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Chi scende in camper

Tutti gli uomini del candidato presidente. Renzi, la squadra e il senso politico della rottamazione

di Claudio Cerasa | 12 Settembre 2012 ore 06:59

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Un buon allenatore, più che un grande bomber. Un bravo tecnico, più che un super fantasista. Un abile player-manager, più che un magnifico centravanti. E dunque, per capirci, un José Mourinho, più che uno Zlatan Ibrahimovic. Un Arrigo Sacchi, più che un Roberto Baggio. O, meglio ancora, un Pep Guardiola, più che un Lionel Messi. Che ci si creda o no, a poche ore dal primo atto ufficiale della sua campagna elettorale, una delle metafore che anche negli ultimi giorni Matteo Renzi non ha smesso di utilizzare per caratterizzare, in modo compiuto, il senso della propria personale discesa in campo è quella dell’allenatore cazzuto che sa di avere le qualità giuste per vincere un campionato ma che allo stesso tempo sa di non poter vincere nulla senza aver formato e preparato e motivato come si deve una buona squadra con cui provare a realizzare il famoso sogno di una vita. Il modello Tony D’Amato, dal nome del celebre coach interpretato da Al Pacino in “Ogni Maledetta Domenica”, è un modello che in realtà Renzi non smette di evocare dal giorno in cui il sindaco di Firenze ha scelto di proiettare su uno dei maxi schermi della Leopolda il più famoso dei dialoghi della pellicola di Oliver Stone: “In questa squadra si combatte per un centimetro, in questa squadra ci massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro, ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro, perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza fra vivere e morire. La nostra vita è tutta lì, in questo consiste. In quei 10 centimetri davanti alla faccia, ma io non posso obbligarvi a lottare. Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi, io scommetto che vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, che vi troverete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui. Questo è essere una squadra signori miei. Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. E’ il football ragazzi, è tutto qui. Allora, che cosa volete fare?”.

All’epoca, quando il sindaco provò a caricare anche con questo video la sua squadra riunita a Firenze per il Big Bang 2.0, le motivazioni saranno state anche forti ma ciò che invece oggettivamente ancora mancava era proprio la squadra intorno alla quale costruire un progetto concreto con cui cominciare a sommare i primi centimetri. Un anno dopo, però, un anno dopo l’ultima Leopolda e un anno dopo l’ultima grande occasione pubblica in cui il sindaco di Firenze ha provato a esporre il senso politico della sua rottamazione, si può dire che, alla vigilia del primo atto formale della campagna del sindaco di Firenze, la prima vera novità che Renzi porterà in campo (e in camper) domani mattina a Verona è la squadra con cui, centimetro su centimetro, il sindaco proverà a rosicchiare terreno al segretario del Pd. Una squadra che ha mosso i suoi primi passi proprio all’ultima Leopolda, e che nell’arco di questi mesi il sindaco ha imparato a conoscere, ad apprezzare a valutare e, infine, anche a selezionare.

Ecco, ma come è fatta esattamente la squadra di Renzi? E chi sono i volti più importanti e significativi da conoscere per capire il senso di questa benedetta rottamazione? Abbiamo indagato un po’ sulla questione, anche chiacchierando con alcune persone dell’inner circle renziano, e alla fine dei conti il risultato è che per comprendere qualcosa di più sulla (definizione dei non simpatizzanti renziani) “giocosa macchina da guerra” del sindaco di Firenze bisogna partire dalla metafora delle orbite e bisogna immaginarsela, questa squadra, suddivisa in quattro cerchi concentrici.

Nel primo cerchio, in quello più piccolo, orbitano le cinque persone che più delle altre negli ultimi anni sono state maggiormente vicine al sindaco, e che, di fatto, accompagnano Renzi dai giorni delle primarie vinte a Firenze dal Rottamatore. Oltre al capo segreteria del sindaco (Luca Lotti, classe 1982) e al suo portavoce (Marco Agnoletti, classe 1974), le tre persone chiave del piccolo cerchio magico di Renzi sono, per diverse ragioni, soprattutto loro tre: Marco Carrai, Luigi De Siervo, Giuliano Da Empoli.

