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La deriva di un Pdl indeciso a tutto

Sospeso tra Lega e Udc, voto o non voto, tavoli e sintesi (vaghe)

di Salvatore Merlo | 11 Gennaio 2012 ore 06:59

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“Schièrati contro Maroni”. Con Umberto Bossi, Silvio Berlusconi ha tentato senza risultati apprezzabili un’operazione all’ultimo secondo per salvare Nicola Cosentino nel giorno in cui la Giunta per le autorizzazioni a procedere ha votato a favore dell’arresto dell’ex coordinatore campano del Pdl, e a sole quarantotto ore dal voto decisivo – domani – dell’Aula di Montecitorio. Ma nel Pdl, in crisi di identità e di idee, sottoposto a spinte centrifughe che si indirizzano ordinatamente verso i ranghi accoglienti dell’Udc, circola una battuta: “Al massimo sarà Maroni a rompere con Bossi”. E’ l’ex ministro dell’Interno, ormai, congresso dopo congresso, vittoria dopo vittoria, a controllare se non proprio tutta la Lega almeno il gruppo parlamentare della Camera. E dunque il destino di Cosentino appare segnato; perché al di là delle vaghe rassicurazioni di Bossi, per la Lega, attraversata da un profondo tramestio, è difficilissimo tornare indietro. Nel partito nordista è guerra guerreggiata, e Maroni, lunedì, al termine di un concitato confronto con Bossi, ha confessato: “Io resto piantato nella Lega. Se vogliono possono espellermi, ma non me ne andrò via da solo. E sarebbe la fine di questo partito”.

Berlusconi predica calma e gesso, ma il Pdl è tutto tranne che calmo. “L’alleanza con quelli è finita”, basta con la Lega, sussurrava ieri mattina, senza troppo dolersi, Franco Frattini, solcando i corridoi di Via dell’Umiltà, sede del Pdl. E gli ex ministri, i dirigenti del partito, tutti, un po’ scuotevano la testa, un po’ annuivano, mentre Frattini già si proiettava verso i nuovi orizzonti dell’alleanza con il Terzo polo, con quel Pier Ferdinando Casini che non ha fretta e gioca a carte con il morto: prepara il congresso, sogna di sciogliere l’Udc e di recuperare pezzi del Pdl, osserva, goloso, il marasma del centrodestra. Ad Angelino Alfano il capo dell’Udc ha detto di essere disponibile a un’alleanza già a partire dalle amministrative che si terranno in primavera, “ma dovete scaricare la Lega”, ha detto Casini, mentre lo sguardo del segretario si faceva remoto, cosmico come quello di un guru tibetano. Non è cosa facile per il partito di Alfano e di Berlusconi; perché se un pezzo del Pdl vede la salvezza nel volto di Casini, altri, come Roberto Formigoni e Ignazio La Russa, con il partito nordista tessono nuovi e consolidati rapporti in Lombardia. “Corriamo verso lo sfascio”, ripete da settimane Raffaele Fitto. Si compulsano i sondaggi (oggi arrivano quelli freschi di Euromedia Research), e si cerca di capire quale configurazione elettorale – Lega o Udc? – sia più appetibile.

Alfano ha riunito ieri “le teste d’uovo del partito” (parole del Cavaliere) nel corso di una serie di incontri chiamati “tavoli”, a Via dell’Umiltà. La cosa ha avuto all’incirca la vivacità di un rubinetto che perde. Uno spettacolo di cautele, tossettine, mani avanti e piedi di piombo. Ad alcuni dei presenti, i “tavoli”, hanno ricordato le riunioni della Terza internazionale: interventi a turno, con diritto di replica e la sintesi – non sempre chiarissima – affidata al segretario. Non c’è da stupirsi se il dottore (cioè Berlusconi, nda) non ha partecipato”. Niente di fatto, su nessuno dei temi affrontati: riforma elettorale, Europa, liberalizzazioni e lavoro. Non ci sono idee chiare nemmeno su come comportarsi con il governo di Mario Monti. “Lo spread vola, le banche barcollano, la Borsa affonda. Le elezioni anticipate potrebbero essere dietro l’angolo”, ha detto Fabrizio Cicchitto. Confusione, mentre il Pd si attrezza a fare politica con una proposta sul mercato del lavoro. Ma nel Pdl è ancora al Cavaliere che spettano le decisioni: nel momento in cui il Foglio va in stampa è in corso una cena a Palazzo Grazioli. “Funesto fu il predellino”, riassume Giancarlo Galan.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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