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Due nani molto competenti

Hollande e Sarko ai ferri corti. Preparati all’inizio, poi dispettosi. La giuria divertita, avvilita e poi annoiata. Il candidato socialista media del cinque, l’altro il sei e mezzo (ma c’è anche un due e un tre)

di Marina Valensise | 04 Maggio 2012 ore 06:59

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Tutto è pronto nella sala delle riunioni, lo schermo della tv collegata su France 24, il monitor del computer su Bfmtv.fr. La giuria del Foglio arriva alla chetichella mentre s’anima la tavola rotonda dei giornalisti di France 24 e subito parte la domanda di Annalena Benini: “Le francesi sono tutte più fiche. Perché?”. Ritanna Armeni prende la palla al balzo: “Persino la vecchia mantide è più in forma delle nostre carampane”. Parte il duello. Silenzio in sala. Chi fino a due minuti prima invocava la simultanea o i sottotitoli tace, concentratissimo. Lo sfidante socialista, François Hollande, parla per primo, declina la sua dichiarazione di fede, sarà un presidente rassembleur, punterà sul redressement. Il pubblico femminile nota subito la cravatta lucida, lo stile solenne e la dominanza delle “r”. “Dimagrendo gli è crollata la pelle sotto il mento, come succede a chi fa la Dukan”, commenta l’esperta in diete. “Ha l’aria di un gallinaceo”, insiste sicura. E’ il turno del presidente uscente, Nicolas Sarkozy. La sala freme, all’inizio del dibattito la giuria è a grande maggioranza favorevole a Hollande. Ma dopo la prima mezz’ora ha già cambiato idea. Sarkozy ne infila subito una delle sue. “La presentazione di Hollande è abbastanza classica. E’ quello che si dice sempre, sarò un presidente straordinario e il mio predecessore era nullo”. Sussulto in sala. “Rassembler è una bella idea, ma ci vogliono i fatti”. Anche Lanfranco Pace, sinora cauto e molto sornione, avverte il fremito via etere. Parte infatti il contrattacco relativista di Hollande. “Ognuno ha la sua verità. Lei dice di aver riunito i francesi, ma i francesi hanno avuto la sensazione di essere stati sottoposti a divisioni e separazioni. Io sono di sinistra, ma ho il senso della riconciliazione”. Silenzio in sala, tutti capiscono che “il loffio Hollande” sa difendersi e ha imparato a attaccare. Sarko si scompone parecchio, è energetico fino al parossismo. Muove sempre un po’ troppo la spalla sinistra, alza spesso l’arco del sopracciglio, ma tenta un rovescio. “La prova che io ho saputo rassembler è che in cinque anni di presidenza non ho mai dovuto affrontare manifestazioni di massa, violenze, contestazioni. Ho potuto riformare col consenso dei francesi”. Hollande ribatte, dando una prima prova di efficacia nella “répartie”. “Il merito non è suo, ma della società francese, e resta da vedere a quale prezzo”.

Entriamo in zona bilancio, e la tensione è a fior di pelle. “Vedremo il sangue”, avverte Pace, che sembra davvero eccitarsi al duello. E infatti arrivano i primi schizzi. “Non avrò il merito, ma non sono l’unico colpevole”, replica Sarkozy e cita lo scienziato che ha paragonato il suo ultimo comizio al congresso di Norimberga, senza che Hollande battesse ciglio. “Mi paragonano a Petain, Laval, Franco, persino Hitler – piagnucola Sarko – Aubry mi tratta da Madoff – 183 anni di carcere – e lei non dice niente? Vuol dire che dà la sua cauzione”. Sembra un bambino, commenta la Benini.

Hollande: “I suoi amici mi hanno paragonato a non so quale bestiario, ho avuto diritto a tutti gli animali dello zoo, ai paragoni meno lusinghieri. Ma lei pensa forse che abbia creduto che era lei a ispirarli?”. Sarkozy incassa l’ironia, ma prende l’iniziativa.  Passiamo alle cose serie, e lascia entrare in scena l’economico e il sociale, disoccupazione, crescita, tasse, imprese, investimenti. Hollande ricorda il tetto della disoccupazione al 5 per cento, obiettivo del 2007. “Aveva detto che se non scendeva sotto il 5 per cento sarebbe stato un fallimento… a cinque anni di distanza, la disoccupazione è esattamente il doppio”. Lui invece pensa ai giovani, agli emplois-jeunes, ai contratti di generazione, che prevedono  defiscalizzazione degli oneri sociali per le imprese che assumono un giovane lavoratore senza mandare in pensione un anziano.

