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Il primo giorno di Alfano, segretario di un partito che si chiama Cav.

di Salvatore Merlo | 26 Luglio 2011 ore 21:30

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Si fa prima a dire chi non c’è. Tra oggi e domani Angelino Alfano potrà fregiarsi esclusivamente del titolo di segretario del Pdl, perché al suo posto di ministro della Giustizia si siederà il sottosegretario Nitto Palma. Ma poiché con il Cavaliere temporeggiatore non si sa mai, Alfano ha già scritto la lettera di dimissioni e – a scanso di equivoci – l’ha anche annunciata per telefono a Silvio Berlusconi. La prudenza non è mai troppa.

Eppure il Guardasigilli (ex?) sembrava sicuro di avercela fatta, si comportava già da segretario: un’apertura di credito a Pier Ferdinando Casini e persino a Gianfranco Fini, un codice etico per il Pdl, e poi l’annuncio di un “comitato delle regole”. Cos’è il comitato delle regole? Un ufficio centrale in cui Alfano ha messo dentro tutti. Letteralmente tutti. Ne fanno parte i tre coordinatori Bondi, La Russa e Verdini, che decisamente non offrono l’impressione di essere stati ridimensionati; ovviamente ne fanno parte i capigruppo al completo (compresi i vicecapogruppo), e poi figura anche una larga rappresentanza di ogni corrente, fondazione, partito minore, area culturale e politica che aderisce al Pdl. Mario Mauro, Roberto Formigoni e Maurizio Lupi per Comunione e liberazione; Altero Matteoli e Gianni Alemanno per la destra sociale centro-meridionalista; Mauro Cutrufo è stato recuperato dal Comune di Roma per sventolare nel nuovo organismo di partito la bandiera della nuova Dc; Franco Frattini, Mariastella Gelmini e Raffaele Fitto figurano in rappresentenza del gruppo dei ministri quarantenni. Infine c’è anche il potentato personale di Claudio Scajola, che nel “comitato delle regole” sarà rappresentato da Claudio Scajola stesso.

Ma il vero primo atto politico da segretario, per Alfano, è stato il richiamo alla casa comune dei moderati rivolto a Casini e a quel Gianfranco Fini il cui nome soltanto poche settimane fa, citato dallo stesso Alfano alla festa del Pdl a Mirabello, era stato coperto da fischi e urla irriferibili. Il segretario Alfano ha formulato il suo invito al Terzo polo nell’occasione pubblica in cui – per la seconda volta – ha dato il bentornato nel centrodestra agli ex finiani Adolfo Urso, Andrea Ronchi e Pippo Scalia. “Su Casini e Fini ha solo risposto a una domanda dei giornalisti”, dice Maurizio Gasparri. Al capogruppo del Pdl, così come ad Alfano, non sfugge quale sia la pregiudiziale del Terzo polo: torniamo nel centrodestra solo quando Berlusconi farà un passo indietro. Terreno rischioso quello su cui forse vorrebbe avventurarsi Alfano, specie per l’uomo che Roberto Maroni, dalla sua posizione frondista e insofferente nei confronti della premiership, ha indicato più o meno esplicitamente come un buon successore del Cavaliere già in questa legislatura.

E dunque fa bene Gasparri, sempre più protettivo e vicino al giovane Alfano, a minimizzare (“era solo la risposta a una domanda”). Perché l’argomento è esiziale. Non è forse vero che il premier vede come il fumo negli occhi il triangolo Maroni-Casini-Alfano? D’altra parte, così come Fini non farebbe mai marcia indietro finché Berlusconi è in sella, anche il Cavaliere mantiene fortissime riserve (eufemismo) nei confronti sia del suo ex partner nel Pdl, sia nei confronti di Casini; al quale – nel giorno della votazione su Alfonso Papa – aveva fatto recapitare un messaggio che (edulcorato) suonava più o meno così: dovresti vergognarti per come hai votato.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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