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Ex berlusconiano sedotto da Cirino Pomicino racconta il suo coup de foudre

di Salvatore Merlo | 05 Novembre 2011 ore 06:59

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“Cosa li convince?”, sorride Cirino Pomicino: “Il fatto è che io ho la politica, mentre altri vanno in giro con una borsa”. E si capisce che è anche una questione di manualità, di tecnica politica contrapposta all’imbroglio, vecchia scuola democristiana, arte retorica, modi orientali: le promesse sono sempre accenti, e i miraggi si scorgono dolci soltanto in fondo a labirinti di parole. “Quando parla, Pomicino ti porta dove vuole lui, e resistergli è difficilissimo”, dice Alessio Bonciani, giovane parlamentare, trentanove anni, berlusconiano della prima ora.

Pomicino gli ha spalancato le porte dell’Udc, il partito dove Bonciani è entrato, giovedì scorso, dopo più di un anno di “dissidenza” interna al Pdl. “E’ ammaliante, ma non mi sento come uno che è stato intortato. Ci siamo trovati, ci siamo capiti, io cercavo una soluzione e lui la offriva… non lo dico per difendermi, perché essere intortati da Pomicino è come se ti picchia Mike Tyson, nessuno può pensare di vincere. E’ una cosa che ci sta”. E Pomicino scioglie il confine sottile tra il caso di coscienza di un deputato in crisi e il calcolo di vantaggio di un deputato in cerca di un più soddisfacente approdo, che per qualcuno rimanda alla categoria odiosa del tradimento: “In politica la bussola deve essere sempre l’analisi della situazione”, spiega.

“Ma l’ago di quella bussola può variare dinnanzi all’esigenza di evitare la rovina personale. Gli uomini politici non sono missionari, pensano alla loro sopravvivenza, solo che devono farlo nei termini più vicini al ragionamento politico”. E si capisce bene per quale motivo Casini ha voluto lui nelle operazioni di avvicinamento gli uomini di Berlusconi: non c’è rozzezza, anche il negotium diventa politica, e distinguere diventa impossibile. Nel Parlamento in dissoluzione, mentre la Seconda Repubblica pencola rischiando di schiantarsi, a tenere a galla la barca là dove tutti annegano ritorna un personaggio che sembrava scivolato lontano dai corridoi dove si fanno (e in queste ore soprattutto si disfanno) le maggioranze di governo. Pomicino offre la stessa formula di Angelino Alfano, il giovane e anche lui democristiano segretario del Pdl che parla di “costituente dei moderati”. Una suggestione che solo nelle parole del vecchio ex ministro andreottiano prende però forma e sembra una cosa vera, il sogno versato nell’orecchio dei berlusconiani in uscita dal berlusconismo: oggi sono in due, domani in tre, e poi chissà.

“La politica è una scienza esatta. A determinati comportamenti conseguono determinati risultati”, dice Pomicino, che dà la colpa di tutto il male ai “partiti personalistici che hanno rovinato l’Italia” perché, dice lui, “noi della Prima Repubblica abbiamo normalizzato il paese”. E quando gli si ricorda del debito pubblico, lui dice che “conti alla mano noi abbiamo abbattuto l’inflazione nel ’76-’79”, mentre “il personalismo dei nuovi partiti ha generato cortigianeria e la cortigianeria ha generato mediocrità. Loro hanno distrutto la politica”, ripete sempre. “Ma oggi, dopo vent’anni, la politica torna a vendicarsi delle offese subite. Io sono il male, ma il bene mi ha fatto una concorrenza della madonna in questi anni”, ride. Ha visto tramontare la Prima Repubblica, da protagonista e da sconfitto. Torna ora a muoversi nei giorni in cui crolla la Seconda Repubblica, forse da comprimario, ma nel campo di quelli che contano di sopravvivere alla catastrofe.

I deputati del Pdl li incontra al bar, negli hotel, al ristorante, “in Parlamento parlo con tutti, ci sono persone di qualità che soffrono nel ruolo di ‘pigiatasti’”. E Bonciani, che è toscano ed è nato con Silvio Berlusconi, racconta il primo incontro con questo gran napoletano: “All’inizio ero diffidente. Ma poi lui ha detto tutte le cose che volevo sentirmi dire, dava voce a i miei stessi pensieri e preveniva le mie preoccupazioni. Una sintonia totale”. In Parlamento fu portato, nel 2008, da Denis Verdini, e di lui dice: “Non so se si conoscano, ma lui e Pomicino si piacerebbero”. Gianfranco Rotondi ha fatto una battuta: “Il governo è appeso a un ballottaggio Verdini-Casini”… Pomicino blandisce, seduce, sa chi contattatare e sa sempre quali corde toccare con ognuno. “Non mi hanno offerto un seggio, l’Udc ha già due deputati in Toscana. Ma adesso so che, anche qualora non dovessi più fare il parlamentare, potrò continuare a fare politica. Non sarò morto”, dice Bonciani. “Vogliono fare il partito dei liberali e cattolici, che non fa concorrenza al Pdl e alle idee di Alfano, ma è compatibile con quello schema: è un invito a tutti loro”.

E si capisce bene per quale motivi Casini ha voluto proprio Pomicino nelle operazioni di avvicinamento agli uomini di Berlusconi. Serviva un professionista delle geometrie variabili, e un fuoriclasse non poteva che venire dalla Prima Repubblica democristiana: da lì Casini lo ha recuperato e a lui, adesso, si affida completamente. Come dice Montale, “il genio purtroppo non parla / per bocca sua. / Il genio lascia qualche traccia di zampetta / come la lepre sulla neve”. Ci si chiede, dunque, a questo punto, se Casini sia l’Andreotti di Pomicino o se piuttosto sia Pomicino l’Andreotti di Casini. Risposta democristiana: “Il padre politico di Casini è stato Forlani che fu fatto segretario dopo una riunione a casa mia. Era il 1989, c’erano Donat Cattin, il ‘povero Gava’, e ‘Giulio’. Con Casini ho un rapporto libero. Posso dare un consiglio, fare un ragionamento e chi ha la responsabilità di guidare, decide”.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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