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L'età adulta di Google

Addio ai tempi dei preservativi spot e del disinteresse per la Borsa

di Redazione | 30 Luglio 2011 ore 15:30

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Google si sta imborghesendo? E’ questa la domanda che ci si potrebbe porre osservando gli ultimi sviluppi della casa di Mountain View. E’ di qualche giorno fa la notizia della chiusura di Google Labs, il dipartimento “fricchettone” che dal 2002 studiava servizi sperimentali, alcuni poi diventati affermatissime realtà (come l’applicazione per i documenti Docs e la pluriosannata posta di Gmail, le carte di Maps e la ricerca per gruppi Google Groups) altri un po’ più stravaganti come Google Body, un modello 3D dettagliato del corpo umano, o Google Transliteration, che traduce la pronuncia fonetica delle parole. “Stiamo dando priorità al nostro impegno sui prodotti”, ha spiegato un portavoce sul blog aziendale, cioè si punta soprattutto sulla piattaforma Android per cellulari e tablet, che ha contribuito non poco ai bilanci record arrivati il 14 luglio, con utili e ricavi oltre le attese, e al social network Google Plus, che rappresenta il nuovo corso del motore di ricerca che oggi decide di far concorrenza a Facebook. I risultati per ora sono ottimi, più di venti milioni di associati nelle prime tre settimane di vita, e questo, come sottolineano gli analisti di ComScore, società di rilevamento audience online statunitense, nonostante Google Plus sia per il momento solo a inviti, e non sia stata pubblicizzata in alcun modo. Certo la battaglia è ancora lunga per eguagliare i rivali di Facebook (750 milioni di iscritti) o Twitter (200 milioni) ma per fare questo Google si sta impegnando su diversi fronti: per esempio permettendo agli associati di creare videogame personalizzati, oppure videochattare con più amici, operazioni oggi non consentite da Facebook.

Così Mountain View si conferma in un certo senso “democratica” e creativa coerentemente con lo spirito delle origini, anche se qualche altro campanello d’allarme c’è. Per esempio, la normalizzazione passa anche per un record di spese in lobbying: nel trimestre aprile-giugno, per la prima volta l’azienda californiana ha superato quota 2 milioni di dollari in spese di relazioni pubbliche (contro 1,5 milioni di un anno fa e battendo gli 1,85 milioni spesi da un pachiderma considerato filogovernativo come Microsoft), soprattutto per contrastare le recenti inchieste della Federal Trade Commission americana su presunti dumping che Google compirebbe per blindare il suo monopolio sulla pubblicità online (e l’amministratore delegato del gruppo Larry Page dovrà presentarsi a settembre davanti alla commissione per rispondere di queste accuse). Sembrano più lontani insomma i tempi goliardici delle origini in cui Page e Sergey Brin volevano cambiare il mondo con un algoritmo. Tempi che vengono raccontati in un libro appena uscito negli Usa. Si intitola “I’m feeling lucky” (Houghton Mifflin Harcourt editori), come una vecchia funzione di ricerca di Google, anche questa recentemente sparita nel processo di normalizzazione, ed è il racconto in prima persona di 6 anni passati a Mountain View dall’autore, Douglas Edwards, primo “brand manager” del gruppo. Il libro non è certo il primo in materia, ma è l’unico a essere stato scritto da un insider e non da un giornalista, ed è naturalmente una miniera di aneddoti.

A un certo punto Sergey Brin suggerì per esempio di spendere l’intero budget per il marketing in due iniziative socialmente utili: vaccinare gratis tutti i rifugiati ceceni contro il colera e/o distribuire gratis nelle scuole preservativi a marchio Google. Altri progetti: trasformare Mountain View in una mega casa editrice ed etichetta discografica per tutti gli aspiranti scrittori e musicisti del mondo, che sarebbero stati poi rimborsati con i proventi della pubblicità. Il tutto mentre, racconta Edwards, Brin e Page si disinteressavano totalmente dei guadagni dello sbarco in Borsa del 2004 che li avrebbe resi multimiliardari, essendo più attirati invece dai meccanismi informatici del listino. Altri tempi, verrebbe da dire.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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