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Alfano, l’unto del Cavaliere

Tremonti lo guarda dall’alto in basso, Bossi lo spernacchia, mezzo Pdl lo teme o non lo ama. Ma il segretario “designato” non sembra intenzionato a fare soltanto lo spartitraffico tra litiganti. Ecco perché

di Salvatore Merlo | 27 Agosto 2011 ore 06:59

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Incombe la pernacchia di Umberto Bossi: “La mediazione di Alfano? Prrrr…”. Ma quando la prossima settimana incontrerà sul serio il vecchio leader della Lega, il segretario del Pdl dovrà fare finta di nulla, dovrà incrociare impassibile anche lo sguardo di quel Giulio Tremonti che pare abbia liquidato così, salvo poi smentire, le sue correzioni alla manovra: “C’è una certa dose di impreparazione in questi emendamenti”. Non sarà facile, perché trattandolo con sufficienza Tremonti e Bossi hanno forse voluto rivelarne i punti deboli. Al segretario del Pdl non sfugge che il vertice con la Lega è per lui una prova forse decisiva. “Quelli tentano di delegittimarti, fingono di non riconoscerti come interlocutore”, lo hanno avvertito i (pochi) amici che ha nel Pdl. Certamente Maurizio Lupi, di cui è stato compagno di banco alla Camera, Renato Schifani, con il quale ha governato Forza Italia in Sicilia, e forse anche Raffaele Fitto, con il quale condivide un comune atout: la giusta classe di età.

 Nel Pdl tutti pensano che o si convince Tremonti (e dunque Bossi) a modificare la manovra, oppure gli equilibri interni al partito saranno compromessi. Il compito, lo ha stabilito Berlusconi, spetta ad Alfano. Ma se il partito non è in grado di governare Tremonti, a che serve il nuovo corso del Pdl? I rischi sono enormi per il segretario. “Dovremmo evitare di fare il congresso del Pdl sugli emendamenti alla manovra”, è l’auspicio ironico di Fabrizio Cicchitto. E forse anche per questo Alfano non sarà solo, ma – è notizia di ieri – accompagnato dai capigruppo di Camera e Senato.

Il Cavaliere invece per cautela si terrà un passo in dietro in casa padana. Con Bossi non vuole litigare, malgrado con Tremonti (“una risorsa un po’ presuntuosa”, copyright Maurizio Gasparri) abbia ormai un rapporto che ricorda pericolosamente gli ultimi tempi con Gianfranco Fini. “Ha un ruolo ambiguo e non positivo”, è arrivato a dire Sandro Bondi, mentre fuor di metafora altri dirigenti del Pdl spiegano che “il dottore lo manderebbe a quel paese anche domani, se potesse”. Da quando la crisi si è aggravata il premier vuole evitare pericolose collisioni con l’alleato nordista e con i ministri dal cattivo carattere (specie se protetti da Bossi). Così, per l’occasione, ha trasformato Alfano in uno spartitraffico, nel crocevia di tutte le grane del centrodestra: con la Lega, ma anche tra partito e governo, tra maggioranza ed enti locali e tra correnti del Pdl.

Alfano ha negoziato con la fronda liberale di Antonio Martino ed è venuto incontro alle richieste di Guido Crosetto, ha ascoltato i sindaci, confermandosi abile in quel ruolo (un po’ ingrato) di alta diplomazia che lo ha reso artefice del cosiddetto lodo Alfano, bocciato, sì, dalla Corte costituzionale, ma pur sempre controfirmato da Giorgio Napolitano al Quirinale.
La prossima settimana toccherà dunque ancora a lui, modi felpati, orientali, non bello ma dotato di sorriso sincero, suonare le corde giuste, indovinare il registro da utilizzare con due uomini del nord, Bossi e Tremonti, con i quali, lui democristiano e agrigentino, non si è mai davvero capito, e che forse aspettano di riceverlo soltanto per gusto iconoclasta, per sconfiggere in lui – pensano – un Berlusconi in effigie. Bossi con le pernacchie, Tremonti con la spavalderia professorale.

