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Parla prof. di Harvard

Soltanto un populista può indicare la strada dell’Argentina per l’Italia

di Marco Valerio Lo Prete | 03 Maggio 2012 ore 06:50

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Indicare per l’Italia la strada del default in stile Argentina non è più un vezzo da gruppuscoli antagonisti. Le tensioni sui mercati europei sono sempre lì e, complice per esempio l’attenzione mediatica dedicata al comico Beppe Grillo, l’idea di non onorare gli impegni nei confronti dei detentori dei nostri bond viene oggi discussa sempre più spesso anche in talk-show televisivi in prima serata. E’ sufficiente tutto ciò a dare maggiore credibilità alla proposta di dichiarare fallimento? No, secondo Pierpaolo Barbieri, studioso argentino di Relazioni internazionali ed Ernest May Fellow alla Kennedy School of government di Harvard, comunque critico delle ricette a base di austerity di Berlino.

“Il tasso di crescita nominale dal 2003 a oggi, in Argentina, è stato impressionante – dice Barbieri, di origini italiane, in una conversazione con il Foglio – Ma quello di guardare ai soli tassi nominali è un approccio limitato”. Secondo i calcoli del Center for Economic and Policy Research (Cepr), il pil argentino ha comunque raggiunto i livelli pre crisi nel 2005, ed è tornato alla tendenza di lungo termine che era prevista prima del default già nel 2007. “Il mio paese ha beneficiato di un costo del lavoro bassissimo subito dopo il default e della svalutazione del 2001-2002 – continua Barbieri – ma l’aumento di competitività è durato poco. Ciò che veramente ha consentito all’Argentina di risollevarsi è stato un boom senza precedenti dell’export delle materie prime di cui il paese è ricco”. Insomma, il paese sudamericano “si è sviluppato nonostante il default, non grazie al default”. Perciò Barbieri, intervenendo recentemente sul Wall Street Journal, ha fatto appello agli analisti europei a non “trarre tutte le lezioni sbagliate da quanto avvenuto nella mia madrepatria”. Dopo la decisione presa nel 1991 di ancorare il peso al dollaro, l’Argentina era riuscita a sottrarsi ai cicli ricorrenti di iperinflazione e instabilità politica: “Quando io sono nato, negli anni 80 – ricorda il ricercatore di Harvard – l’inflazione era al 1.000 per cento: risparmiare o investire a lungo termine era  impossibile”.

I bassi tassi di interesse sul debito, “faticosamente conquistati” negli anni 90, portarono però a un aumento rapidissimo di spese e prestiti, “non differentemente da quanto accaduto in Grecia dopo l’ingresso nell’euro”. Nel 1999 fu eletto presidente Fernando de la Rúa, il quale promise di mantenere la parità “un peso, un dollaro”: “I politici rimasero legati a un tasso di cambio sopravvalutato che ricordava i passati fasti del paese – dice Barbieri, studioso del Belfer Center, think tank di Harvard classificato primo nel 2011 per qualità della ricerca tra quelli di tutto il mondo universitario – Allo stesso tempo la riduzione della spesa pubblica durante la recessione fu insufficiente per tornare a un bilancio fiscale in equilibrio, e il governo si dimostrò troppo debole per approvare riforme profonde e che aumentassero la produttività, ad esempio diminuendo la burocrazia o migliorando la dinamicità del mercato del lavoro”. Risultato: alla fine del dicembre 2001 De la Rúa fu obbligato a dimettersi e a fuggire dal palazzo presidenziale in elicottero; il 23 dicembre il terzo presidente argentino che si era succeduto nel giro di quattro giorni dichiarò in Parlamento che il paese non avrebbe pagato i detentori dei suoi titoli di debito pubblico.

