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Il Celeste sbiadito

Il potente Formigoni eternamente in battaglia per valicare il Po

di Salvatore Merlo | 04 Dicembre 2011 ore 08:00

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C’è e non c’è. Il gioco di specchi è impressionante: il puro che allude all’impurità, il vincente imprigionato (e invecchiato) nella sua stessa vittoria. In Roberto Formigoni forza e debolezza coincidono, sono una cosa sola, ed è un paradosso unico della politica italiana: la Lombardia e Comunione e liberazione, ovvero l’enorme potere settentrionale che non può farsi romano, dunque meridionale, e la straordinaria macchina da voti (e denari) che da propellente si trasforma in recinto. “E’ troppo ciellino per essere il capo di tutti”, dicono i socialisti, i liberali e persino i democristiani del Pdl che oggi gli preferiscono le doti diplomatiche di un altro ciellino in ascesa (e meno pericoloso), Maurizio Lupi.

Silvio Berlusconi non ha mai amato questo suo ambizioso e vittorioso epigono, lo definisce il “governatore a vita della Lombardia”, e così dicendo il Cavaliere rivela anche lui quanto Formigoni sia una spettacolare promessa non (ancora) mantenuta. Da vent’anni a capo della più importante, più ricca e più popolosa regione d’Italia, volto politico della più efficiente e solida organizzazione economica e sociale del centrodestra italiano (Cl), sorprende e inquieta che il massimo successo della carriera politica nazionale dell’uomo a lungo paragonato a Franz Joseph Strauss – grande leader della Csu tedesca – sia stato la conquista di un sottosegretariato all’Ambiente, ai tempi della Prima Repubblica. E fa impressione – e per primo colpisce Formigoni stesso – che nonostante i suoi successi, il suo potere e il suo cursus honorum, oggi alla domanda “chi sarà il prossimo leader?”, i dirigenti del Pdl rispondano pubblicamente e senza troppi dubbi: “Angelino Alfano”. Mentre in privato, ai giornalisti amici, rivelano che “nel momento in cui l’elettorato centromeridionale fosse pronto a un leader schiettamente democristiano c’è già Pier Ferdinando Casini in pista”. Sorridono, nel Pdl. Formigoni, sovrano della Lombardia, sta al berlusconismo come gli emiliani stavano al Pci di un tempo: non diventavano mai segretari.

E dunque sarebbe facile ricorrere alla categoria dell’incompiutezza, come suggeriscono i suoi tanti (troppi) antipatizzanti, i tanti (troppi) che fedeli alle meccaniche della corte berlusconiana hanno in antipatia il suo carattere spavaldo (“Stravinco le elezioni. Ma niente. Io prendo i voti, loro i ministeri”). E sarebbe facile riconoscere nelle stravaganti giacche gialle, nelle camicie hawaiane e nelle magliette di Walt Diney che talvolta indossa i segni di un’inquietudine interiore, la sindrome da incompiuto: veste con lieta postura da uccello del paradiso per ribaltare la sua biografia (il Formigoni di Movimento popolare, negli anni Settanta, era l’opposto: barba folta, ascetica, maglione girocollo, austerità); sovverte le regole, raccoglie commenti, gioca, stupisce e in definitiva mostra un eccesso dove forse c’è un vuoto. Ma gli si farebbe un torto.

Democristiano ma di struttura culturale ciellina, quindi capace di radicalismo; cultore della politica del fare con quella operatività spiccia che piace ai berlusconiani; pronto a cavalcare la tigre federalista fino a rendere pleonastici Umberto Bossi e la Lega, Roberto Formigoni da undici anni ambisce fortissimamente a Roma. Sa di avere bisogno di un passaggio intermedio, di una camera di compensazione; la leadership si costruisce con le relazioni e si conquista occupando uno spazio fisico (e politico) nazionale. Così per tre volte si è autocandidato ministro degli Esteri, e per tre volte Silvio Berlusconi lo ha respinto nella fortezza lombarda dove lui ha ormai vinto tutte le elezioni, conquistato tutti gli spazi, scalato tutte le vette fino a lasciare a fianco del Pirellone un grattacielo ancora più alto, quella nuova sede della regione che i milanesi già chiamano “Formigone”, simbolo di un governo forte e stabile, un potere politico quasi incontrastato, ma anche di una stagione di scandali e scandalucci che non hanno mai coinvolto il governatore Celeste, ma sempre lo hanno sfiorato: il sospetto di pasticciare con Dio e con il denaro; mai fuori, eppure mai completamente dentro.

