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Inchiestina

I numeri di Grillo il caudillo all’assalto di tecnici e partiti

Swg lo incorona terza forza, lui punta al 20 per cento (a chilometro zero)

di Marianna Rizzini | 14 Aprile 2012 ore 06:59

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Il camper del “tour elettorale” che corre dalla Puglia al Veneto, la mistica del non-statuto, del non-luogo, del non-partito che corre per il Web, i consiglieri regionali e comunali conquistati negli ultimi due anni (53 solo in Emilia Romagna), i comizi giornalieri contro i “mascalzoni” (i partiti, il governo Monti, la stampa asservita) e poi (ieri) il sondaggio d’incoronazione targato Swg: il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, comico, caudillo e mangiafuoco di riferimento degli indignados del Web, è la terza forza dopo Pd e Pdl: 7,2 per cento nelle intenzioni di voto, con la Lega malconcia che si ferma al 7,1. E’ scatenato, l’orgoglio grillino su Twitter – “diffondete il documento da cui si evince che i grillini hanno rinunciato ai rimborsi elettorali” – e c’è chi ricorda minaccioso le percentuali delle amministrative 2011: 9,4 per cento a Bologna, 3,43 a Milano, 1,75 a Napoli.

Nel giorno del trionfo sondaggistico preventivo si rilanciano le parole del Grillo che vuole riciclare tutta la spazzatura e buttare tutto il Parlamento e che a Ladispoli come a Civitanova dice di puntare “al venti per cento”: “Pensa che smacco”, dice, mettere “questo qui”, uno a caso dei cittadini delle sue liste civiche, “a parlare con Angela Merkel”. Uno a caso preso dalle tante liste che finora hanno chiesto “certificazione” a Grillo, il garante padre-padrone del partito-non partito che non ha sede ma ha casa al suo indirizzo web: tra le altre, 16 liste in Lombardia, 26 in Veneto, 3 in Sicilia, 15 in Piemonte, 5 in Puglia, 5 nel Lazio, 4 in Emilia Romagna, 6 in Campania.

All’origine c’è la formula magica: democrazia dal basso. Nel generale affondamento via inchiesta dei contendenti a destra e a sinistra, il comico tribuno allude come fosse sacro al regolamento-programma del Movimento 5 stelle e insiste: basta che presenti il certificato penale pulito e anche tu puoi candidarti. Scrivi il tuo nome, ti fai votare dagli internauti, ti presenti al “meetup” della tua città e fai decidere all’assemblea. Non abbiamo intermediari, dice il regolamento. Non abbiamo segretari, dice il “portavoce” candidato sindaco di Polignano a Mare (portavoce perché nessuno è al vertice e tutto è orizzontale) in un video dove candidati al massimo trentenni, di professione chef, maestra e geometra, illustrano “le proposte”. C’è un vago scippo di terminologia e metodi pannelliani pur nella lontananza totale dal garantismo e dallo spirito pannelliano: “Proposte e non proteste”, diceva Riccardo Nuti, candidato sindaco grillino a Palermo, e i consiglieri regionali piemontesi grillini Davide Boni e Fabrizio Biolé, come i Radicali che nel 1997 “restituivano” ai cittadini i soldi “rubati” dai partiti, si sono spinti al “Restitution day”: vi ridiamo parte del nostro stipendio troppo alto, ci teniamo 2.500 euro al mese, il resto finanzierà progetti di interesse sociale “con votazione ad alzata di mano”. Qualcuno ci vede altro: Pippo Civati, del Pd, intervistato su Repubblica, trova una “impressionante analogia” tra Grillo e il primo Umberto Bossi.

Ogni giorno una performance su e giù dal camper: il tribuno fa risuonare il grido delle viscere del Web con la mistica del chilometro zero, del rifiuto zero, dell’energia fai-da-te, del riciclo (le liste civiche si finanziano con la pesca “tutto a 5 euro”: dai 5 euro e peschi a piacere un oggetto riciclato dal calderone). Il mattatore spiritato e spettinato si aggira con un carciofo e una crostata, doni dei simpatizzanti sbandierati a favore del cameraman di “Piazzapulita”. “Ecco la mia tangente”, dice Grillo prima di lanciarsi nell’invettiva contro i partiti “già morti”, contro il governo che crea “odio sociale” mettendo “tutti contro tutti”, “farmacisti contro tassisti” e contro “baristi che non fanno lo scontrino”, quando “se avessero pagato tutti le tasse e il governo avesse avuto il doppio avrebbe fatto due volte le stronzate che ha fatto”.

Già nei giorni della “Woodstock” grillina, nel settembre 2010, si parlava di centomila attivisti (“ma è difficile quantificare, non avendo tesserati”, dice oggi Giovanni Favia, giovane consigliere regionale in Emilia Romagna che crede “nell’economia immateriale, meno merci e più idee”). Grillo intanto prepara il comizio di Jesi, di Forte dei Marmi, di Monza, risalendo verso il Piemonte e martellando su due domande: “In dodici anni ci siamo indebitati di circa mille miliardi di euro. Che fine hanno fatto? Chi li ha spesi e con quali risultati?”.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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