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Una fuitina a tre

Così la maggioranza tripartita prova a uscire dalle catacombe

Alfano, Bersani e Casini almanaccano su come politicizzare il governo Monti e preparare una legislatura costituente

di Salvatore Merlo | 20 Dicembre 2011 ore 06:59

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Al Senato già circolano delle bozze, dei fogli di carta. Passano ancora circospetti da una mano democratica a una mano berlusconiana; ma è già qualcosa che ha una forma, una fisicità: la riforma del bicameralismo, la nuova legge elettorale, i regolamenti parlamentari. Tuttavia Gaetano Quagliariello e Luigi Zanda, Anna Finocchiaro e Maurizio Gasparri, che guidano i gruppi di Pd e Pdl, parlano tra loro con una cautela persino eccessiva e si osservano come allo specchio, riconoscendo gli uni negli altri gli stessi limiti e le stesse timidezze: non esistono ambasciatori davvero autorizzati, i capi non hanno deciso ancora nulla; Pier Luigi Bersani non darà il suo via libera prima di aver incontrato Angelino Alfano – questa settimana o forse già domani? – e comunque nessun negoziato potrà avere luogo escludendo Pier Ferdinando Casini, malgrado sia Bersani sia Alfano siano intimamente convinti di dover intendersi prima tra loro e soltanto dopo, da una posizione più salda, con il capo dell’Udc.

Finora è stato quasi soltanto il telefono a trillare, sospirare, urlare, ma “adesso bisogna vincere ogni residua timidezza”, si deve passare dai movimenti nell’ombra a quelli alla luce del sole: “Bersani e Alfano devono vedersi”, pensa Franco Frattini. E come l’ex ministro berlusconiano degli Esteri, anche il capogruppo del Pd alla Camera Dario Franceschini appartiene a questa scuola di pensiero: “Solo così Pd e Pdl reggeranno alla prova della storia”. Ma non c’è tempo da perdere, perché la crisi potrebbe aggravarsi e soffocare le prove di intesa che secondo un gruppo di pressione trasversale ai due principali partiti “dovrebbe spingerci a trovare un comune perimetro politico anche sulla prossima, probabile, manovra economica”. Un accordo che trasformi il governo di Monti “nel braccio secolare di un patto tripartito che coinvolga Pd e Pdl, l’Udc dopo”. E poi ognuno per la sua strada, verso le elezioni del 2013.

Ma Bersani deve guardarsi a sinistra e in procura, cioè da Nichi Vendola e Antonio Di Pietro, che già si agitano (Vendola) e insolentiscono (Di Pietro); mentre Alfano, cauto per indole, subisce il padrinato di Silvio Berlusconi e osserva con un po’ di preoccupazione i tormenti e le contorsioni insofferenti di Daniela Santanchè e Ignazio La Russa nei confronti del governo Monti: “Passata la luna di miele che durerà tre o quattro mesi, dovremo fare il punto per verificare se il certificato di sopravvivenza concesso al governo può essere rinnovato o scade”. Bersani non sa risolversi tra Di Pietro e Vendola, tra Alfano e Casini; mentre Alfano non sa, o non vuole, sacrificare il suo rapporto con la Lega di Roberto Maroni (malgrado nel Pdl non siano pochi quelli che tifano per chiudere l’alleanza: Frattini, ma anche Fabrizio Cicchitto), né il segretario del Pdl riesce fino in fondo a seguire il Cavaliere che venerdì scorso, in gran segreto, pare si sia già incontrato con Umberto Bossi. Alfano e Bersani, Bersani e Casini, Casini e Alfano, tutti sanno che i tre si scambiano mezze promesse, che parlano di pacificazione e mai di inciucio: “Dobbiamo ricominciare dal principio, gettare le basi per una legislatura costituente”. Chissà se è vero che somigliano a dei carbonari come dice Di Pietro, ma certo si sentono incompresi per il dileggio, e forse infelici, come Turiddu e Santuzza: e infatti in Sicilia questa storia finirebbe subito con una bella fuitina.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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