Se il primo, Carrai, è un personaggio importante nell’universo del sindaco per essere, oltre che un consigliere fidato, l’unico vero grande canale di collegamento tra Renzi e il mondo dell’establishment non solo fiorentino, in questa fase pre-elettorale e pre-discesa in campo sono soprattutto gli ultimi due – De Siervo e Da Empoli – ad avere avuto un ruolo importante nella formazione della squadra, del programma e dell’organizzazione della campagna del sindaco di Firenze.

Luigi De Siervo, 43 anni, fiorentino, figlio dell’ex presidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo, ex consulente a Firenze dello studio dell’avvocato David Mills, ex giocatore di football americano e una laurea in Giurisprudenza con tesi su Silvio Berlusconi e i rischi politici dei conflitti di interesse discussa con Giuliano Amato un anno prima che Silvio Berlusconi decidesse di scendere in campo e grande amico di Renzi, nella vita fa a tempo pieno il direttore commerciale della Rai ma tra un ritaglio di tempo e un altro dal 2005 è uno dei motori operativi della macchina organizzativa di Renzi. De Siervo (presentato a Renzi dalla sorella Lucia che lavora nella segreteria del sindaco) ha iniziato a collaborare con il Rottamatore durante la campagna di Renzi per la provincia di Firenze, e da allora a oggi non ha smesso di dare un aiuto prezioso sia per organizzare i grandi eventi renziani sia per monitorare e spulciare i vari feedback quotidiani ricevuti dal sindaco non solo sui giornali ma soprattutto sulla Rete. De Siervo, tra le altre cose, oltre a essere stato regista scenografico delle ultime Leopolde, è stato scelto ancora una volta dal sindaco per allestire i contenuti e gli elementi scenici del suo primo e itinerante Big Bang nazionale (a Verona, così come nel resto delle 108 province in cui Renzi sbarcherà nei prossimi giorni, ci sarà uno slogan, “Adesso”, con molti punti esclamativi, non ci sarà un vero logo come invece in un primo momento aveva richiesto il sindaco di Firenze e alla fine la frase chiave della campagna sarà la stessa con cui Renzi chiuse lo scorso anno il suo discorso alla Leopolda: “Non si ferma il vento con le mani”).

Accanto a De Siervo, poi, sul lato dei contenuti, la persona da tenere bene a mente si chiama Giuliano Da Empoli. Da Empoli – 39 anni, scrittore, saggista e figlio di Antonio Da Empoli, ex consigliere economico di Bettino Craxi – nel 2009 è stato scelto da Renzi come assessore alla Cultura del Comune di Firenze e dopo due anni e mezzo di esperienza in giunta su richiesta del sindaco ha cambiato più o meno mestiere e si è messo alla guida di quel piccolo think tank che dallo scorso ottobre elabora e rielabora a getto continuo i contenuti del programma del sindaco.
Da Empoli, negli ultimi mesi, oltre ad aver viaggiato molto in America e in Inghilterra e ad aver contribuito ad allargare la rete di relazioni internazionali del sindaco (in parte è anche suo il merito degli ottimi rapporti di Renzi con Kerry Kennedy, figlia di Bob Kennedy, e Tony Blair, ex premier inglese), è stato il collettore dei contributors che hanno collaborato alla stesura del programma del sindaco (i contributi, in genere, arrivano a De Empoli via e-mail sottoforma di scheda: l’ex assessore mette insieme il tutto, rielabora e miscela le schede, le gira via e-mail a Renzi, riceve dal sindaco i feedback sulle cose che vanno e non vanno, e infine, tema per tema e caso per caso, rivede i testi aggiornati e li mette a disposizione per la lettura su una rete condivisa con i ragazzi dell’inner circle renziano).
I contributors di Renzi (ce ne sono di curiosi e interessanti, non solo Pietro Ichino e Alessandro Baricco, ma, per dire, anche Oscar Farinetti, inventore di Eataly, e David Serra, numero uno del Hedge Fund italiano più famoso d’Europa, Algebris) fanno parte del terzo e quarto cerchio dell’universo del sindaco, e prima di arrivare a loro bisogna andare naturalmente a studiare la seconda orbita che ruota attorno al giovane sfidante di Bersani.