“Guardando il filmato dei parlamentari che esultavano, avresti pensato che l’Argentina aveva appena vinto la Coppa del mondo di calcio – ricorda lo studioso di Harvard – Invece si trattava del più imponente default della storia moderna”. Oggi i fan greci o italiani del default rischiano di comportarsi come quei parlamentari argentini, esultando troppo presto: “Comprendo le molte persone che in Europa stanno soffrendo a causa della disoccupazione da record in paesi come la Grecia e la Spagna, o per un senso di crisi permanente come in Portogallo, Irlanda o Italia. Finora infatti la risposta alla crisi è stata troppo concentrata sull’abbattimento dei deficit di bilancio. In questo contesto non è sorprendente che alcuni partiti marginali e di stampo populista sostengano l’ipotesi del default o dell’addio all’Eurozona”.

Il caso argentino dimostra però che i contraccolpi negativi di una decisione simile sarebbero immediati e rischierebbero di protrarsi per lungo tempo. “La svalutazione e il default decisi da Buenos Aires spazzarono via immediatamente un decennio di risparmi accumulati dalla classe media e dai pensionati argentini. Il peso, una volta svalutato, rese conveniente il costo del lavoro in Argentina, ma la produttività continuò a diminuire. In generale quello choc mise fine al ciclo di riforme strutturali necessarie”. Quanto al lungo periodo, “un decennio dopo il default, l’Argentina è ancora un paria nel mercato del credito. Non può finanziare investimenti a lungo termine e deve ricorrere a periodiche svalutazioni per mantenere la sua ‘produttività’. Quando qualche anno fa il governo Kirchner chiese un prestito al presidente e compagno venezuelano Hugo Chàvez, gli alti tassi di interesse imposti da Caracas non dimostrarono di certo la fratellanza socialista tra i due paesi!”. 

Non solo: ormai dal 2007 le cifre fornite da Buenos Aires sull’inflazione non sono più ritenute attendibili dagli osservatori internazionali, al punto che il febbraio scorso l’Economist ha annunciato in un editoriale che non le avrebbe più pubblicate. Colpa della politicizzazione dell’Indec, omologo dell’Istat italiano. Le statistiche ufficiali dicono che i prezzi sono aumentati tra il 5 e l’11 per cento l’anno negli ultimi 5 anni, ma alcuni istituti indipendenti parlano di un aumento dei prezzi almeno doppio. “Anche l’indipendenza della Banca centrale è stata compromessa – aggiunge Barbieri – mentre la spesa statale indirizzata dalla politica è tornata fuori controllo. Senza contare che il governo ha ridotto anche la sfera delle libertà economiche: oggi le persone devono subire controlli draconiani per acquistare valuta estera, mentre gli schemi di bilanciamento del commercio che hanno l’obiettivo di limitare l’aumento delle importazioni sono folli”. Il caso dell’improvvisa nazionalizzazione di Ypf, società petrolifera controllata dal gruppo spagnolo Repsol, è solo la punta dell’iceberg di questa situazione: “Il mio paese, dopo la parentesi del default, è presto ridiventato sinonimo di ‘follia economica’”. Quella di Ypf “è una vicenda innanzitutto politica – dice il ricercatore di Harvard – Serve a distrarre la popolazione dalle scelte economiche errate compiute dal governo e dai vari scandali di corruzione. Chi investirà in Argentina dopo questa notizia?”.

Il default non sarà una panacea, eppure l’Europa fatica a uscire da questa crisi a colpi di austerity: “Un periodo di aggiustamento era inevitabile, e alcuni governi responsabili, incluso quello italiano di Mario Monti, meritano sostegno in questa fase difficile che serve a rendere l’Eurozona più competitiva nel lungo periodo – commenta Barbieri – Perciò la Germania deve abbandonare la sua opposizione a investimenti strutturali in questi paesi, soprattutto finanziati dal bilancio dell’Ue, in modo da contrastare le conseguenze più dure del risanamento, acconsentendo anche a una mutualizzazione dei rischi sul debito pubblico grazie agli Eurobond. Berlino dovrebbe inoltre fare di più per stimolare la sua domanda interna e correggere così gli squilibri interni all’Ue. Questo è l’unico modo per sostenere il ritmo delle riforme e aiutare i governi a convincere i propri elettorati, fornendogli garanzie che oggi si sta costruendo un futuro migliore per tutta l’Europa, non solo per alcuni paesi”. Non esistono scorciatoie argentine.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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