E le storie più antiche, che si chiamano Oil for Food, e poi Santa Giulia, e oggi San Raffaele, nel loro cadenzato ripetersi un po’ sempre uguali a se stesse, hanno pesato sulle ambizioni di Formigoni almeno quanto è stato frustrante il suo rapporto con Berlusconi, fatto di dissimulazione e cordiale diffidenza, reverenza e timore, sfumature di reciproca ostilità che si riconoscono nel petteggolezzo di corte, nelle parole che forse il Cavaliere ha consegnato a Paolo Bonaiuti dopo aver saputo degli ultimi guai del governatore, o che forse Berlusconi non ha mai pronunciato ma che pure suonano verosimili, così aderenti al fotoromanzo di due vite incrociate: “Ha abbassato le penne, quello. Ora fa meno il divino. Adesso tocca a lui”. Non ci si meraviglia che nel Pdl la storia di Formigoni assuma i contorni di un misterioso contrappasso, la maledizione del sopravvissuto che ha visto uscire di scena i pretendenti più accreditati – prima Casini, poi Gianfranco Fini, e per ultimo anche Giulio Tremonti. Una lunga attesa, un rinvio continuo che oggi si infrange sulla designazione del quarantunenne Angelino Alfano, l’ex assistente del Cavaliere (“è lui il prossimo candidato premier”), e che Gianni Alemanno, forse l’unico grande alleato di Formigoni, ha già risolto in un compromesso: il consolato Alfano-Formigoni, il candidato premier e il capo del partito, due ruoli distinti. Eppure per il governatore della Lombardia significa rinunciare, ancora una volta rinviare all’età di sessantaquattro anni. E dunque anche così si spiega – forse – la strabordante iconografia, le camicie a fiori e le magliette di Paperino, il consulente d’immagine recuperato da Calvin Klein, l’estrosa rubrica internet con la quale spiega la politica da dietro il bancone di un bar, e infine anche la dieta “che mi ha fatto perdere diciassette chili”. Come se Narciso avesse paura di essere diventato invisibile.

Ma questa è solo la scena, l’istrionismo, forse la debolezza. Perché l’uomo ha grandi relazioni, capacità di manovra, e non si è arreso, anzi, tesse una trama e cerca alleati dovunque questi possano trovarsi. “Su questa storia di Milano dobbiamo attacarlo”; “No, tutto il contrario. Dovresti dire che Formigoni è il migliore, così si toglie dalle scatole”. La Lega adesso lo aiuta, e non solo l’ala più bossiana del cerchio magico, ma Roberto Maroni in persona, che tre settimane fa ha incontrato Davide Boni, il presidente leghista del Consiglio regionale lombardo, e di fronte alle intenzioni bellicose di Boni, pronto a dare battaglia sulle questioni giudiziarie che lambiscono Formigoni, spiegava che “dobbiamo fare tutto il contrario. Va aiutato ad arrivare a Roma”. Così lunedì prossimo Formigoni andrà a via Bellerio, quartier generale della Lega, parteciperà al conclave cui nemmeno Tremonti è stato mai ammesso: ed è un altro capovolgimento della biografia di un uomo che è sempre stato regionalista e nordista, ma soprattutto è sempre stato antileghista. Senza troppi amici nel Pdl – ma quelli giusti sì –, il governatore cerca la sua uscita ordinata dalla regione che a lungo ha governato, e si appresta a stringere un accordo neanche troppo sotterraneo con la Lega storica di Bossi, e con quella popolare e nativista di Maroni (che ambisce a sostituirlo): la Lombardia alle camicie verdi in cambio di una sponsorizzazione che vale molti punti nel duello con Alfano. Chi dei due sarà in grado di conservare, e con maggiore soddisfazione di tutti, l’alleanza con la Lega?

I duellanti si assomigliano, democristiani e dissimulatori anche per questo sospettano civilmente l’uno dell’altro. Alfano e Formigoni, Formigoni e Alfano. Quando il giovane segretario del Pdl parla del più anziano governatore della Lombardia affetta rispetto, distende il volto, allarga un sorriso. Poi, senza malizia, dice che “appartiene alla storia del centrodestra”.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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