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Antiberlusconismo prescritto

Perché il Cav. si ritrova con un Pd voglioso di chiudere le ostilità

Riforme condivise da fare e niente più “pulsione frontista”. Una condanna non “cambierebbe nulla” nel dialogo

di Salvatore Merlo | 17 Febbraio 2012 ore 06:59

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E se il tribunale di Milano lo condannasse nel processo Mills? “Non cambierebbe nulla. Questa è la fase del dialogo, della decantazione. E sarebbe un paradosso se noi del Pd restassimo prigionieri dell’antiberlusconismo”. Parola di Stefano Ceccanti, senatore veltroniano del Partito democratico, costituzionalista impegnato nel progetto di revisione della legge elettorale, uomo politico sensibile alle inclinazioni del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Silvio Berlusconi è al contrario molto preoccupato di una possibile condanna in primo grado nel processo Mills. Lo ha scritto ieri al Giornale di Alessandro Sallusti, in una lettera, e lo ha anche ripetuto a Maurizio Belpietro su Canale 5. Il Cavaliere considera questo processo (destinato ad andare in prescrizione subito dopo la sentenza, qualunque essa sia), così come gli altri processi Ruby e Mediatrade (per il quale ieri la procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio) un accanimento nei suoi confronti. Ma soprattutto, il Cavaliere ritiene che una condanna nel processo Mills, per quanto non esecutiva, sia una brutta premessa, un inciampo capace di impedirgli di realizzare il sogno dell’uscita di scena in grande stile, da traghettatore e regista del dialogo con la ex opposizione di centrosinistra.

Si tratta di preoccupazioni non del tutto condivise, per la verità, all’interno del Pdl e tra le persone più vicine a Berlusconi. “Al presidente l’ho detto tante volte di non preoccuparsi. Gli italiani che lo amano continueranno ad amarlo sempre. Lo spaventoso accanimento della magistratura nei suoi confronti è cosa notissima, e qualunque dovesse essere la sentenza a Milano, questa non cambierà il giudizio che gli elettori hanno di lui”, dice Daniela Santanchè. E d’altra parte, ieri, lo stesso Berlusconi, forse per la prima volta in quindici anni, è sembrato voler separare le questioni giudiziarie dagli aspetti della vita politica nazionale: “Faremo le riforme, e le faremo comunque”, ha detto. Spingendosi sino a pronunciare un nuovo, nettissimo, endorsement grancoalizionista, a favore di una legislatura che sia riformatrice e costituente: “Oltre alla riforma dell’architettura istituzionale che riguarda il Parlamento, il numero dei deputati, la Corte costituzionale, il potere del Consiglio dei ministri – ha detto il Cavaliere – ci sono da fare anche la riforma del lavoro, della giustizia e del fisco. Sono tutte riforme che una sola parte politica non può fare con i suoi soli voti”.

Nel Pdl tendono a individuare un “partito della zizzania” che comprende Repubblica, la sinistra manettara, il dipietrismo e – sono parole loro – “la magistratura militante”. Da un lato c’è il Pd orientato al dialogo, con i suoi comprensibili tentennamenti (ma osservato dal Quirinale), dall’altro ci sarebbero dunque le forze dello “sfascio”. Come dice Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera: “Napolitano ha sviluppato un discorso molto apprezzabile sulla giustizia. E in questo quadro si è anche parlato di un ‘positivo mutamento dell’atmosfera’. Purtoppo però questo ‘mutamento’ noi non lo abbiamo colto in ciò che a Milano si sta facendo contro Berlusconi”. Eppure nessuno, nemmeno il Cav.,  dalle parti di Palazzo Grazioli e di Arcore arriva a ipotizzare conseguenze sul governo di Mario Monti o sull’attuale delicata fase politica. La strategia del disarmo prosegue, pur complicata: le manovre sono lunghe, faticose, accidentate. Pier Luigi Bersani ormai parla apertamente anche della riforma della giustizia (lo ha fatto con una intervista al Messaggero), mentre il Quirinale ha intensificato i suoi messaggi di censura nei confronti di certi comportamenti “esorbitanti” delle toghe. “Dobbiamo archiviare la fase dell’antiberlusconismo”, dice Ceccanti, che aggiunge: “Questo riguarda la politica tout court, anche le alleanze tra i partiti. Per esempio, il patto di Vasto con Antonio Di Pietro e Nichi Vendola non funziona più in una fase di distensione post berlusconiana come l’attuale”. E Giorgio Tonini, senatore del Pd, spiega: “Le vicende processuali di Berlusconi non sono, e non devono più essere materia di contesa politica. D’altra parte non è più il presidente del Consiglio, siamo in una fase tutta diversa”. Come ha detto ieri lo storico Miguel Gotor di fronte a una platea di militanti del Pd e mentre Enrico Letta lo osservava annuendo: “L’errore del polo riformista è stata la pulsione ‘frontista’. Le categorie berlusconiani-antiberlusconiani ormai sono buone per vendere giornali, ma sono minoritarie nel paese”. Stagione chiusa, dunque? “Da chiudere”.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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