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Il Cavaliere e lo scorpione

I drammi paralleli di Berlusconi e D’Alema, “vecchi arnesi” della Seconda Repubblica sfidati dalle nuove generazioni arrembanti. Il precedente di Craxi e Andreotti

di Salvatore Merlo | 13 Settembre 2011 ore 06:59

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Così diversi, così lontani, eppure mai così vicini. “Anche loro sono dei vecchi arnesi della politica. Stanno là dentro da più di trent’anni”. Per la prima volta, la settimana scorsa, mentre parlava alla festa di Atreju, Silvio Berlusconi, per un attimo, prima di ritrovare lo slancio giovanilistico che gli è più consueto, è finito con l’accostare la propria immagine a quella dei vecchi professionisti della politica, che ovviamente, per lui, stanno soprattutto a sinistra. E non è uno sforzo eccessivo di fantasia immaginare che mentre evocava le critiche e respingeva i garbati consigli sul “fai un passo indietro”, muovendo le mani, quasi a evocare la figura dei “vecchi arnesi”, il presidente del Consiglio stesse disegnando nell’aria il profilo baffuto di Massimo D’Alema. Mal sopportato, talvolta apprezzato, incompatibile, ma mai considerato un vero nemico (lo candidò al Quirinale), per Berlusconi, nel momento della difficoltà, è quasi naturale pensare a D’Alema tratteggiandone con le dita, infastidito ma anche involontariamente solidale, la figura. E’ l’altro leader drammaticamente in declino: lambito dalle inchieste della magistratura pugliese, contestato dagli operai della Cgil, irriso dal Fatto per aver chiesto invano al Vaticano di diventare conte (“meglio vice conte che doppio nulla”), D’Alema è l’uomo che per eccesso di narcisismo continua a prestarsi allegramente a ogni leggenda nera, siano le scarpe da un milione di lire o la barca venduta per acquistare un vigneto in Umbria, ma senza più suscitare accaniti dibattiti sul moralismo o sul post comunismo alla fine delle ideologie, ma solo scherno, odio antipolitico, fischi rancorosi nelle piazze rosse che un tempo sapeva guidare.
D’Alema, assieme al Cavaliere, è il protagonista testamentario di questa pazzotica Seconda Repubblica che volge al tramonto e all’interno della quale i due uomini, abbracciati sull’orlo del precipizio, assumono la grandezza tragica e simbolica che fece di Bettino Craxi e Giulio Andreotti l’immagine stessa della Prima, felice e disgraziata Repubblica travolta dalle tangenti, dalla mafiologia maleodorante e dalla marcia inarrestabile della procura di Milano. Come Craxi e Andreotti, la cui gobba di ieri sono i baffi di oggi, Berlusconi e D’Alema percepiscono il pericolo e stancamente provano a esorcizzarlo.

Il Cavaliere sfida i tempi riproponendo
se stesso e il suo vitalismo carismatico, D’Alema rivendicando invece il primato della politica, delle forze organizzate, la perpetuazione della classe dirigente: vuole una riforma elettorale proporzionale. Ma sono formule vecchie, l’infinita iterazione di sé che pochi giorni fa ha esposto Berlusconi al risolino e al darsi di gomito dei giovani del Pdl alla festa di Atreju (“ho ventisette anni”) e che ha portato D’Alema a essere contestato dagli operai da mille euro al mese, cui non ha trovato di meglio che dire “estremisti”, confermando così, per spavalderia, le certezze di chi lo individua come un simbolo della politica arrogante e maramalda e che dunque domani lo fischierà ancora più forte. “Chissà perché, Massimo, ogni volta che dici qualcosa, tutti si chiedono dove sia la fregatura”, gli disse una volta Dario Franceschini, che porta nella politica una sensibilità letteraria. Ed ecco la risposta che diede D’Alema: “E’ perché sono più intelligente di voi e per un riflesso tipico della cultura contadina si diffida sempre di chi è più intelligente”. Mezzo sconfitto e mezzo vincente, D’Alema ha dato prova che per lui l’unico modo di essere intelligente è schiaffeggiare la propria intelligenza, tramortirla e mortificarla persino (come nell’apologo dello scorpione e della rana che il Foglio gli ha cucito addosso a suo tempo). Fino all’ultimo, anche nei giorni in cui, come avverte sempre più spesso Giorgio Napolitano, la politica rischia di tornare alle monetine del Raphaël, o forse di approdare addirittura alle pietre dell’Intifada.

