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Che tipi sono questi che ci governano?

I tecnocrati

Gens nova, suscitano diffidenza di ceto perché hanno l’aria di pensare a quello che dicono

di Giuliano Ferrara | 03 Maggio 2012 ore 06:59

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Che tipi sono questi che ci governano? Guardarli in tv, ogni volta che tengono banco in una conferenza stampa, dopo ore di Consiglio dei ministri e per annunciare decisioni di un certo peso, è istruttivo. Sono diversi da tutti coloro che li hanno preceduti, intanto. Non sono la classe dirigente liberale di un’Italia fondata sul voto per censo o su uno stato monarchico e albertino dalle basi ristrette. Non sono i gerarchi e i burocrati del ventennio fascista. Non sono i partiti della Repubblica nata con il referendum e la Costituzione del 1948. Non sono nemmeno le squadre di Berlusconi o di Prodi o di D’Alema.

E’ gens nova. Si vede a occhio nudo che non devono essere rieletti. Che sono preoccupati fino a un certo punto di non irritare Parlamento e partiti che votano la fiducia, ma non devono guardarsi da una coalizione che gli sta con il fiato sul collo né dal fuoco di batteria di un’opposizione che voglia bastonarli. Si vede che tengono prima di ogni altra cosa all’efficacia dell’azione che perseguono, si vede il riflesso anche vanitoso e procedurale, magari intellettualistico, della agognata reputazione pubblica di amministratori sagaci, severi, responsabili. Dopo cinque mesi e a fronte di decisioni tardate decenni, che incidono su interessi popolari larghi e su poteri anche forti, come il divieto di partecipazioni incrociate in aziende finanziarie concorrenti, ancora latita quello spirito compromissorio, quell’aria del guardarsi le spalle, che ha sempre aleggiato sulla comunicazione politica dei governi repubblicani, sia nell’epoca della proporzionale e della lotta ideologica sia nell’epoca del bipolarismo di coalizione aggressivo e propagandistico.

Che risultino simpatici è troppo dire. Sollecitano invece un senso di distacco, sottolineato dalla rottura di un rapporto abitudinario, pro o contro, che è sempre tipico delle situazioni conflittuali in situazioni di democrazia elettorale. Ma che uso farne, di questo distacco psicologico? L’andazzo tra le classi dirigenti politiche e di establishment è ormai quello dello scetticismo, se non del disprezzo per gente priva di “visione”, perché certi amori poi durano poco, se non vengano sollecitati con metodi ruffiani possenti, ai quali siamo stati abituati in passato. Eppure c’è spazio per un’impressione banale, che non implica l’attribuzione ai tecnocrati di una, appunto, visione redentiva e salvifica della politica di governo di una grande nazione industriale e sviluppata. Forse stanno facendo quello che unanime il ceto politico e istituzionale ha chiesto loro all’atto della formazione dell’esecutivo, forse è gente che entra nel merito, che cerca soluzioni, che non ha troppi grilli per la testa, che coltiva con moderazione le proprie ambizioni, sebbene le onori come tutti fanno. Forse sono persone informate dei fatti di cui discutono. Il loro modo di parlare, di porre le questioni, sembra coincidere con le questioni stesse, senza via di scampo, senza via di fuga. La fantasia non è più al potere. Non è più al potere la libertà della politica di giocare sull’essere e sull’apparire, di trascinarsi su e giù per la zona grigia della ricerca del consenso, anche attraverso l’uso civile e legittimo di un certo senso del mendacio, di una certa spavalderia nel rilancio poco motivato e argomentato, illusionistico, delle soluzioni possibili e impossibili ai problemi che ci circondano. Tremonti che dice di Brunetta che “è proprio un cretino” a Sacconi che aggiunge fraternamente “non lo ascolto nemmeno” in questo quadro non lo si vede. E non si vede Pecoraro Scanio dietro Padoa-Schioppa, e tra i due il ruminare deboluccio di un Prodi o di un D’Alema. Lo spettacolo è molto cambiato e non è più uno spettacolo.

Piero Giarda svolazza sulla propria fisionomia di uomo serio e mite, un eroe di Laurence Sterne dalla fisiognomica settecentesca, Enrico Bondi è subito nella versione del killer a titolo gratuito, dunque un po’ sadico, Grilli ha ingoiato uno scopettone di piombo fuso, Catricalà le ha viste tutte ma ha imparato a contenere bene la sua onnisaggezza, e Monti addirittura pensa a quello che dice, centellina con lentezza risposte e understatement, riducendo in polvere la vecchia pretesa dei giornalisti di palazzo di farsi una passeggiata con le scarpe chiodate sul corpo del potere. Dalla solita ora, ora e mezzo di conferenza togata dei ministri tecnici si esce stupefatti, incantati e stremati, e con un grado di diffidenza fatto così: ma davvero ci è capitato di selezionare della gente che entra nello specifico delle questioni con una certa aria di competenza e di disinteresse personale e di gruppo, a parte i vezzi accademici e una certa inevitabile supponenza? E allora si spiega la reazione negativa di ceto dei politici professionali, e l’indulgenza dei non-prof. come il Cav.

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