Sarkozy muove la spalla, prende appunti: “Le sue cifre sono false”, dichiara sicuro di sé, e sforna subito quelle del Bit, senza sciogliere l’acronimo, che dimostrano come in Francia i disoccupati siano aumetati di appena il 17,7 per cento, a fronte del 60 per cento in Gran Bretagna, del 114 per cento in Spagna dopo otto anni di  governo socialista, e di una media europea di esattamente il doppio, pari cioè al 30,6 per cento. “Non capisco perché Hollande che pretende di governare la Francia, debba minimizzare i risultati della Francia” obietta Sarkozy, citando en passant l’ostinazione delle 35 ore, mentre i tedeschi, con il socialdemocratico Schröder, “facevano tutte le riforme che voi avete rifiutato”. Dalla giuria s’alza una voce, l’avevo detto, l’avevo scritto, che sarebbe stato un dibattito serrato, tutto fatti e cifre e dispetti. “Ha perso, basta, andiamo a casa”, esclama paradossale il dir., che ha già scritto una nota cronistica per il giornale sui primi quindici minuti. “Ma come?  Che ci hai fatto venire a fare?”, replicano divertiti i giurati dalla platea. “Sono arrivati i fritti”, interrompe una voce neutra. E d’incanto i vassoi di supplì, fiori di zucca e polpette placano le polemiche. Siamo a 21 minuti dall’inizio. “Capisco che le cifre non le facciano piacere” riprende Hollande (“sempre un po’ gallinaceo”, osserva la Benini) sempre solenne con la sua posa da presidente in pectore. “Quasi di cera”, aveva scritto il dir. “Ma i disoccupati oggi sono più di quattro milioni e cinque anni fa erano tre, la competitività si è degradata, lei è al potere da dieci anni e il nostro deficit commerciale (70 miliardi di euro) non è mai stato tanto squilibrato”. Hollande attacca. Nessuno se lo sarebbe aspettato, e invece non solo si difende, ma attacca e contrattacca. Ma ecco la replica di Sarkozy: “Perché la Germania ha fatto meglio di noi? Perché ha fatto il contrario della politica che lei propone. Ha introdotto l’Iva sociale in funzione antidelocalizzazione, che lei rifiuta. E poi, lei parla di deficit nella bilancia commerciale, ma su 70 miliardi sa a quanto ammonta il costo delle energie fossili? A 63 miliardi. In questa situazione io penso sia totalmente irresponsabile voler spezzare la filiera nucleare”. Altri schizzi di sangue arrivano nella sala delle riunioni.

“Parliamo di potere di acquisto”, esclama Ritanna Armeni. “Ma non lo vedi che Hollande ha l’occhio sbarrato?”, avverte Benini, cui nulla sfugge. Il socialista sembra sulle spine, ma non si perde d’animo e controbatte. “Ci ha messo cinque anni per capire il modello tedesco, prima aveva in testa il modello americano. La colpa non è mai sua, ma sempre di qualcos’altro, la crisi all’occorrenza”, e va avanti, citando l’iPad in dono ai liceali della Corrèze, il potere d’acquisto degli smicard, detentori del salario minimo garantito, che lui da socialista difende dalla riduzione di 300 euro l’anno, che graverà per via della riduzione degli oneri sociali voluta da Sarkozy. E poi ritorna sul mantra dei conti in ordine lasciati da Jospin, nel 2002. Il deficit commerciale di 70 miliardi è strutturale, e per ridurlo bisogna puntare su innovazione e investimenti produttivi, insiste Hollande, che tenta l’affondo: “Gli accordi per la competitività sono una bella idea, ma alla fine significherà la fine della  durata legale del tempo del lavoro, perché lavoratori e datori di lavoro aboliranno gli straordinari e smantelleranno il principio stessa della durata legale di lavoro”.
Sarkozy l’aspetta al varco: “Molte cose mi possono venir rimproverate, ma non di non assumermi le mei responsabilità. Come fa poi a sostenere che la Germania fa meglio di  noi, ma che noi non possiamo adottare nessuna delle misure tedesche, a cominciare dagli accordi sulla competitività?”.

