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Manovra pericolosa

Tremonti passa la prova Finanziaria, ma ne esce meno forte e baldanzoso

Mediazione con il Cav. e Bossi, testo più collegiale che non scontenta la Lega. I veri sacrifici inizieranno dal 2013

di Salvatore Merlo | 29 Giugno 2011 ore 10:24

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E’ finita senza drammi, con un patto a tre cognomi: Berlusconi, Bossi, Tremonti. “Affaticatamente concordi”. Il premier, il leader leghista e il superministro, dopo una settimana di passione sulla manovra, si sono presentati ieri al vertice allargato ai dirigenti dei gruppi parlamentari recitando una sceneggiatura che avevano preparato in precedenza. Nessuno scambio tra manovra e guida della Banca d’Italia (giurano), anche se gli umori prevalenti indicano in Vittorio Grilli (tremontiano) il governatore designato: Fabrizio Saccomanni è – eufemismo – “meno gradito”.

Restano solo da definire i tagli ai costi della politica: un piano che estingue diarie e gettoni (anche per le Authority e i cda delle partecipate) lo ha preparato il leader dei Responsabili Silvano Moffa. Tremonti resta al proprio posto garantito da Bossi e Berlusconi, ai quali ha portato in dono la riforma fiscale, una più conveniente redistribuzione della manovra triennale (che dovrebbe essere: 1,3 miliardi nel 2011; 5 nel 2012; 19 nel 2013; 20 nel 2014), e la revisione del patto di stabilità per gli enti locali. Le premesse del vertice erano incerte se Roberto Maroni, lunedì scorso, riunito con Bossi e il “cerchio magico” si era spinto a dire che “sulla manovra il governo può saltare per aria”. Ma è intervenuto Bossi, che già lunedì aveva ricevuto singolarmente i suoi dirigenti in lotta tra loro chiedendo a ciascuno di stare calmo e di non manifestare ai giornalisti le divisioni interne. E’ stato lo stesso Bossi mediatore che ieri ha trovato faticosamente la quadra con Tremonti e il Cavaliere. Adesso dovrà spiegare i termini dell’accordo – che tra le altre cose prevede risorse per i comuni virtuosi come richiesto dai padani – a un Maroni sospettoso (“nessuna decisione è presa fino al Cdm di giovedì”). Prima di sciogliere le perplessità, il ministro dell’Interno ieri aspettava di vedere “i numeri” della manovra. “Ma è un altro mondo”, dice al Foglio un ministro del Pdl: “Il solo fatto che Giulio offra quarantotto ore di tempo a ciascuno per individuare dove vanno effettuati i tagli del suo dicastero è una conquista incredibile”.

Tremonti non ha fatto grandi resistenze, ieri. Qualche tensione si è registrata sulle deleghe con cui si giocano le partite di potere: il ministro avrebbe voluto sottrarne a Palazzo Chigi, ma Fabrizio Cicchitto e Renato Brunetta sono intervenuti con successo sul Cav. per evitare “un’eccessiva concetrazione di potere”. Lunedì il ministro dell’Economia aveva fatto vedere da lontano ai capigruppo del Pdl la copertina della manovra, salvo regalare poi qualche anticipazione alle agenzie. Un atteggiamento che aveva sollevato sospetti: “Usa la manovra per fare un colpo di stato”.

Ma non è andata così. La manovra rimane improntata al rigore. La conquista del Cav. è nell’aver evitato la stangata per i prossimi due anni di legislatura. Il grosso è sul 2013 e 2014. Nel centrodestra respingono l’idea di avere scaricato tutto sul prossimo governo immaginandosi sconfitti alle politiche. Ma il sospetto resta. Malgrado il ragionamento riferito al Foglio non sia peregrino: “Il peso si concentra nella fase iniziale della prossima legislatura, quando il governo è forte della vittoria elettorale. Non è una manovra che influirà su delle elezioni che vogliamo vincere”. Magari con un nuovo candidato premier.

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