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Se non passa la tempesta

La coesione nazionale del Cav. ha il volto di Casini (che flirta col Pd)

L’Udc vuole emendare la manovra con le altre opposizioni, ma intanto si fa corteggiare dal Pdl. Rimpasto?

di Salvatore Merlo | 12 Luglio 2011 ore 11:51

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“Qualsiasi ambizione stia coltivando, non può che parlarne con noi”. Silvio Berlusconi, pronto a un’apertura di credito alle opposizioni, osserva Pier Ferdinando Casini che fa manovra: lo ha visto incontrare Pier Luigi Bersani (“il patto di Bologna”), e ieri lo ha visto decidere, con Enrico Letta, di produrre emendamenti comuni Udc-Pd alla Finanziaria. Tutto lascerebbe pensare che il leader neo democristiano – sentendo odore di crisi di governo, tra speculatori, manovra economica e calo della Borsa – si stia avvicinando al Pd coltivando la vecchia idea dalemiana di un’alleanza a sinistra; uno schema, in questa fase delicata, coccolato forse anche dalle preoccupazioni del Quirinale che a detta di tutti (ma solo dopo aver visto approvata la manovra) ben vedrebbe un governo “più solido” e dalla più ampia base politica. Ma è davvero così?

L’entourage del premier e Berlusconi stesso un po’ sorridono di questa analisi. Perché dalle parti di Palazzo Grazioli si registra l’effetto, apparentemente paradossale, di un’opposizione al contrario costretta dall’attacco speculativo a puntellare il governo. Non solo. “Le prossime elezioni saranno bipolariste e il Terzo polo non va da nessuna parte. Il futuro di Casini è con il centrodestra. Berlusconi ha detto che non si ricandida nel 2013 e Alfano ha già aperto un canale con l’Udc. Nulla più osta a una ricongiunzione nella casa dei moderati”, ripetono da tempo ai propri interlocutori sia Ignazio La Russa sia Maurizio Gasparri. Ed è la stessa analisi che ormai fanno tanti nel Pdl, da Berlusconi in giù. Come dice Gasparri: “Angelino Alfano e Roberto Formigoni sono i nostri due più quotati pretendenti alla presidenza del Consiglio. Anche Casini, ma lui secondo me adesso vuole fare il presidente della Repubblica”. E il Pdl con la Lega – è sottinteso – lo sosterrebbe. La veste trasversale di Casini (con lui è un pezzo consistente dell’area popolare del Pd, a cominciare da Beppe Fioroni) è pronta a garantirlo anche a sinistra.

D’altra parte l’indicazione delle gerarchie vaticane – non necessariamente vincolante, ma nemmeno trascurabile – guarda alla collocazione dei cattolici nell’alveo cristiano e conservatore del Ppe. Chi ha partecipato a qualcuno dei periodici incontri bipartisan con i quali il cardinale Tarcisio Bertone riunisce esponenti del cattolicesimo politico e dell’associazionismo spiega al Foglio: “In questo momento molti vescovi si interrogano se dopo Zapatero in Spagna verranno cambiate le leggi fatte dalla sinistra. Sarà molto difficile che ci si riesca. Per questo non so se anche in Italia pensino ad appoggiare davvero il centrosinistra”.

Se la situazione precipitasse, l’avvicinamento tra Casini e il Pdl potrebbe essere sorprendente e rapido. La parola viene maneggiata con cautela, ma è stata pronunciata nel governo: rimpasto. Un’ipotesi che, dopo la manovra, dovrebbe potersi realizzare con l’appoggio esterno dell’Udc al governo Berlusconi. Ma si tratta di un piano B, in parte da scongiurare, perché prende le mosse da una eventualità che nessuno si augura: le dimissioni di Giulio Tremonti. Il Cavaliere è nero per l’affare Mondadori, ma non sono né il risarcimento dovuto alla Cir né tanto l’ondata speculativa, che i ministri ritengono di poter contenere grazie a una rapida approvazione della manovra, a preoccupare troppo l’esecutivo. I pensieri della maggioranza sono agitati dall’inchiesta P4 e da possibili novità che riguardino Tremonti e i rapporti con il suo ex consigliere politico Marco Milanese. Il ministro dell’Economia era sul punto di lasciare già venerdì scorso; ma è stato fermato dal Cavaliere, blindato dalla maggioranza tutta e difeso come non mai persino dai suoi più illustri antipatizzanti nella compagine di governo. Eppure a Palazzo Chigi ci si prepara anche al peggio.

Se la posizione del ministro dovesse farsi difficile, dopo la manovra Tremonti potrebbe decidere di lasciare. Verrebbe sostituito, ma non necessariamente da una figura ingombrante alla Mario Monti (né da Bini Smaghi, che gode di poca fiducia) perché – spiegano fonti della maggioranza – “sarebbe la manovra tremontiana a garantire gli impegni dell’Italia e il pareggio di bilancio per il 2014. Ricordatevi che Mario Draghi sarà presto al vertice della Bce e lo ha già detto: ‘La manovra va bene’”. Un passaggio che dovrebbe essere concluso (o anticipato) da un appello di responsabilità all’opposizione e in particolare all’Udc e a Casini. Che per adesso, però, parla soprattutto con Bersani.

E’ l’inchiesta P4 a preoccupare di più, perché “la speculazione che si abbatte sull’Italia non deriva dalla debolezza del governo ma dalla complessiva debolezza dell’euro”, dice Fabrizio Cicchitto. “Anche in Francia è cresciuto lo spread con i titoli tedeschi – spiega il capogruppo – noi abbiamo la manovra per reagire all’aggressione e la approveremo in tempi veloci”. Oggi dovrebbe tenersi in Senato, chiesta dal Pdl, una riunione dei capigruppo per accelerare sull’iter della Finanziaria.
Ma l’analisi della situazione che fanno i vertici del Pdl ieri ha trovato carburante persino in due interviste pubblicate da Repubblica, quella dell’economista francese Jean-Paul Fitoussi e quella del collega americano, il premio Nobel per l’Economia Michael Spence. “Fitoussi lo dice chiaro – spiega Cicchitto – ‘la debolezza politica dell’Europa alimenta la speculazione sull’euro. E dunque anche in Italia”. Chissà. Conclude il capogruppo del Pdl alla Camera: “Resta vero che il momento è molto serio ed è necessario che tutte le forze politiche, come ha auspicato Giorgio Napolitano, si comportino responsabilmente”. Dunque Casini, prima di tutti. Ma il leader dell’Udc ieri ha annunciato per la manovra emendamenti comuni con il Pd e l’Idv di Antonio Di Pietro. Una strategia che per il momento frustra gli schemi del Pdl rafforzando l’impressione che Casini si muova per alzare il prezzo di un’operazione politica che vede la maggioranza – con il Pdl già proiettato verso una forma federativa da “popolo dei moderati” – disposta a molte, molte, concessioni sugli assetti di potere futuri.

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