La giuria fogliante ha un sussulto d’orgoglio. “Ma li vedi? Sono come dei supermonti”, esclama il dir. sulla battaglia delle cifre. “Sono dei politici che sanno di cosa parlano, studiano, si preparano”, rincalza Lanfranco Pace, senza alcuna nostalgia del cialtronismo. Nessuno osa il paragone, però. Non sia mai. “Il direttore ha nostalgia del politico”, commenta una voce fuori campo. La pausa intanto apre alle considerazioni sulla prossemica. “Sarkozy si muove molto, troppo forse, però Hollande si sta afflosciando”, avverte Annalena. “In nome di che cosa, una piccola impresa di trenta persone, se il datore di lavoro è d’accordo e i lavoratori pure, dovrebbe rinunciare a ridurre l’orario di lavoro a fronte delle mancate commesse?”, domanda Sarkozy tentando in extremis la pedagogia della mitbestimmung sull’avversario: “Decisamente lei ce l’ha con le cifre… dovrebbe conoscere quelle del governo Jospin, sono della Corte dei Conti, il suo corpo di appartenenza. E se è tanto favorevole all’innovazione, come mai ha votato contro la commissione Rocard-Juppé? Tiene tanti bei discorsi su quello che farà da presidente, ma per cinque anni ha sempre votato contro”.
Hollande rischia di perdere le staffe. “Lei non è il più competente per tenermi la lezione”. “Qual è il paese che non ha avuto un solo trimestre di recessione?”, insiste troppo beffardo il presidente uscente.  “Qualunque cosa accada, lei è sempre contento, buon per lei”.  Sarkozy che è un focoso attaccante deve difendersi, e gli  sbatte in faccia  una delle battute chiave della serata “non siamo al concorso delle  petite blague”, che ai francesi evoca immediatamente uno dei tanti nomignoli affibbiati all’ex segretario socialista nel corso della sua lunga carriera  (Monsieur petite blague, ma anche Flanby, nota marca di budino, o Fraise de bois, per la gentilezza estrema, molti dei quali coniati dall’ex avversario Fabius).

“Sull’insieme del periodo ha fatto meglio la Germania e persino la Spagna in termini di crescita”. “Certo”, concede Sarko, “ma la Francia è l’unico paese che non ha conosciuto un solo trimestre di recessione”. “Hollande ha vinto dopo i primi dieci minuti”, sentenzia il dir. Ma nel corso della serata, sul piano tecnico, finirà per ricredersi. Più il dibattito avanza, sul debito pubblico, sul pareggio di bilancio, sulle nicchie fiscali, più Hollande appare stanco, sovrappensiero, mentre l’altro si eccita, si dimena. “Sembra un gallo, più lo menano più resiste”, nota l’entomologo Pace. A un certo punto volano le parole grosse, calunnia, menzogna. Troppo da parte di un presidente. Sospetto di ringardise, burinaggine. “Vous êtes un petit calomniateur”. Allo scontro sulla riforma delle pensioni, la platea si riscalda. Sarko assesta uno degli ultimi ganci: “Lei vuole meno ricchi, io voglio meno poveri”. Marco Valerio Lo Prete esulta commosso dal “barlume liberale”. Il duello è teso, carico di odio. Pace spiega che Hollande è privo del “killer instinct”, Benini nota il fondotinta che gli si sta  squagliando addosso. Ritanna loda l’“ipercinesi” sarkozista. Alla fine, dopo la scuola,  gli eurobond,  l’immigrazione, col goffo siparietto di Hollande sui centri di detenzione e sulla diversa diagnosi dell’immigrazione, nordafricana e musulmana, insiste Sarko: ma la resa non viene mai. “Hollande gn’a fa più”, sentenzia il dir. “Com’è noioso, petulante, insopportabile, se uno pensa che la rinascita dell’Europa è legata a qusto nano, siamo freschi”, dice una voce fuori campo. Alla fine, è il momento dello stile, non solo  perché lo stile è l’uomo, ma perché non può darsi presidenza senza stile. Hollande inanella la sequela di anafore del “Moi président”, e subito fra i foglianti partono i lazzi e il che palle generale. Sarko insegue l’affondo finale, ma si vede lo sforzo. “La sua normalità non è all’altezza”. Litigiosi, dispettosi, incazzosi, il finale è terribile, con un passaggio atrocemente banale sul Cav. e su DSK. La giuria vota. A parte il dir., che dà 2 al socialista e 3 a Sarkozy, Hollande ha la media del 5, Sarko del 6 e mezzo.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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