“Quando Berlusconi lascerà la politica sarà un cambio epocale, uno di quei fenomeni che finiscono nei libri di storia. Cambia l’Italia. Se D’Alema molla, invece, non se ne accorge proprio nessuno”, dicono nella corte berlusconiana e soprattutto tra gli ex socialisti che coltivano un rancore antico per i vecchi compagni del Pci e forse, dunque, non sono propriamente osservatori neutrali. Eppure ragionamenti di questo tipo si fanno anche nel Partito democratico, si sa. Si intravvedono nel sorriso di Pina Picierno, quando la giovane e bella deputata che Walter Veltroni ha voluto a Montecitorio sente parlare del vecchio D’Alema, e sono il propellente dell’ascesa iconoclasta del sindaco di Firenze Matteo Renzi. Così è vero che il Cavaliere traballante è ancora in sella, mentre D’Alema è forse già disarcionato, ma l’immagine del tragico abbraccio tra i due leader sul viale del tramonto è resa persino più forte dall’arrembaggio dei giovani del Pd, perché D’Alema, sì, ha Renzi, ma Berlusconi ha Angelino Alfano. E non bisogna farsi fuorviare dal “mi fido di Angelino” del Cavaliere o dal “Berlusconi sarà sempre il nostro leader” di Alfano: non esiste affetto filiale in politica, Claudio Martelli non era il figlio amorevole e fedele di Craxi come Pier Ferdinando Casini non lo è stato per Forlani. Dunque, in realtà, la crisi di Berlusconi e D’Alema si intreccia con l’offensiva generazionale che entrambi subiscono, ognuno con il proprio carattere, coltivando le proprie riserve e le proprie furbizie.

Berlusconi ha creato Alfano, lo ha fatto ministro quarantenne della Giustizia, lui che, da buon italiano e meridionale, era “avvocato” ma senza avere mai davvero esercitato la professione. Ed è stato il Cavaliere a volere fare poi di quel giovane ministro il primo segretario politico del Pdl, l’unico partito che non si chiama partito, ma “popolo”. Così come è sempre stato il premier, confessandosi con faceta serietà a Repubblica, un giorno di luglio di quest’anno, a incoronarlo delfino: “Sarà Angelino il candidato alla presidenza del Consiglio nel 2013”. D’Alema ovviamente è stato il primo a ironizzare: “Difficile fare il delfino di un pescecane”, ma anche Claudio Scajola nel giorno dell’incoronazione di Alfano se ne andò prima che il neo segretario prendesse la parola, mentre Giulio Tremonti durante il discorso continuò a chiacchierare come nulla fosse e Umberto Bossi utilizzò lo strumento decisivo della pernacchia: “Alfano media con la Lega? Prrrr…”. Risolini, battutine, le stesse che accompagnavano Alfano quando Berlusconi otto anni fa lo volle nella stanza a fianco e gli chiedeva “per cortesia” le fotocopie. Dunque è abbastanza naturale che nessuno abbia avvertito, almeno all’inizio, che ci fosse un’offensiva generazionale anche nel centrodestra. Solo gli ultimi eventi – preceduti dall’attivismo nervoso di Roberto Maroni all’interno della Lega, e solo l’incrocio dell’assedio mediatico e giudiziario con la crisi economica, che assume i caratteri di soluzione finale per il berlusconismo – da qualche giorno evidenziano l’esistenza di un’offensiva rottamatrice che non può assumere i caratteri di scontro frontale che animano l’opposizione di Matteo Renzi alla vecchia guardia del Pd e al dalemismo, ma che comincia a emergere cauta e a condensarsi intorno ad Alfano. Fedele Confalonieri e Gianni Letta, al Cavaliere, lo hanno detto chiaro e tondo: “Pensaci al passo indietro”. E Flavio Tosi, il sindaco leghista di Verona che coltiva un rapporto simbiotico con Maroni, ha rafforzato il concetto: “Per Berlusconi è venuto il momento di farsi da parte”, e con lui anche Renata Polverini e Gianni Alemanno e Roberto Formigoni… Il candidato che va bene a tutti è proprio Alfano, cui adesso tocca un compito complicatissimo: liberarsi dalla tutela di Berlusconi. Per riuscire dovrà difendersi dal premier che continua ad accarezzargli la testa (“è bravo”, “mi fido solo di lui e di Gianni Letta”) forse sapendo che ogni carezza sospinge di nuovo il giovane segretario verso la bambagia, il giardino dell’infanzia politica.

