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Il Qurinale che sarà

Per rispondere ai critici Napolitano dà la patente politica al tecnogoverno

Il capo dello stato difende Monti e nega di aver sospeso la democrazia. Sogni presidenzialisti nel Palazzo esautorato

di Salvatore Merlo | 20 Dicembre 2011 ore 21:30

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Giorgio Napolitano ha confermato se stesso nel ruolo di contrafforte attivo del governo Monti, ha descritto per l’esecutivo tecnico un percorso istituzionale destinato a durare fino al termine della legislatura “auspicabilmente con l’apporto fattivo dei partiti” e – come avevano annunciato fonti quirinalizie al Foglio – ha risposto a quanti (come Galli della Loggia sul Corriere della Sera, il 12 dicembre scorso) avevano criticato il suo interventismo “presidenzialista” nella vicenda che ha portato alle dimissioni di Silvio Berlusconi e all’incarico del professor Monti.

“Era mio dovere evitare il ricorso alle urne. Non c’è stata nessuna forzatura costituzionale. Parlare di sospensione della democrazia è stata una grave leggerezza”, ha detto il presidente della Repubblica respingendo di fatto l’idea di avere introdotto surrettiziamente una forma di presidenzialismo non prevista dalla Costituzione (ma teorizzata da Eugenio Scalfari quando, sulla Repubblica del 4 dicembre scorso, si augurava che d’ora in poi “i futuri governi siano sempre governi istituzionali che riflettano gli indirizzi della maggioranza parlamentare” ma la cui composizione sia decisa dal capo dello stato – politicamente irresponsabile – “cui spetta la scelta dei ministri”).

Le parole prefestive di Napolitano non capitano a caso, ma precipitano sullo sfondo dei negoziati ancora incerti cui si dedica la maggioranza tripartita (Pdl, Pd, Udc) che sostiene il governo Monti: riforma elettorale, ma anche nuove possibili architetture istituzionali, bicameralismo e ovviamente presidenza della Repubblica. Peppino Calderisi ha già scritto per il Pdl una riforma costituzionale, in senso presidenzialista, che il Foglio pubblica oggi per intero in quarta pagina. La questione del Quirinale, l’ipotesi di attribuirgli nuovi poteri, e la successione a Napolitano (il suo settennato scade nel 2013, assieme alla legislatura) sono un argomento difficile da maneggiare ma sono anche l’inevitabile sottinteso politico negli intensi e disordinati conciliaboli tra Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini.

Ed è il leader dell’Udc, più preoccupato che lusingato dall’idea di finire a Palazzo Chigi a guidare in futuro il governo, il candidato più favorito (per il Quirinale) dai nuovi equilibri di potere che si indovinano sullo sfondo dei rapporti tra lui, Alfano e Bersani. Una situazione ancora incerta che tuttavia, se pure periferico e marginale, contempla Romano Prodi, il quale con gli amici non fa mistero di ambire alla presidenza della Repubblica e forse, anche per questo motivo, secondo i maligni, ha preso una posizione di intermittente polemica con Mario Monti. L’attuale presidente del Consiglio è a sua volta il capo dello stato in pectore di quanti puntano a una candidatura di Corrado Passera alla premiership del 2013. “Monti aprirà una fase due, quella dello sviluppo e costruirà l’ascesa di Passera”, sostiene Roberto Maroni. Tra Casini, Prodi e Monti si frappone un’iperbolica ricandidatura di Napolitano; ma se riuscisse la riforma istituzionale l’attuale capo dello stato non avrebbe più le caratteristiche necessarie a ricoprire l’incarico.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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