In questa seconda orbita gravitano i renziani della seconda ora che si sono aggiunti, anche con ruoli importanti, nella squadra del sindaco in questa ultima fase del suo percorso politico. Di Giorgio Gori – che nella campagna avrà un ruolo meno organizzativo di quello avuto in questi mesi e più legato alla comunicazione e al monitoraggio e alla selezione dei temi caldi da affrontare nel corso dei dibattiti, delle interviste e dei faccia a faccia televisivi – abbiamo già parlato su questo giornale qualche mese fa (Foglio del 20 giugno). Di Roberto Reggi, ex sindaco di Piacenza ed ex coordinatore dei lettiani del nord e centro Italia, invece si sa che è il responsabile della macchina organizzativa di Renzi mentre si sa meno che è proprio lui la persona che più degli altri in questa fase è stata incaricata di lanciare messaggi positivi ai montiani di tutto il mondo (lunedì mattina, per dire, intervistato a “Omnibus”, Reggi ha ripetuto che in un governo Renzi ci potrebbe stare perfettamente un Mario Monti ministro dell’Economia).

Accanto a Reggi, e più o meno sullo stesso piano dell’ex sindaco di Piacenza, c’è quello che Renzi considera una delle menti politicamente più frizzanti del suo inner circle: Matteo Richetti, presidente del Consiglio regionale dell’Emilia Romagna e divenuto nei mesi il simbolo d’una sorta di grillismo buono del mondo renziano soprattutto grazie alla battaglia combattuta (e vinta) dallo stesso Richetti in Consiglio regionale per cancellare i vitalizi dei consiglieri e tagliare del 10 per cento le indennità degli stessi consiglieri.

All’interno dello stesso cerchio, infine, c’è un nome forse non conosciuto al di fuori dal Pd ma che politicamente non è da trascurare per capire qualcosa in più sulla natura della squadra scelta dal sindaco per affrontare il segretario del Pd. Il suo nome è Ernesto Carbone, ha 38 anni, è calabrese, ha accompagnato Renzi nel suo recente tour in Calabria (a Pizzo Calabro e Castrovillari), è l’ex direttore nazionale dell’associazione dalemian-lettiana “Red”, è stato per anni il braccio destro del prodiano Paolo De Castro e soprattutto è uno dei giovani talenti del centrosinistra maggiormente valorizzato da Romano Prodi in tutte le sue fortunate campagne elettorali. Nel 1996, quando Carbone aveva 23 anni, Prodi lo inserì nella squadra dei coordinatori dei comitati “l’Italia che Vogliamo” (piccoli comitati spontanei diffusi nelle principali città italiane attraverso i quali tra il 1995 e il 1996 Prodi elaborò il suo programma elettorale con uno stile e una meccanica simile a quella che seguirà il sindaco di Firenze nella promozione del suo programma nei vari “comitati per Renzi” che si andranno a formare nel corso della campagna elettorale). Poi, successivamente, Carbone venne scelto ancora da Prodi nel 1998 come suo assistente alla Commissione europea, e infine, nel 2006, venne nominato, ancora da Prodi, responsabile della “Fabbrica del programma” del Professore durante l’ultima campagna elettorale vinta dal centrosinistra. Carbone non è un prodiano in senso stretto e ha una formazione culturale ibrida e tipicamente democratica; ma a guardar bene la sua storia ci ricorda che gli intrecci tra il mondo di Prodi e il mondo di Renzi in realtà sono meno occasionali di quanto si potrebbe credere. Nel Pd qualcuno suggerisce che per notare le presenze prodiane nella squadra di Renzi bisognerebbe concentrarsi sul nome di Patrizio Bianchi (neo acquisto del sindaco di Firenze e attuale assessore al Lavoro della giunta di Vasco Errani, emiliano come Reggi e Richetti). Ma in realtà anche qui sarebbe una forzatura perché Renzi con Prodi ha un rapporto non mediato ma diretto, solido e consolidato; e in questo senso non è un mistero che il sindaco di Firenze abbia avuto recentemente diverse occasioni per confrontarsi a tu per tu con l’unico dei grandi dinosauri del Pd che il Rottamatore ha scelto di difendere nel corso della sua campagna elettorale (negli ultimi mesi Renzi ha incontrato almeno tre volte l’ex presidente del Consiglio: una volta a Firenze, il 2 dicembre, quando Renzi ospitò in comune Prodi per visitare i cantieri allestiti nel salone dei Cinquecento per ricercare il famoso affresco della “Battaglia di Anghiari” di Leonardo; una seconda volta a luglio, a casa di Prodi, a Bologna, al numero 7 di via Gerusalemme; una seconda volta in provincia di Mantova, a Pomponesco, al ristorante il Leone, il 6 settembre, subito dopo l’intervento di Renzi alla festa del Pd di Modena).

