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Il credito del designato

Così Alfano ha accumulato (e fa fruttare) il suo capitale politico

di Salvatore Merlo | 01 Dicembre 2011 ore 06:59

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E’ l’uomo più accreditato d’Italia. E’ accreditato da Giorgio Napolitano, che gli firmò il lodo e che da vecchio comunista capisce il giovane democristiano meglio di quanto non capisse – e si capisse con – l’allegra gaglioffaggine di Silvio Berlusconi. E’ accreditato da Pier Luigi Bersani, che affetta rispetto perché lo considera la controparte affidabile, quello serio, un altro segretario, un pari con il quale si può negoziare e condividere il peso e i rischi della cura Monti, pur senza troppo accorciare le distanze. E’ accreditato, infine, anche dal Cavaliere, sua origine e suo destino. Il più noto assassino seriale di successori e delfini, divoratore di figli e principi ereditari – si siano chiamati questi Pier Ferdinando Casini o Gianfranco Fini – ripete che “l’unica persona di cui mi fido è Angelino. Sarà il candidato premier”.

E’ dal 2002 che Berlusconi lascia intravedere ai suoi smaniosi alleati la possibilità di consegnare lo scettro a qualcuno di loro, indicando ora l’uno, ora l’altro, ora tutti e ora nessuno: divide et impera. Ma solo con Alfano l’infinita e dunque impossibile successione è diventata un fatto che il Cavaliere vive senza gelosie, consegnandosi talvolta, è vero, al dubbio (“è un oggetto misterioso”), ma pur riconoscendo per primo a se stesso – e convincendo con sollievo anche il proprio “io” – che quella di Alfano è una designazione, la successione simbolica del sangue, e dunque, in definitiva, una rassicurante reiterazione di sé. Ecco la chiave del successo di Angelino Alfano. Ed è stato proprio lui, il giovane, ad avere capito e dunque interpretato con le sue qualità naturali – che sono la flemma, i modi orientali e felpati, il sorriso sincero e un certo modo siciliano di intendere la politica e i rapporti umani (meglio una parola in meno che una parola in più) – che questa fosse l’unica successione possibile alla corte del Cavaliere immortale. Così, intimidito e fiero della sua nuova vita, Alfano non prende mai le distanze da un Berlusconi che ogni giorno di più diventa la proiezione storica di sé stesso, si monumentalizza; e dunque Alfano lascia solo immaginare quanta sofferenza possa costargli la disciplina e il padrinato: perché non gli sfuggono mai – e mai gli sfuggiranno – né una parola né un pensiero che siano spettinati.

Confermatosi abile in quel ruolo (un po’ ingrato) di alta diplomazia che lo ha reso artefice del lodo Alfano, bocciato, sì, dalla Corte costituzionale, ma pur sempre controfirmato dal Quirinale; conquistato il ruolo di mediatore abile dell’era Mario Monti con Pier Ferdinando Casini e gli amici democristiani del Pd (che si chiamano Enrico Letta e Beppe Fioroni), Alfano è la prova vivente che non è vero quel motto popolare che recita così: il gatto con i guanti non acchiappa topi. Per tutta la vita Alfano ha acchiappato topi con i guanti. Fin dal giorno in cui riuscì ad affascinare il viceré di Sicilia, l’uomo del trionfo di Forza Italia, l’artefice del sessantuno collegi a zero rifilato al centrosinistra nel 2001, quel Gianfranco Micciché che lo fece eleggere prima alla regione, poi deputato, e infine lo portò a Berlusconi (“era giovanissimo, elegante, colto, parlava bene”, ricorda Massimo Berruti, che allora era presente). Il Cavaliere rimase colpito dal giovane alto alto e dritto dritto (“lei è un siciliano che parla italiano”), ne fece il ciambellano di Palazzo Grazioli, il suo più fidato assistente, il suo ministro della Giustizia. E lui, da ministro, ha confermato di sapere piacere a tutti: ha tenuto testa ai magistrati, ma senza guerra, e se n’è andato dal ministero lasciando le sue riforme, per le quali piace a Berlusconi, all’innocua e perfetta fase dell’annuncio. E’ amico di tutti: Bocchino, Vespa, Chiara e Benedetta Geronzi.