Ed è questa la maledizione di Alfano, Massimo D’Alema l’ha sintetizzata con una delle sue battute: “Rischioso essere delfino di un pescecane”. E’ l’identificazione con il capo, sono le stigmate della designazione, il sospetto di scarsa autonomia che fra gli antipatizzanti a lui non lontani diventa contumelia: è alto, dritto e garbato come un maggiordomo, ovvero il colpevole per antonomasia, quello destinato a pagare anche le colpe degli altri (quelle del leader?). Di lui si dice che non sarà mai adulto finché non contraddirrà il Cavaliere, “vive in uno stato di minorità confidenziale, si chiama Angelino”, sibilano velenosi gli antipatizzanti che oggi non sono soltanto i Tremonti, ma anche i Formigoni e gli Alemanno, forse gli Scajola e le Prestigiacomo, certamente tutti coloro i quali coltivano ambizioni in proprio. Una condizione, quella di minorità, che sta bene all’intero notabilato del Pdl che lo vuole così e che, salvo qualche eccezione, lo avvicina e lo asseconda sempre con fare paterno: impossibile trovare un nemico integrale di Alfano nel Pdl, ma forse non gli sono nemmeno amici fino in fondo.

A luglio il segretario tentò una manovra politica, forse non concordata, forse accelerando più di quanto non si dovesse. Riaccogliendo nel Pdl gli ex finiani Adolfo Urso e Andrea Ronchi, Alfano azzardò un invito troppo esplicito – in quella fase – anche a Pier Ferdinando Casini e a Gianfranco Fini. Era il 27 luglio e Maurizio Gasparri, con piglio protettivo, spiegava ai giornalisti maliziosi: “L’invito a Fini e Casini? Alfano ha solo risposto a una domanda”. Al capogruppo del Pdl, non sfuggiva quale fosse – ed è ancora – la pregiudiziale di Fini e Casini: torniamo nel centrodestra solo quando Berlusconi farà un passo indietro. Terreno rischioso quello su cui stava per avventurarsi Alfano, specie per l’uomo che Roberto Maroni, dalla sua posizione frondista e insofferente nei confronti della premiership di Berlusconi, ha indicato più o meno esplicitamente come un buon successore del Cavaliere già in questa legislatura. Il ministro leghista dell’Interno, con il quale Alfano da Guardasigilli ha stabilito buoni rapporti di consuetudine, ha accarezzato e proposto sul serio questa strada per togliersi dagli impicci. Ma l’immagine di Alfano premier (in questa legislatura come nel 2013) in realtà nel Pdl fa sorridere in molti, non solo Roberto Formigoni e Gianni Alemanno (“mai visto un leader per designazione”) ma persino alcuni degli alleati apparentemente più sinceri di Alfano in questa fase: “Non lo caricherei di responsabilità salvifiche totali”, ha detto Renato Brunetta a Maurizio Sacconi non troppo tempo fa.

Eppure il Cavaliere ha deciso, forse non per la successione di cui ogni tanto si diverte a parlare (e un po’ meno a sentirne parlare, come ha più volte notato anche il Foglio), ma piuttosto per l’adozione definitiva del giovane Alfano che non a caso, all’inizio di agosto, è stato celebrato, con foto private, da Chi.
Il settimanale mondano di Alfonso Signorini lo ha trattato come uno di famiglia. Alfano come Berlusconi, un oggetto di consumo editoriale di massa: camicia arrotolata sulle maniche, sorrisi, la moglie e i figli, “non mi sono mai dimesso da papà”. Un rito di passaggio nell’industria del consenso berlusconiano, l’inclusione definitiva nel mondo spettacolare del Cavaliere, che si fonda sulla delega del potere politico e sulla publicizzazione del privato: l’esposizione del corpo al fotografo è una laurea dal punto di vista dell’immagine, e forse anche della costruzione dell’immagine. E in questo Alfonso Signorini è il demiurgo: si può fotografare l’avversario nei suoi inciampi (Italo Bocchino, Gianfranco Fini…) e si può anche rendere pop Angelino Alfano.

Questo è lo schema di Berlusconi, ma qual è quello di Alfano? Difficile dirlo. Il giovane segretario, non senza generosità, sta rischiando la propria faccia nella mediazione con la Lega e accetta volentieri (così sembra) di fare scudo al Cavaliere taciturno e periclitante. Eppure le avance di Maroni le ha ben comprese, prevedono la conservazione dell’attuale maggioranza e la sostituzione del premier, in corsa. E’ lo schema che talvolta, con cautela, soltanto Gianni Letta è riuscito a illustrare, come eventualità remota, al presidente del Consiglio. Ma in questo modo ad Alfano, forse, viene chiesto molto più di quel gesto di autonomia dal Capo che già da solo basterebbe a tacitare le malizie degli avversari interni ed esterni al Pdl.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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