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Napolitano preme

Ministro unfit to lead the treasury blocca il governo italiano

Demagogia banale di Tremonti. Boicottaggio di fatto. Berlusconi tarda a decidere sul decreto Bce

di Salvatore Merlo | 02 Novembre 2011 ore 11:18

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Giorgio Napolitano è sull’orlo del ritiro della fiducia istituzionale al governo chiamato a fronteggiare la gravissima crisi economica, anche perché Giulio Tremonti non ha dato sostegno alle contromisure allo studio dell’esecutivo. Se n’è accorto pure Romano Prodi: “E’ latitante, in tre mesi ha rovinato la sua credibilità”. Così, nel giorno della tempesta finanziaria più acuta, il superministro è sotto processo. “Sta venendo il tempo di mettere la ragione e il cuore al posto del saggio di interesse, di mettere il pane al posto delle pietre e l’uomo al posto dei lupi”, ha detto Tremonti, lunedì, di fronte alle camicie verdi padane, nella singolare cornice della Sagra della zucca di Pecorara, affiancandosi così alle parole di Umberto Bossi, che lo accompagnava, e che col suo piglio da Cid Campeador aveva invece detto che “ci vogliono le gabbie previdenziali”. Sfogliando i quotidiani, ieri i dirigenti del Pdl hanno cominciato a darsi di gomito: “Stavolta ha esagerato, è precipitato nel peggiore moralismo opportunista possibile”, dice Antonio Martino. “Tremonti è ‘unfit to lead the Treasury’”, dice l’ex ministro citando con ironia il celebre titolo che l’Economist dedicò a Silvio Berlusconi: “O si piega alla politica del governo cui appartiene o si dimette, non ci sono alternative”.

Tremonti riecheggiava la Bibbia,
l’Ecclesiaste e le parole di Benedetto XVI, ma piegate al suo interesse, dicono i molti che non lo amano: accarezza con gusto l’idea della catastrofe che preoccupa Berlusconi e che ieri gli ha fatto immaginare il ricorso a “misure choc” (la patrimoniale). I dirigenti del Pdl, i ministri, lo pensano e ormai lo dicono: Tremonti vuole assecondare lo sfacelo finanziario per restare solo lui, in piedi, tra le macerie. “E’ per questo che prende le distanze, lui, che fa il ministro dell’Economia, dalla politica economica del governo di cui fa parte”, dice Martino. Una situazione paradossale, “roba da neuropsichiatria”, ha detto Guido Crosetto. E il sottosegretario dall’anima liberale ha fatto riferimento alla neuropsichiatria ben prima che Tremonti, l’11 ottobre, dimenticandosi di votare alla Camera la legge di bilancio che pure lui stesso aveva scritto, finisse con l’incarnare un caso – clinico prima che politico – degno di Freud: l’atto mancato, il lapsus d’azione. Un cambio di atteggiamento (l’ultima possibilità) Tremonti se lo gioca oggi riunendo il comitato di stabilità.

Gaetano Quagliariello,
il vicecapogruppo del Pdl in Senato, chiosa così, diplomaticamente: “Diciamo che in questa fase sarebbe una roba da matti non remare tutti dalla stessa parte…”. Ma le ambizioni di Tremonti, che fanno impazzire Renato Brunetta, vengono anche ridimensionate al rango di (irritanti) velleità. “Se non fosse diventato un problema e se non esercitasse un ruolo ostativo, delle sue malsane ambizioni ce ne potremmo anche impipare”, dice un giovane ministro. D’altra parte, sempre di più, anche agli occhi di Berlusconi, il citazionismo di Tremonti – ritrovato lunedì a Pecorara – denuncia la mancanza di sostanza, il vuoto che oggi per il superministro è panico: il movimento scomposto delle mani con il quale tenta di aggrapparsi al Papa e alla Bibbia, come un tempo si appoggiava a Marx (“è un genio”), è la ragione stessa del suo immobilismo e della sua irresponsabilità di fronte alla richiesta sempre meno tacita delle dimissioni. “Lui non verrebbe ‘dimesso’ ma ‘dismesso’”.

“In una situazione così drammatica Tremonti deve intervenire subito. Negli ultimi tre mesi è stato latitante, non è mai a Roma. E’ anche brillante, ma non si rende conto dell’urgenza”, così Romano Prodi, ieri, l’ha spiegato persino meglio di come non facciano i dirigenti del Pdl e i ministri del governo Berlusconi che pure tentano di scansare gli attacchi al superministro: perché la stabilità è tutto. Primum vivere. Ma il paradosso del ministro dell’Economia, che disconosce la politica economica del governo di cui fa parte, ma non pensa minimamente di piegarsi né di dimettersi – è evidente a tutti.

Tremonti non si dimette
– spiegano nel Pdl – perché “dimettersi”, oggi e nel suo particolarissimo caso, significa “dismettersi” e dunque rinunciare alle fantasiose (ma chissà) ambizioni che continua a coltivare, malgrado i rovesci che pure ha subìto anche dal punto di vista dell’immagine pubblica. “Vuole fare il commissario liquidatore del berlusconismo”, sospettano anche dalle parti di Fabrizio Cicchitto, cioè Tremonti spera di essere chiamato dal centrosinistra (e dal centrodestra) a salvare la casa che brucia. Così, dunque, nel frattempo, come ha detto anche Prodi, non fa nulla per spegnere le prime scintille dell’incendio. Le parole palindrome di Giorgio Napolitano – “Sulle misure economiche verificherò possibili larghe intese” – ieri sono precipitate a riaccendere in lui un solo potente appetito: Palazzo Chigi. E dunque non si dimette, né mai lo farà (lascia intuire). Il fatto è che non ha più nulla, Tremonti: solo quel superministero che condensa il Bilancio, il Tesoro e le Finanze in un’unica titanica struttura. L’unico palcoscenico che gli permetta di coltivare speranze: ci resta aggrappato. E poiché, in fondo a questo nulla che lo minaccia, in un angolino buio e profondo c’è sempre il caso Milanese, il ministro sa che se lasciasse la sua fortezza Bastiani non gli rimarrebbe più niente da fare, nessun nuovo incarico di prestigio da ricoprire nel paese in cui, di solito, per tutti, “dimettersi” significa “reimmettersi”. Schiacciato su un eterno presente e su un’ambizione e un appetito inconfessabili, Tremonti sa di non avere alcun futuro altrove, e dunque gratta i vetri con le dita: il Papa, la morale, il citazionismo esasperato – “sta venendo il tempo di mettere il pane al posto delle pietre” – che è molto di più di un dettaglio (auto)distruttivo, ma quasi una confessione di tradimento.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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