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Vigilia del 25 luglio

Il Cav. mette Alfano sotto osservazione e cerca uno scudo umano in Bossi

Più vicino l’addio del Guardasigilli che Maroni vorrebbe a Palazzo Chigi. Il premier sfoglia sondaggi sul delfino

di Salvatore Merlo | 23 Luglio 2011 ore 06:59

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“Quasi mi dispiace che questi fondi vadano al mio successore”. E’ con un po’ di rammarico per quello che non potrà più fare che Angelino Alfano ieri in Consiglio dei ministri ha siglato un provvedimento che stanzia dei denari al suo dicastero con la certezza di non essere più il Guardasigilli. Il segretario del Pdl ha preso sul serio le parole di Silvio Berlusconi che ha annunciato (ma non è la prima volta) un cambio imminente alla Giustizia: la prossima settimana. Al Cavaliere ormai lo chiedevano tutti: bisogna fare in fretta, Alfano serve al partito in un momento così delicato. Sospesi tra l’esigenza del rinnovamento e il timore di fare qualche passo falso e compromettere così ogni ipotesi di rilancio, il Cavaliere e il suo entourage osservano con interesse (e qualche sospetto) Roberto Maroni che corteggia il loro Alfano. Il presidente del Consiglio potrà anche offrire agli antipatizzanti l’impressione di rimanere immobile, ma in realtà coltiva ogni genere di scenario per il futuro. Non esclude nulla. Ma non ha deciso. E’ per questo che ha commissionato, e da pochi giorni cominciato a sfogliare, un sondaggio proprio su Alfano e il suo potenziale gradimento elettorale.

Il premier lo ha fatto sbirciare ad alcuni suoi collaboratori che ne hanno condiviso parzialmente i contenuti con il Foglio. Quanto piace il neo segretario del Pdl tra gli elettori berlusconiani? Cosa si aspettano che faccia? Come vogliono che sia il Pdl? Il risultato delle rilevazioni commissionate a Euromedia Research rivela che Alfano piace molto, incarna “valori” che rimandano all’esperienza vincente della ex Forza Italia, ma soprattutto piace anche perché è stato incoronato da Berlusconi. Vince l’idea di una successione guidata da un Cavaliere che rimane comunque in sella, rassicurante e presente. Insomma da alcuni giorni il premier si è convinto di non avere sbagliato a investire sul Guardasigilli, anche se le malelingue gli attribuiscono cattivi pensieri relativi alle triangolazioni tra Alfano, Roberto Maroni e Pier Ferdinando Casini.

Il problema adesso è anche intercettare, e decrittare senza margine di dubbio, gli umori della Lega: quanto conta davvero Maroni? Cosa vuole? Chi comanda nella Lega? Perché ai berlusconiani, e al premier, il ministro dell’Interno ha lanciato messaggi rassicuranti su tutta la linea (dicono loro) mentre ai giornali vengono riferite storie molto diverse. Rimane vero che tutti, anche nel Pdl, sono convinti che sia necessario un colpo d’ala al governo. Così non funziona. Ma che tipo di rinnovamento? Un passo indietro di Berlusconi sarebbe un colpo d’ala o piuttosto un colpo di grazia per il centrodestra periclitante? “Non sia mai che un eccesso di successioni porti il centrosinistra a succedere a noi”, dice non senza ironia Fabrizio Cicchitto, che si accontenterebbe – intanto – di vedere sul serio Alfano a capo del Pdl, prima di esporlo a una improbabile candidatura alla presidenza del Consiglio in questa legislatura. Il capogruppo del Pdl alla Camera rivela così anche i timori diffusi nel gruppo dirigente, un tramestio scatenato dalle incursioni di Maroni e – pare – ieri placato da Berlusconi che ha riferito ai propri interlocutori di un suo colloquio telefonico rassicurante (per entrambi) con Umberto Bossi: “Con lui ho un rapporto prioritario”, ha spiegato anche in conferenza stampa.

In Consiglio dei ministri Berlusconi e Maroni ieri si sono scambiati convenevoli, saluti calorosi, sorrisi e cortesie. Il primo risultato, cui puntano entrambi, è intanto archiviare il trauma che si è consumato alla Camera con il voto favorevole all’arresto di Alfonso Papa. D’Altra parte su un punto Maroni è stato esplicito: il governo non è a rischio. “La politica risponde alle stesse logiche declinate nel ‘Padrino’”, dice il sottosegretario alla Funzione pubblica Andrea Augello: “Si tratta di business, non sono mai fatti personali”.

Trattandosi soltanto di business, ci si sorride, ma contemporaneamente ciascuno prende contromisure e si prepara se necessario anche a sparare. Così, mentre Alfano resta silenzioso e fa sapere di essere troppo legato al Cavaliere per immaginare scenari che non abbiano l’imprimatur di Berlusconi, alcuni uomini del premier circondano Maroni aprendo canali di comunicazione con tutta la Lega non maroniana: dal cerchio magico (un po’ debole) fino a Roberto Calderoli. L’ironia delle cose è che Giulio Tremonti, per mesi oggetto di ogni retropensiero berlusconiano, non è stato soltanto sostituito da Maroni nel ruolo contundente, ma nella logica spietata della politica adesso diventa anche un alleato. Il nemico del mio nemico è mio amico.

Gli equilibri restano delicati e soggetti a sbalzi improvvisi, ma Giulio Tremonti ha rialzato un po’ la testa dopo la fase acutissima della tempesta giudiziaria che ha coinvolto il suo ex collaboratore Marco Milanese. L’Europa continua a dargli ragione, i mercati – dopo un iniziale imbarazzo – sembrano rispondere bene alla manovra. Ma il ministro dell’Economia, che con Roberto Calderoli continua a mantenere un saldo rapporto anche personale, sa che forse mercoledì prossimo potrebbe esplodere un’altra grana. La Giunta per le autorizzazioni a procedere si occuperà del caso Milanese. Molto si gioca lì: come si comporterà stavolta la Lega? Non è un mistero che Maroni, artefice del risultato che dalla Camera ha spedito Alfonso Papa a Poggioreale, non ami Tremonti. Sentimento ricambiato, pare. Il loro è un dissidio parallelo, ma indissolubilmente intrecciato, alla disputa sulla presidenza del Consiglio e sul futuro dell’alleanza Pdl-Lega. Ma è sorprendente che il sodalizio fra Tremonti e Calderoli, a lungo sospettato di infedeltà verso il Cav., oggi si riveli più vicino agli interessi del premier. Del resto Tremonti ha sempre guardato con diffidenza anche all’operazione Alfano.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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