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Grandi manovre per la successione pilotata a Palazzo Chigi

Così Maroni cerca di anticipare l’happy ending del Cav.

Il ministro dell’Interno oggi rappresenta la Lega in Cdm (Bossi lascia fare), fedele alla maggioranza, ma impaziente di cambiare premier. Il prescelto è Alfano, troppo fedele a Berlusconi per non attendere il suo via libera. Lealisti irrequieti

di Salvatore Merlo | 22 Luglio 2011 ore 06:59

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Sono cominciate le grandi manovre, la Lega chiede a Silvio Berlusconi di scegliersi un successore a Palazzo Chigi, ma non per il 2013. Subito. Roberto Maroni guiderà oggi la delegazione del suo partito in Consiglio dei ministri, sarà varata la riforma costituzionale redatta da Roberto Calderoli, un segnale che il ministro dell’Interno considera importante perché l’alleanza con il Pdl non è in discussione. “Il problema non è l’alleanza ma chi la guida e guida il governo”, dice Flavio Tosi, sindaco di Verona, grande ufficiale del maronismo veneto. Il problema è il premier, dunque. Troppi leghisti hanno già varcato quel confine invisibile tra il berlusconismo e il postberlusconismo. E sulle parole di Tosi c’è un piccolo retroscena, ma essenziale all’analisi: è stato Maroni a suggerirle a Tosi, perché il delfino di Bossi ritiene la situazione al governo troppo consunta per poter continuare così senza novità di rilievo. La Lega si sta rinnovando al suo interno, ma chiede che anche l’alleato faccia la sua parte. Maroni ordisce la trama e Bossi, che al Cavaliere è più legato da sentimenti di solidarietà politica e umana, benedice in silenzio. Al Cavaliere spetta, ovviamente, la scelta del suo successore. Angelino Alfano? E’ un amico di Maroni ed è anche – assieme a Gianni Letta, oggetto però di un bombardamento mediatico e giudiziario – uno degli uomini di cui Berlusconi si fida di più in assoluto.

Sarà Maroni oggi a incontrare Berlusconi a Palazzo Chigi, non Bossi che – secondo la versione ufficiale – sarà operato agli occhi di cataratta, malgrado in realtà l’operazione risulta fissata per il 25 luglio… Il leader aveva comunque già deciso di mandare avanti ancora – dopo la lunga giornata del voto su Alfonso Papa – l’amico e successore designato, Maroni. Il ministro dell’Interno ieri si è innervosito leggendo alcuni articoli sui giornali che ipotizzavano una crisi dei rapporti tra lui e il leader padano. Maroni e Bossi sono, e rimangono, infatti, due facce della stessa medaglia. E se è vero che lunedì durante la cena di Arcore a casa di Berlusconi Bossi aveva assunto toni di maggiore cautela nei confronti del Cavaliere preoccupato per le sorti di Alfonso Papa, rimane pure vero che a tarda sera – a cena conclusa – a pochi metri dal cancello d’ingresso di Villa San Martino Bossi e Maroni si sono scambiati queste parole: “Allora che facciamo con Papa?”, “votiamo per l’arresto”, “sono d’accordo ma pensaci tu”. E così è stato.

Il doppio linguaggio della Lega, le contraddizioni pubbliche di Bossi, le oscure meccaniche rituali che regolano il dibattito interno del partito, compreso lo stile misterico di molti dei suoi dirigenti, confondono il personale politico del Pdl e anche Berlusconi. Il premier si è visto recapitare un messaggio da Maroni, dopo il voto sull’arresto di Papa: non voglio provocare una crisi di governo, il problema è interno alla Lega e non ce l’avevo con te. Ma se la prima fase sembra corrispondere alle vere intenzioni del ministro, la seconda non ha convinto anzitutto il Cavaliere. A Berlusconi e al suo stato maggiore non sfugge che tutta la Lega ormai invoca un rinnovamento del Pdl e del governo. Ma si dà per certo – non senza qualche ragione – che Maroni rappresenti la punta più avanzata e meno disponibile a temporeggiare. Calderoli è considerato, per esempio, un continuista ancora legato – e molto – a Giulio Tremonti e dunque ad altre ipotesi “di rinnovamento”. Sono tutti con le orecchie tese, impegnati ad auscultare ogni minimo sussurro che muove dalle parti della Lega, Denis Verdini, Maurizio Gasparri, Gaetano Quagliariello e ovviamente anche Angelino Alfano. Ieri hanno incontrato Calderoli a via dell’Umiltà, sede romana del Pdl. Ufficialmente si è parlato soltanto della calderoliana riforma costituzionale (riduzione del numero dei parlamentari, più poteri al premier, introduzione del Senato federale), ma in realtà si è anche scatenata la curiosità su quanto sta succedendo a casa di Bossi. “Il tema è il rinnovamento del centrodestra”, dice Gasparri. E rinnovamento vuol dire tante cose, molte che il capogruppo del Pdl al Senato non vuole nemmeno immaginare. Berlusconi che lascia Palazzo Chigi in questa legislatura, tanto per cominciare.

Maroni si muove dentro una cornice di fedeltà al centrodestra, ma pretende un ricambio apicale della classe dirigente. Gli altri, a partire da quel cerchio magico ormai sformato, compreso Calderoli, pensano ancora alla possibilità che il Cav. e Bossi vadano avanti per un po’, in attesa di capire meglio quali conseguenze potrebbe avere un rivolgimento profondo al governo. “Rinnovare troppo presto rischia di indebolirci? Rinnovare e poi perire?”, esce un po’ fuori di metafora Maurizio Gasparri che con Maroni ha costruito un rapporto di consuetudine: lo ha prima invitato a Mirabello, dandogli la possibilità di appoggiare la difficile ascesa di Alfano nel Pdl, e lo ha rivisto ieri a Viareggio di fronte a una platea di giovani del Pdl (quasi tutti ex di An). “Accelerando troppo il veicolo rischia di sbandare fuori strada?”. Insomma, un passo indietro di Berlusconi sarebbe il viatico per un rilancio o è l’anticamera della fine? La risposta forse cercheranno di darsela Maroni e il Cav. oggi in Cdm. Ma il ministro dell’Interno ha un’arma non spuntata tra le mani. E Daniele Marantelli, il deputato nordista del Pd che lo ha sentito chiacchierare con Massimo D’Alema, lo sa.

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