Mai una parola fuori posto, mai sopra le righe, capace di sussiego e di accondiscendenza diplomatica (ma non remissivo): dell’uomo più accreditato d’Italia è più facile elencare gli antipatizzanti, quelli che non lo amano, che lo hanno un po’ deriso. Breve carrellata, però: la spavalderia di Massimo D’Alema, la pernacchia senile di Umberto Bossi, la diffidenza competitiva di Giulio Tremonti. “Il delfino di un pescecane rischia grosso”, ha detto una volta di lui D’Alema che, come Tremonti e come Bossi (“Alfano media con la Lega? Prrrr…”), a fasi alterne ha voluto colpire in lui un Berlusconi in effigie, scagliandogli addosso il sospetto di scarsa autonomia, incidendogli sulla pelle quelle stigmate della designazione che tra gli sconfitti interni e gli avversari politici esterni diventano contumelia: è alto, dritto e garbato come un maggiordomo, ovvero il colpevole per antonomasia, quello destinato a pagare anche le colpe degli altri (quelle di Berlusconi?). Ma può essere sul serio il successore? “Non lo caricherei di responsabilità salvifiche totali. Voi giornalisti decidetevi: o è una controfigura del Cavaliere o l’uomo del destino”, ha detto Maurizio Gasparri al Foglio.

“Tentano di delegittimarti, fingono di non riconoscerti come interlocutore, tu ignora e sorridi”, gli hanno sempre consigliato – ma non ce ne sarebbe stato nemmeno bisogno tanto gli viene naturale – gli amici, i suoi alleati più forti, che si chiamano Maurizio Lupi, l’astro politico nascente di Cielle e suo compagno di banco alla Camera, Raffaele Fitto, che con Alfano condivide l’atout di una fortunata classe d’età, e infine Renato Schifani, socio e azionista con lui del Pdl in Sicilia.

“Con Berlusconi vive un rapporto di minorità confidenziale, d’altra parte si chiama pure Angelino”, ha detto una volta Antonello Caporale di Repubblica. Al ministero della Giustizia dicevano fosse solo il vice di Ghedini, qualcuno ne sorrideva, e la leggenda veniva raccolta e amplificata, arricchita e gonfiata di particolari nei tanti corridoi dell’invidia che animano il Pdl, il partito che oggi un po’ lo segue e lo stima, un po’ no. Ma lui è fatto di gomma democristiana, ha sempre respirato a fondo, giocato dentro e fuori la politica, nei salotti romani, senza boria (mai pomposo), senza mai abbandonarsi a una battuta fuori posto, a una ritorsione consumata a caldo: come quel giorno in Consiglio dei ministri, quando presentò il piano carceri, “per il quale serviranno tempo e soldi”, e si sentì rispondere da Tremonti: “Di tempo quanto ne vuoi…”. Ed è stato proprio con il ruvido Tremonti il rapporto più difficile. In Alfano l’ex superministro ha visto crescere un contropotere e di questo forse non lo ha mai perdonato. Di Tremonti si è detto di tutto: animatore di un polo laico e socialista, fondatore di un “vero partito del nord”, sindaco di Milano, successore di Umberto Bossi, leader alternativo di un Pdl deberlusconizzato. Poi invece è nato Alfano (e lui si è offeso); il Cavaliere, dopo essersi liberato di Gianfranco Fini, ha vestito della toga di Delfino il suo ex assistente (quello che a Palazzo Grazioli aveva uno studiolo accanto al suo: “Angelino invia questo fax”), mentre per Tremonti “il genio dell’Economia” non c’è stata più storia.

Quando a Tremonti viene chiesto se immagina il berlusconismo senza Berlusconi, l’ex ministro sorride malizioso, mentre Alfano alla stessa domanda risponde: “Non riesco a immaginare una Forza Italia dopo Berlusconi. Dopo di lui il diluvio? Dopo di lui un partito non più fondato sul carisma del leader”. Così i tanti amici riconoscono in Alfano, e nei suoi primi quarant’anni, qualcosa di antico ed eterno: eternità della politica, eternità del potere, eternità delle cerimonie e dell’arte diplomatica. Vestirsi, pettinarsi, truccarsi, la foto della manicure alle Maldive: la preparazione di ogni giornata è immutabile, come il repertorio di certi maniaci.