Tutto il contrario di quello che fa D’Alema, per gusto compiaciuto della battuta, con il suo giovane avversario, Renzi, definito “loffio” assieme a tutti gli altri giovani scalpitanti del Pd. Non esiste più, nemmeno per lui, la dissimulazione, che è antica ginnastica comunista, laddove i rancori non esplodevano mai in pubblico. “Verranno dei giovanotti bravi… Renzi, per dire, fa il sindaco di Firenze. Fossi in lui sarei grato al partito che glielo ha consentito”. E ancora: “A trentotto anni io ero responsabile dell’organizzazione del Pci. Il partito lo dirigevamo noi, ma quando parlavano Ingrao o Napolitano ascoltavamo con attenzione. Questa giovane generazione, che oggi per andare sui giornali deve parlare di me, è loffia”. Quello che D’Alema non può capire è che ogni suo schiaffo, lungi dal fargli del male, rafforza Renzi e rende simpatica anche solo l’immagine della rottamazione.
E difatti Berlusconi e D’Alema non potrebbero reagire in maniera più diversa, eppure folcloristicamente simile, alla crisi parallela che li coinvolge rischiando di trascinarli a fondo, di monumentalizzarli in vita, icone della Seconda rappattumata Repubblica. Il Cavaliere lo fa moltiplicandosi all’infinito, parlando di un Alfano al futuro remoto e di un Silvio all’eterno presente: “Lunga vita a Silvio, e lunga vita a voi”, ha detto ai giovani del Pdl. Con la camicia aperta, coraggiosamente fino al secondo e più giovanile dei bottoni, ha ricordato ai ragazzi che “oggi la medicina consente di arrivare a centovent’anni. Approfittatene!”. E’ con fare intimamente faceto che Berlusconi, assediato dalle procure, infangato dalle intercettazioni, indebolito dalla crisi economica, ama proiettare la sua uscita di scena il più in là possibile. I nemici, per lui, sono i soliti, la magistratura politicizzata, i poteri parrucconi, i giornali allarmisti in economia e schierati a sinistra in politica.

E dunque ciascuno di loro, Berlusconi e D’Alema, rimane in fondo sempre piantato nella propria idea di sé, anche se meno gagliarda di un tempo. Perché D’Alema che delle trame segrete e del pissi pissi di Palazzo è stato il massimo interprete, oggi, nel momento della difficoltà, si rispecchia negli altri e dunque vede e denuncia solo complotti: la cospirazione plutocratica contro i Ds, l’affare Penati come architrave di una offensiva occulta, i capitalisti e i padroni che hanno fatto fallire le banche e adesso puntano a colpire i partiti. Lo ha detto sul serio, pochi giorni fa, a Pesaro. Ha descritto un grande movimento, dai tratti evanescenti, degno di un romanzo di John le Carré, che mette insieme l’ondata antipolitica e il grande capitale: tutti insieme, tutti contro i Ds e in attesa dell’arrivo “di un cavaliere bianco”, di un “Berlusconi buono”. E quando insisti, i dalemiani, quelli rimasti, ma che – come un tempo – continuano ad assomigliarsi tra loro e persino a parlare nello stesso modo, quelli che oggi si chiamano Matteo Orfini e Nicola Latorre, Roberto Gualtieri e Michele Ventura, spiegano che “D’Alema dev’essere ruvido perché la situazione è in bilico, diciamo”. Non c’è solo il leader che affonda, ma la paura di vedersi soffiare da qualcun altro l’occasione storica del dopo Berlusconi. E così D’Alema mette insieme tutti gli attori, che fuor di metafora sono i Luca Cordero di Montezemolo, i Diego Della Valle e gli Alessandro Profumo, i Paolo Mieli e i Ferruccio de Bortoli, e poi – ovviamente – l’editore di Repubblica, nonché ex tessera numero uno del Pd, Carlo De Benedetti.

Fabrizio Cicchitto che li conosce bene entrambi, dice che “non li si può paragonare, stanno su due piani diversi”, e l’ex socialista, oggi capogruppo del Pdl, ha ragione perché Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema sembrano divisi da tutto: il primo era un imprenditore di successo quando il secondo era già un importante funzionario del Pci, abile al punto da avvicendare un segretario come Natta; D’Alema è più giovane d’età ma più anziano nella consuetudine politica, ha il culto dei baffi, mentre Berlusconi teorizza la rasatura perfetta. Così diversi che il solo accostarli richiede uno sforzo notevole. Ma alla fine c’è un passaggio che nemmeno Cicchitto respinge del tutto, ed è quello del comune drammatico destino. Con una differenza, ancora: “La sopravvivenza del dalemismo è più facile perché poggia sul potere reticolare del vecchio Pci. Il caso Penati, come Greganti, Unipol come le Coop rosse. Quello è un conflitto di interessi occulto e radicato, mentre quello di Berlusconi è esplicito e allegramente fragile”.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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