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Guai ai vinti - 1

Fini s’è fatto esplodere ma ora è lui che deve salvarsi dalle macerie

Il presidente della Camera ha sbagliato i conti e ha perduto il gruppo in Senato e i suoi migliori intellò. Per fare cosa?

di Salvatore Merlo | 23 Giugno 2011 ore 06:59

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“Ma lo sai che mi ha detto?”. Fabrizio Cicchitto corse a riferirlo a Silvio Berlusconi, perché il gesto di Gianfranco Fini suonava più che minaccioso: “Si è aperto la giacca allargandola con le mani. Indice e pollice uniti, una pinza sulle falde del blazer. ‘La vedi la cintura? – mi ha detto – Ecco, io sono un kamikaze’”. Era meno di un anno fa e il cofondatore del Pdl voleva significare un messaggio di guerra totale al premier che lo aveva defenestrato: “Potrò anche farmi del male, ma te ne farai tanto, tanto, anche tu”. La cintura è in effetti esplosa ma Silvio Berlusconi, malconcio, è ancora vivo: martedì scorso ha raccolto attorno a sé la maggioranza assoluta alla Camera, 317 voti di fiducia; un titolo di viaggio valido da qui al 2013. Oggi è a Giulio Tremonti che si guarda con timore e sospetto; non a Gianfranco Fini, non a Pier Ferdinando Casini, non alle architetture evanescenti di Massimo D’Alema. Sfida le leggi della fisica il Cavaliere. Sconfitto alle amministrative, intontito dal risultato elettorale di Milano e di Napoli, sbertucciato dai referendum, è ancora lì assiso al vertice della sua eterogenea e pazzotica maggioranza parlamentare.

La terza gamba del centrodestra, vagheggiata a lungo da Fini, esiste, ma è composta da Domenico Scilipoti e Francesco Pionati. Al Cav. si potranno anche sventolare sotto il naso i cattivi sondaggi, ma dentro il Palazzo è maggioranza assoluta. Ed è un monumento alla sconfitta e alla malasorte che dalla sua cacciata dal Pdl, fino alla tentata (e disastrosamente fallita) spallata del 14 dicembre, accompagnano Fini. Deluso, un po’ nervoso, tanto da litigare ancora martedì scorso in Aula con Cicchitto, il presidente della Camera sa di avere di fronte un premier dimezzato, ma teme pure di essersi fatto più male lui nella deflagrazione della cintura esplosiva: Futuro e libertà non decolla, le elezioni sono andate malissimo, le file dei parlamentari si sono assottigliate, il gruppo al Senato si è liquefatto, gli intellettuali che avevano animato la destra nuova di FareFuturo, Alessandro Campi e Sofia Ventura, sono già altrove da molto tempo. Adesso ci si mettono anche gli ex fedelissimi, Adolfo Urso e Andrea Ronchi, a farlo soffrire: applaudono a ogni suggestione di marketing creativo di cui parla il Cavaliere o di cui si discute persino con poca convinzione nella corte di Palazzo Grazioli: “La casa dei moderati, tutti nel Ppe? Idea stupenda!”. Urso e Ronchi tornerebbero subito, domani, nel Pdl. Basterebbe loro un cambio di simbolo o di nome, anche un leggero ritocco cosmetico per giustificarsi un po’, con gli altri e con se stessi. Può bastare Angelino Alfano, che il primo luglio diventerà segretario politico del Pdl, offrendo una parvenza di democratizzazione? Chissà. Quando Berlusconi cominciò a discutere di primarie, Urso si avvicinò a Fini dicendogli entusiasta: “E’ una grande idea. Perché non pensi a candidarti?”.

Erano a pranzo all’Hotel Minerva poche settimane fa, a due passi da Montecitorio. Di fronte ai suoi parlamentari Fini abbozzò, con un mezzo sorriso rivolto a Urso: “Berlusconi non le farà mai le primarie”. Come nella “Guerra dei Roses”, Fini pensava di precipitare giù con il partner Berlusconi, di schiantarsi e scomparire assieme a lui, entrambi schiacciati dallo stesso enorme lampadario di cristallo. In effetti con il divorzio la coppia è precipitata assieme, solo che uno non sembra muoversi più, mentre l’altro respira ancora (forse).

© FOGLIO QUOTIDIANO


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