Berlusconiano prima di Berlusconi, crede, anche lui profondamente, in quelle fabbriche di illusioni che sono i sarti e gli estetisti, ma Alfano è molto più conservatore, forse perché democristiano, si fida solo della ripetizione dei gesti, delle parole, della stessa messa in scena, diventa ogni giorno di più il sacerdote della cerimonia, assume e forse supera e sublima il ruolo che è stato di Gianni Letta: come la politica, che ritorna sempre uguale. Mai un pensiero spettinato, appunto.
E dunque piace a tutti, è accreditato da tutti, frequenta tutti: con Enrico Letta, il vicesegretario del Pd, talvolta va a cena, e per Letta spesso si spinge fino a Drò: i due – coetanei – si conoscono dai tempi della Dc (“eravamo ragazzi insieme”), nello stesso movimento giovanile della Dc nel quale Alfano conobbe Dario Franceschini e Renzo Lusetti. Trasversale e ben voluto. E’ così che ha conquistato prima Giorgio Napolitano, da abile e cauto ministro della Giustizia, e poi anche Pier Luigi Bersani che – a differenza di D’Alema – in questi giorni riconosce in lui un avversario politico da rispettare e con il quale, a differenza di Berlusconi, “si può parlare” nei conciliaboli segreti, nel tunnel che collega il Senato allo studio privato di Mario Monti.

Un rapporto speciale Alfano lo ha costruito di recente anche con Beppe Fioroni, il leader dei popolari del Partito democratico, con il quale parla spesso: lo blandisce e lo corteggia con l’idea della “costituente del Partito popolare italiano”, lo contende a Pier Ferdinando Casini. Mentre Fioroni ricambia, volentieri, con cortesia e affetto: “Lo conosco bene e tifo per Angelino”, ha detto il 2 luglio intervistato da Avvenire. E poi al Foglio: “Berlusconi appartiene alla storia, Alfano è il futuro”. E nella successione fotografica degli amici, tra cui figura anche il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, ha un posto prezioso e particolare Roberto Maroni, eterno delfino di Umberto Bossi, leader popolare della Lega, autore della teoria del ricambio generazionale, del passo di lato di Berlusconi: “Dopo ci siamo io e Angelino”. Che ha un ruolo speciale adesso, come scrive oggi su Panorama Bruno Vespa (uno che lo conosce benissimo): “Deve rendere compatibile l’alleanza tra due persone, come Maroni e Casini, meno incompatibili di come sembra”.

Esce poco ma, se esce, esce bene e va a cena da Angelo Rizzoli, da Sandra Carraro o da Vespa, appunto, nel cui salotto stringe (e ha stretto) le mani più potenti e riservate di Roma. Sembra avere (volere) soltanto amici dunque, Alfano. Ed è forse per questo che, quando scorge un potenziale nemico all’orizzonte, corre subito a farselo amico: come è successo con Roberto Formigoni, l’ambizioso governatore della Lombardia che vuole candidarsi alla guida del centrodestra per le prossime elezioni e che dunque dovrebbe essere un antagonista di Alfano, un avversario naturale nella contesa darwiniana.

Eppure così non è, almeno a guardarli dall’esterno. Sono animati da una reciproca e cordiale diffidenza, si conoscono da tempo, si telefonano talvolta, si descrivono amici e persino si assomigliano: l’uno più giovane e siciliano, l’altro più anziano e settentrionale, praticano entrambi l’arte della dissimulazione che è antica ginnastica democristiana. Quando Formigoni e Gianni Alemanno, alleati di vecchia data, si trovarono a rispondere così al Cavaliere che candidava Alfano alla presidenza del Consiglio per la prossima legislatura: “Mai visti leader per designazione”, Alfano corse a rassicurarli, poi visitò il Meeting di Rimini con Formigoni, fotografie e strette di mano. Entrambi dissimulano, perché diffidano, e dunque Formigoni storce un po’ il naso quando il segretario del Pdl ricandida Berlusconi alla presidenza del Consiglio, ma non lo dice. Si tratta di un’ingenuità, pensa Formigoni, per il quale valgono “le parole che il Cavaliere ha consegnato a Fedele Confalonieri sul suo prossimo ritiro”. Per loro, i quasi duellanti del Pdl, Alemanno ha elaborato uno schema teorico di convivenza, una specie di consolato: il capo del partito e il capo del governo, due figure distinte che dovrebbero emergere dalle primarie del centrodestra.

