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Manovre proporzionaliste

Casini ha l’acqua per l’orto ma teme l’esproprio bianco

Il leader centrista lavora per la neo Dc, fra i tecnocrati cresce la concorrenza

di Salvatore Merlo | 05 Gennaio 2012 ore 06:59

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“A me la legge elettorale proporzionale, alla tedesca, non dispiace affatto”. Quando a Pier Ferdinando Casini sono state riferite le parole che Silvio Berlusconi pare abbia pronunciato all’ultimo ufficio politico del Pdl (provocando qualche svenimento tra i suoi), non è difficile immaginare che il leader dell’Udc abbia sorriso. Casini sa di avere in mano delle buone carte: farà un congresso, a maggio, per assecondare l’esplosione del Pdl (e del Pd) che già vanno in pezzi in Sicilia. Ora sa di poter persino ottenere, vezzeggiato com’è, la riforma elettorale che più gli piace; d’altra parte questo è il suo momento, pensa lui (“le future alleanze? Dipenderanno dall’atteggiamento dei partiti nei confronti del governo Monti”). E così, per un attimo, la disponibilità di Berlusconi sulla legge elettorale (certo, come sempre, simpaticamente gaglioffa) ha diradato le sue insicurezze sollevandolo dal castello di specchi, ingannevoli corridoi, porte apparenti, spigoli immaginari, nel quale pure lo hanno un po’ rinchiuso, da qualche tempo, l’iperattivismo a tratti indecifrabile di una parte della gerarchia ecclesiastica e la figura emergente di Andrea Riccardi (per non citare Corrado Passera) – corpo di tecnico e testa di politico – cioè il benedetto da Angelo Bagnasco, il ministro che corteggia (ricambiato) i cattolici del Pd alla Beppe Fioroni, l’uomo che  fa una (quasi) involontaria concorrenza a Casini, e con il quale, per queste ragioni, il leader dell’Udc ha deciso di mantenere una prudente ambiguità.

Lo frequenta in segreto, gli telefona, ne esalta la devota moderazione, gli fa intravvedere un futuro radioso (“tu devi restare in politica”), in lui vede il mezzo per ghermire e incatenare a sé Fioroni e gli atri democristiani del centrosinistra. Tanto più il momento sembra politico, tanto più si avvicina al gioco di scommessa: “Per noi è come il gatto di Mao, anche quello fascista va bene per ammazzare il topo sovietico”, sogghignano le malelingue. I giocatori si guardano attraverso il tavolo italiano, gli occhi pieni di politica. E difatti Riccardi li ha messi sul serio in contatto, Fioroni e Casini e Bonanni (e Lorenzo Cesa), li ha messi intorno allo stesso desco il 13 dicembre e, assieme al leader della Cisl, lavora a un incontro pubblico, questo mese, a Napoli, prende appunti per un manifesto comune, “Iniziativa per l’Italia”. E’ molto, persino troppo, e per questo in definitiva Casini un po’ lo teme. Rimane infatti per il leader dell’Udc, in fondo a un angolo buio, il timore di vedersi sfilato, magari di soppiatto, il progetto di riunire i cattolici in politica: con il concorso di una parte della chiesa, e delle mosse ancora caracollanti del giovane delfino del Cavaliere, Alfano (presto una sua intervista sul Corriere della Sera). Casini insegue il dolce miraggio del Partito popolare italiano, si sa, ma lo vagheggia per sé; questo vento di nuova democristianeria vuole raccoglierlo da protagonista, mica subirlo da gregario – a cinquantasette anni, con il Quirinale sempre lì da scalare e il retropensiero di trovarsi, chissà, Mario Monti lungo la stessa via. Non casuale, il 7 dicembre, la sua defezione al congresso del Ppe a Marsiglia. In Europa vorrebbero vedere riuniti il Pdl e l’Udc, ma Casini non ha più intenzione di accettare schemi di cui non sia il regista.

“L’unica cosa chiara è che vuole sfasciare il Pdl, smembrarlo, acquisirne qualche pezzo”, dice Fabrizio Cicchitto. “Scomporre per ricomporre”, ripete Paolo Cirino Pomicino. A maggio, il congresso nazionale del partito democristiano e due ipotesi: un semplice rito di passaggio, o la svolta decisiva, lo scioglimento dell’Udc, la confluenza dei cocci rotti di Pd e Pdl. Per Casini vale la seconda ipotesi, ma nel frattempo dovrà mettere in chiaro una volta per sempre i rapporti di forza con i suoi nuovi amici, resistere all’eterogeneo agitarsi del mondo ecclesiastico (vedi le inquietudini di Rocco Buttiglione). Aut Caesar aut nihil. Per evitare di farsi scavalcare aguzza l’ingegno, si fa furbo (“il gatto di Mao”), e finché gli è precluso l’ingresso principale cerca scorciatoie o magari allungatoie (il corteggiamento di Renato Schifani, con Francesco Rutelli, alle Maldive); comunque vie traverse, vie oblique, quelle vie casiniane, appunto, che Gaetano Quagliariello definisce allusivamente “un interessante fazzoletto di ambiguità”. Il labirinto degli specchi che realizza la sintesi degasperiana nei termini di Lewis Carrol: come trovare l’uscita? Come individuare, fra gli infiniti volti riflessi, quello autentico, di carne e ossa?

© FOGLIO QUOTIDIANO


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