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Intercettare è meglio che fottere

Così rimuore la legge sugli ascolti, quella che tutti vogliono ma nessuno voterebbe (tranne il Cav.)

di Salvatore Merlo | 12 Ottobre 2011 ore 06:59

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Adesso per davvero non si fa. La legge sulle intercettazioni è rinviata a data da destinarsi e per la terza volta, dopo un’avanzata che sembrava da opliti, toni ultimativi, relatori che si dimettevano, pugni sbattuti, forzature da stato di polizia contro stato di diritto, blogger in rivolta, Wikipedia oscurata e tonnellate di post-it gialli, il governo imbavagliatore si è imbavagliato: “Non possiamo rischiare una sessantina di voti segreti sulle intercettazioni. Potremmo andare sotto”. I tempi sembravano maturi, ma finisce così, sul capitombolo della maggioranza ieri a Montecitorio: il governo messo in minoranza sulla legge di bilancio. Non si capisce se è colpa di Claudio Scajola (assente), se sia stato un messaggio minatorio rivolto a Giulio Tremonti – a sua volta sospettato, ha smentito una sua deliberata assenza dai banchi per ragioni politiche – o addirittura al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, o banale sciatteria e improntitudine, ma il Pdl è andato nel panico. E lì, nel panico, rimane. Scajola non sarà stato determinante nei numeri (si vedrà), ma l’ex ministro e la sua pattuglia di democristiani sono stati determinanti nel costruire quel clima di incertezza parlamentare che ha convinto il Pdl a soprassedere sugli ascolti telefonici. Se fino a poche ore prima sembrava possibile che giovedì la legge sulle intercettazioni vedesse la luce, il ceffone parlamentare di ieri ha fatto pendere con decisione lo stato maggiore del Pdl per la cautela. “Non si sa mai, con questi chiari di luna”. Quanti ieri sera si preparavano a dare battaglia contro i cauti nel corso di una riunione notturna a Palazzo Chigi, presente Gianni Letta, hanno immediatamente rinfoderato la baldanza: “Occhio a Scajola!”. E quella delle intercettazioni diventa così una storia curiosa, perché è definita dagli oppositori “una ossessione” del Cavaliere, ma è una ossessione apparentemente irrealizzabile per chiunque: non ci è riuscito il centrosinistra con Clemente Mastella, non ci riesce il centrodestra (ed è la seconda volta che ci prova sul serio). Circola una battuta: “Intercettare è meglio che fottere? Evidentemente sì”.

Nel Partito democratico i più smaliziati, i più limpidamente politici tra i politici, che in Italia raramente appartengono al cattolicesimo democratico delle Rosy Bindi e dei Dario Franceschini, da tempo se lo dicono tra loro, e sorridendo lo dicono anche ai giornalisti amici: “Finché ci sarà Berlusconi non si farà né la riforma della giustizia né la legge sulle intercettazioni”. Così, per quanto Pier Luigi Bersani sia convinto che “alcune intercettazioni non dovrebbero mai essere pubblicate”, e per quanto persino Ilda Boccassini, la pm del processo Ruby, abbia detto che “anche io, da cittadina, leggendo sul giornale delle cose che non dovrei leggere, mi indigno”, potrebbe essere solo una forzatura del centrodestra a produrre – ma pare proprio di no – una legge e contestatissima: la legge bavaglio, condannata dalla suggestiva campagna dei post-it di Repubblica, eppure condivisa in linea teorica da ampi settori della magistratura e istituzionali, dal vicepresidente del Csm Michele Vietti e persino dal Quirinale, che forse per primo – e in più di un’occasione – non ha mancato di constatare con rammarico come la pioggia di fango che precipita a mezzo stampa e diluvia nel Palazzo stia dando l’impressione che la vita nazionale della Seconda Repubblica debba affogare in una fetida alluvione di melma su cui svolazzano stridendo neri uccellacci, il sospetto e la calunnia.

Perché tutti sanno che il sistema è impazzito, e le intercettazioni pubblicate ai tempi di Tangentopoli, anche quelle più morbose e terribili tra il banchiere Pacini Battaglia e la figlia del gran ferroviere Lorenzo Necci, dettagli sessuali riportati senza censure sulle colonne dei giornali, per quantità e violenza non hanno mai raggiunto le vette della Seconda Repubblica. “Alle intercettazioni non sempre si fa ricorso solo nei casi di assoluta indispensabilità e il loro contenuto viene poi spesso divulgato per quanto privo di rilievo processuale”, ha detto Giorgio Napolitano il 21 luglio scorso. Eppure il conflitto politico, il contesto nel quale nascono e si dibattono i provvedimenti di legge, il Parlamento, è talmente esulcerato, ultra rissoso, che nessun disarmo ideologico, nessun dialogo, è possibile; specie nell’universo semantico della giustizia attorno al quale è cresciuta e si è condensata gran parte della retorica, più e meno efficace, più e meno condivisibile, e massimamente divisiva del Ventennio berlusconiano. Una legge sulle intercettazioni riparerebbe Berlusconi? Sì. Ma anche tutti gli altri, politici, uomini pubblici, cittadini normali.