Ma il più grande successo di Alfano, persino superiore alla promettente amicizia che lo lega a Roberto Maroni, è stato con il Cavaliere. Non rinunciano a darsi del lei, ma quando Berlusconi conobbe i suoi genitori, e quando il padre di Alfano gli si rivolse dicendogli “presidente vorrei ringraziarla per come si sta prendendo cura di mio figlio”, il Cavaliere rispose così: “Se mi consentite anche io lo sento un po’ mio figlio. E vorrei condividerlo con voi”. Berlusconi ha deciso per Alfano un’adozione definitiva che in agosto è stata sigillata con foto private su Chi. Il settimanale mondano di Alfonso Signorini lo ha trattato come uno di famiglia. Alfano come Berlusconi, un oggetto di consumo editoriale di massa: camicia arrotolata sulle maniche, sorrisi, la moglie e i figli, “non mi sono mai dimesso da papà”. Un rito di passaggio nell’industria del consenso berlusconiano, l’inclusione definitiva nel mondo spettacolare del Cavaliere, che si fonda sulla delega del potere politico e sulla pubblicizzazione del privato: l’esposizione del corpo al fotografo è una laurea dal punto di vista dell’immagine, e forse anche della costruzione dell’immagine.

E in questo Alfonso Signorini è il demiurgo: si può fotografare l’avversario nei suoi inciampi (Italo Bocchino, Gianfranco Fini…) e si può anche rendere pop Angelino Alfano. Un siciliano milanesizzato, studente modello (un dottorato di ricerca) alla Cattolica, un uso di mondo che Berlusconi ha riconosciuto fin dal loro primo incontro ad Arcore, con una battuta: “Lei è un siciliano che parla italiano”. Il Cavaliere di recente lo ha fatto persino testare questo suo cavallo, che oggi nella foto di famiglia gli sta alla destra e non più alle spalle, un passo indietro: il rito dei sondaggi. E Berlusconi si è convinto di avere fatto bene, perché Alfano raccoglie consensi anche al nord, malgrado sia siciliano, “perché è un lavoratore, uno serio”. Secondo le rilevazioni che Euromedia Research ha consegnato al Cavaliere, il segretario del Pdl piace molto, incarna “i valori vincenti” della vecchia Forza Italia, e vince anche l’idea di una successione guidata da un Cavaliere che rimane in sella, magari in penombra, ma rassicurante e presente.

Ha combattuto per evitare le elezioni anticipate, è cresciuto in pochi mesi dal rango di suggerito (dalla Corte) e autorizzato (dal capo) a quello più elevato di suggeritore e consigliere. Quasi (ma non ancora) leader, Alfano non ha fretta. Gioca le sue carte nell’epoca del governo della tecnocrazia, nell’era di Mario Monti, ancora all’ombra del padre: conquistare, assieme a Berlusconi, l’uscita ordinata dal berlusconismo; quella fine politica della Seconda Repubblica che fu negata alla Prima tragica Repubblica di Bettino Craxi e Claudio Martelli, anche loro padre (padrone) e figlio. Martelli scomparve, prima e più di Craxi, il cui ricordo della fine ingloriosa tormenta ancora la politica italiana. Alfano pensa che le storie non si ripetano uguali, eppure alla fine ognuno si modella il destino a propria immagine. Martelli aveva scelto di vivere sotto tutela e fu accontentato dal destino: quel padrinato non c’è dubbio sia stato per lui fonte di umiliazioni e di fastidi, ma era indispensabile, soddisfaceva un suo bisogno psicologico e gli regalava, come si dice, un posto al sole. Ne fece tesoro, poi abbandonò il padre (ricambiato). E Alfano?

© FOGLIO QUOTIDIANO


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