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Operazione Lombardia

Ecco le richieste di Bossi per restare alleato del Cav.

Niente riforma elettorale, più spazio alle amministrative, e un amo per Maroni

di Salvatore Merlo | 25 Gennaio 2012 ore 06:59

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Bossi piglia tutto. Varcata la soglia dell’abitazione milanese di Silvio Berlusconi in via Rovani, il capo della Lega ha deposto l’aria minacciosa. Quella – “o Berlusconi molla Monti o noi molliamo Formigoni e vaff…” – va bene per i comizi e rincuora i barbari sognanti, ma lo stillicidio di male parole e di allusioni velenose non fa effetto sul Cavaliere che di Bossi (ri)conosce ormai ogni trucco, almeno quanto il capo della Lega è immune, a sua volta, dalle prestidigitazioni carezzevoli di Berlusconi.

Così è bastato poco a Bossi, poco più di un accenno a “certe garanzie” e promesse cui il Cavaliere si era abbandonato forse con eccessiva disinvoltura alla vigilia del voto sulla carcerazione di Nicola Cosentino, per guadagnare subito una posizione di maggiore forza di fronte al vecchio amico. Dare per ricevere. Poche battute, qualche sorriso, e senza mai un accenno alla richiesta di chiudere l’esperienza tecnica del governo Monti, che Bossi sa essere – e non ha certo bisogno di chiedere conferma al Cavaliere – una decisione al momento impossibile per Berlusconi: “Ragioni personali e politiche”. Ma l’alleanza non tiene, Maroni si allarga, incontra Massimo D’Alema in gran segreto e ci sono le amministrative in primavera; tu cosa vorresti?; le candidature al nord, la presidenza della Lombardia e il mantenimento di questa legge elettorale. Mica poco.

L’uno di fronte all’altro sono disarmati, si conoscono e conoscono “l’ambiente” troppo bene, e dunque tra loro parlano da uomini di mondo, con quel linguaggio da iniziati del potere, da vecchi soci, che è fatto soprattutto di sottintesi e di condivise omissioni. Ciò che Bossi non ha bisogno di spiegare al Cavaliere è che più di tutto, lui, ha bisogno che non si riformi la legge elettorale. Solo il “porcellum”, con le sue liste bloccate, con il potere che questa legge attribuisce alle segreterie nella selezione del personale politico, consente di contenere e gestire l’avanzata per linee interne di Roberto Maroni. E non è un caso se gli arcinemici di Maroni, Marco Reguzzoni e Rosi Mauro, assumono il tono di Lady Macbeth che spiega al marito cosa deve fare quando suggeriscono al vecchio leader che “la riforma mai. I candidati li scegliamo noi”. Berlusconi lo sa benissimo, e a Bossi non ha nemmeno bisogno di dire che neanche lui muore dalla voglia di stringere un patto con il Pd o con Pier Ferdinando Casini: il porcellum piace molto anche a lui, come ha capito, allarmandosi, persino Giorgio Napolitano, il giorno in cui ha ricevuto al Quirinale – non troppo tempo fa – il segretario del Pdl Angelino Alfano. “Al massimo potremmo modificare il premio di maggioranza regionale al Senato”, pensa il Cavaliere, affezionato com’è alla legge che gli ha consegnato la vittoria schiacciante (e sprecata) del 2008 e che, nel 2013, secondo lui, obbligherà in un modo o nell’altro anche i più riottosi nella Lega a bussare ancora ai cancelli della sua Arcore.

“Formigoni non ci arriva al 2015”, i magistrati sono pronti a far saltare in aria le cariche con le quali da sei mesi hanno meticolosamente circondato il Pirellone, il palazzo della regione lombarda. Bossi e Roberto Calderoli, che lo accompagnava a casa del Cavaliere, non hanno voluto dire molto di più perché Berlusconi intendesse. L’alleanza tra Lega e Pdl dipende da quante e quali posizioni di potere il Cavaliere vorrà cedere. E in cima ai sogni più dolci e sfrenatamente ambiziosi della Lega c’è la presidenza della Lombardia. A Berlusconi, per ora, non costa nulla acconsentire, e infatti ai suoi due interlocutori ancora una volta promette più di quanto (forse) non possa mantenere; i gerarchi del Pdl nordista, Ignazio La Russa, Mariastella Gelmini (e lo stesso Roberto Formigoni) non hanno intenzione di cedere tanto facilmente, e in qualche angolo remoto dei suoi pensieri anche Berlusconi sa che con la Lega esiste un rapporto di reciprocità; la velata minaccia leghista – “potremmo correre anche da soli” – è poco più di un bluff. “Da soli perderebbero. Non hanno minore interesse di noi ad allearsi”, ragionava ieri La Russa con alcuni amici. A meno che non si dia credito alle molte, e malevole, voci che circolano nella Lega o agli stessi timori che talvolta sfiorano il pur vittorioso Maroni. E’ all’ex ministro dell’Interno che spetterebbe la candidatura a governatore della Lombardia. Così, dalle sue parti, ora si insinua un sospetto esiziale: “Mi vogliono candidare, ma per farmi perdere”.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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