiano evidenziatasi con forza due settimane fa intorno al dossier Libia, che dà l’impressione di travalicare i limiti della tattica contingente dovuta al confronto elettorale per le amministrative. Ma chissà. Intervenuto ieri alla trasmissione “Omnibus” di La7, il presidente leghista della provincia di Varese, Dario Galli, uno tra gli amministratori locali leghisti di maggiore successo, ha spiegato che la Lega “è ormai matura” e può anche esprimere “un proprio candidato alla presidenza del Consiglio”. E’ la prima volta (a memoria del Foglio) che la suggestione di un premier leghista viene asseverata in pubblico, e nitidamente, da un esponente di primo piano del partito di via Bellerio. Tuttavia rimane una suggestione, sottoposta ancora a troppi interrogativi. E dunque, quello del premier padano, resta un mezzo tema politico. Al personale della Lega non sfugge infatti che una scelta di questo genere implicherebbe – come precondizione – una torsione nell’identità, finora territoriale ed esclusivamente nordista, di un partito che ha molto a lungo coltivato come modello quello della Csu bavarese: ovvero del partito localista alleato della corazzata nazionale rappresentata dai cristiano-democratici della Cdu tedesca. Può un leghista rappresentare tutti gli italiani? Può la Lega immaginarsi autonoma da un alleato nazionale e maggiormente rappresentativo?

Il secondo “mezzo tema” riguarda la centralità del capo dello stato
e il profilarsi di una “dottrina Napolitano”, rivolta sia all’opposizione in crisi d’identità (e di leadership) sia alla maggioranza tanto disordinata nell’iniziativa politica quanto minacciosa nella comunicazione elettorale. “Mezzo tema”, però. Perché le esternazioni sempre più frequenti e circostanziate del Quirinale, che ieri ha insistito ancora nel richiamo a tornare sui binari della “corretta vita istituzionale”, si innestano – e si giustificano – sul clima eccezionale di una campagna elettorale mai così pazzotica e forse mai tanto rissosa. Il gradimento pubblico del capo dello stato, secondo i sondaggi, è più elevato di quello del premier e del leader del Pd Pier Luigi Bersani: Napolitano ieri ha dato l’impressione di esserne soddisfatto: “Sento gli italiani con me”. Il presidente non pare affatto intenzionato a favorire improbabili rivolgimenti di maggioranze in Parlamento, ma non deflette dalla posizione di “diga” assunta nei confronti di un Berlusconi esorbitante. Lo frena, lo ammonisce, eppure, condividendo con Bossi il medesimo obiettivo, lo condanna anche a governare: “Dopo il federalismo fiscale saranno necessarie anche riforme istituzionali, quali una Camera delle autonomie”.

Guarda la puntata di Qui Radio Londra Letizia Moratti non è l'unica che dovrebbe chiedere scusa

© FOGLIO QUOTIDIANO


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