In realtà sono tutti d’accordo, tra gli ex Ds, una parte dei cattolici popolari del Pd, nel Fli di Gianfranco Fini (chiedere a Giulia Bongiorno, che una versione condivisa l’aveva cercata). In Senato, il Pd l’aveva anche preparato una bozza di progetto di legge, in questa legislatura, firmato dai magistrati e senatori Felice Casson e Anna Finocchiaro (non proprio sospettabili di simpatie berlusconiane). E l’Udc di Pier Ferdinando Casini una legge sulle intercettazioni – persino l’ultima – l’avrebbe anche votata, “ma con altre condizioni” dice Roberto Rao, che sta a Casini come Franco Evangelisti stava a Giulio Andreotti. L’Udc l’avrebbe votata se, dice Rao, “le condizioni fossero state diverse”, ovvero se il conflitto non avesse sopravanzato ogni logica politica e di buon senso. Insomma, sono tutti d’accordo, in linea di principio, fatto salvo Antonio Di Pietro (ma poi è davvero così?) e quanti raccolgono la schiuma del consenso rabbioso che pure si produce nel corso di una guerra civile fredda come quella italiana.

Tutti d’accordo, dunque, anche solo in linea teorica: le intercettazioni coperte da segreto, quelle irrilevanti dal punto di vista penale, quelle imbarazzanti e lesive della dignità personale non vanno pubblicate mai e in nessun caso. Eppure nessuno tra i principali esponenti dell’opposizione lo può dire così, chiaro e semplice. Non apertamente. Non adesso. E così ieri ci sono state esplosioni di gioia parlamentare quando si è capito che la legge sulle intercettazioni, anche questa volta, non si sarebbe fatta. “Ci penseremo dopo Berlusconi”, dicono molti nel Partito democratico. E intanto si pubblica qualsiasi cosa. Via così.

La fase finale della partita Silvio Berlusconi contro resto del mondo è diventata così violenta da coinvolgere (travolgere) anche il principio di tutela della riservatezza, l’argine a quegli abusi, nel cortocircuito tra giustizia e stampa, che pure avevano ispirato un disegno di legge voluto da Romano Prodi e dal centrosinistra nel 2008, la cosiddetta legge Mastella, e che a giugno di quest’anno hanno spinto Massimo D’Alema a dire con amarezza: “Leggiamo una valanga di conversazioni che non hanno nulla a che vedere con vicende penali”, cioè quelle irrilevanti per i tribunali ma efficacissime ai fini della lotta politica, la distruzione dell’avversario. Character assassination, dicono gli anglofili. “Abbiamo una banca” (Piero Fassino al telefono col banchiere Giovanni Consorte); “Restatene dove sei” (Silvio Berlusconi a Valter Lavitola)…

“Tutto questo non fa bene al paese, ma è troppo tardi per una legge”, ha detto non troppo tempo fa D’Alema, che alla famiglia Berlusconi imputa la storia delle intercettazioni diffuse illegalmente contro i Ds sul caso Unipol (“Berlusconi non vuole pubblicare solo le intercettazioni che lo riguardano”, ha detto), ma che pure coltiva in cuor suo, come probabilmente fa anche il giovane responsabile giustizia del Pd Andrea Orlando, l’idea che anche qualora a Berlusconi non riuscisse la forzatura sulle intercettazioni un giorno non lontano sarà il centrosinistra a regolarne l’uso (e a sanzionarne l’abuso). “Sono una barbarie adesso basta”, ripete il Cavaliere ogni volta i giornali pubblicano qualcuna delle sue conversazioni telefoniche, lì dove il garantismo si perde nel risentimento e i progetti di legge vengono interpretati come ripicche e interessi privati. Purtroppo a Berlusconi succede di pronunziare frasi e di coltivare idee che sgorgano dai dolori subiti, come il sangue sgorga da una piaga. Gli succede, in altri termini, di incarnare i tormenti del garantismo piuttosto che di esprimerli. E questo spesso rende tutto più complicato, per i garantisti.
Certo la legge che si sarebbe dovuta discutere domani alla Camera era nata male, già in seno al Pdl da giorni si sollevavano voci dissonanti, malumori per il carcere comminato ai giornalisti colpevoli. E ognuno aveva la sua proposta, il suo comma, il suo emendamento migliorativo: una gran confusione che tuttavia sembrava trovare ordine all’ombra della volontà incoercibile di Berlusconi: “Quella legge va fatta!”. Il ministero della Giustizia tira da una parte, l’avvocato Niccolò Ghedini dall’altra, gli ex di An hanno un’idea, quelli di Forza Italia ne hanno un’altra ancora diversa. Gli uffici del ministero della Giustizia, sin dai tempi di Angelino Alfano, propendono per mantenere l’attuale normativa, cui andrebbe aggiunto un solo comma sull’automaticità del trasferimento del magistrato a capo dell’ufficio da cui proviene originariamente la trascrizione dell’intercettazione illegalmente pubblicata. La versione benedetta, invece, dall’avvocato Ghedini – quella che sarebbe dovuta andare ai voti – era tutta orientata a limitare la libertà dei giornalisti che, bene o male, come gli avvocati, sono ben rappresentati in Parlamento. Così nelle file del Pdl ci si è divisi tra quanti sostenevano che si dovessero soprattutto punire gli editori, chi i magistrati, chi i giornalisti. E ovviamente ciascuna di queste leggi trovava avversari e antipatizzanti, non solo nelle opposizioni, ma anche all’interno della maggioranza stessa. E non c’è principio che regga agli interessi di parte, che non ne venga inquinato, affogato nel sospetto che sia meglio punire i giornalisti perché in definitiva – pur ben rappresentati e protetti – sono una lobby forse meno forte di quella dei magistrati e di quella degli editori, o viceversa. Così, alla fine, forse è meglio non fare proprio niente. Basta non appoggiarsi ai principi, sennò si piegano.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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