Nello staff del sindaco di Firenze, poi, tutti (o quasi) sostengono che, nel segreto dell’urna, il professore alle primarie, di fronte alla scelta tra Renzi e Bersani, alla fine voterà il sindaco e non il segretario (in tanti, nel mondo di Renzi, ricordano l’intervista che Prodi rilasciò a Repubblica lo scorso novembre, quando il Prof. definì Bersani “una persona eccellente, di grandi capacità” ma incapace di “uscire” e di far crescere il Pd come dovrebbe). In realtà, a ben vedere, per questioni di opportunità difficilmente Prodi si sbilancerà su l’uno o sull’altro candidato ma detto questo nell’inner circle renziano c’è invece la certezza che qualora il gioco delle primarie dovesse diventare “sporco”, e se insomma nel Pd dovesse concretizzarsi l’idea di “complicare” la macchina delle primarie con albi degli iscritti, doppio turno e magari divieto di andare a votare al secondo turno a chi non ha votato al primo turno, in quell’occasione dovrebbe essere più che probabile aspettarsi una difesa “delle primarie libere” da parte dell’ex presidente del Consiglio.

Nel terzo e quarto cerchio che orbitano attorno al sindaco ci sono invece i contributors di vario genere che si dividono in due categorie: i fissi e gli occasionali. Tra i contributors fissi sono presenti i vari sindaci a cui Renzi ha scelto di legarsi e le cui esperienze “non teoriche e astratte ma pratiche e concrete” – concetto sul quale insisterà molto il sindaco di Firenze nel suo discorso a Verona – saranno al centro del programma elettorale di Renzi (sindaci come Andrea Ballaré, Novara, Federico Berruti, Savona, Jacopo Massaro, Belluno, e, a quanto pare, Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci). Accanto ai sindaci, sempre all’interno del terzo cerchio, si trovano inoltre alcuni professori, scrittori e intellettuali che in questi mesi, dalla Leopolda in poi, hanno dato un contributo importante alla formazione del programma del sindaco di Firenze. Tra questi ci sono Alessandro Baricco, Enrico Brizzi ed Edoardo Nesi (ai quali Renzi spesso chiede consigli prima dei discorsi importanti), ci sono gli economisti Luigi Zingales (firmatario insieme con Oscar Giannino anche del documento “Fermare il declino” ma tutt’altro che fuori dall’orbita renziana) e Pietro Ichino (che al netto dei bisticci tra Renzi e Veltroni alla fine dovrebbe appoggiare il sindaco di Firenze alle primarie così come gli altri firmatari del famoso documento dei montiani del Pd, che il prossimo 29 settembre ufficializzeranno quale candidato appoggeranno alle primarie tra Renzi e Bersani) e infine ci sono anche volti meno conosciuti ma ugualmente importanti come, per esempio, il costituzionalista Francesco Clementi.

Clementi, classe 1975, professore di Diritto pubblico comparato alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Perugia e politicamente “figlioccio” del professore veltroniano Stefano Ceccanti, è il giurista che materialmente ha scritto una parte importante del programma del Rottamatore: quella legata alla riforma istituzionale di cui Renzi si farà promotore durante la campagna elettorale. Una riforma che punta a rafforzare l’esecutivo proponendo, in nome della “trasparenza e della responsabilità”, un sistema di governo neoparlamentare sul modello del sindaco d’Italia, sul modello delle democrazie anglosassoni e in particolare sul “modello Léon Blum”. Blum, forse qualcuno lo ricorderà, fu lo storico presidente del Consiglio che negli anni Trenta diede il “la” alla riforma della Terza Repubblica francese e che nel 1936 mise nero su bianco nel pamphlet “La Réforme gouvernementale” (tradotto in Italia proprio da Clementi) le linee guida di quella che sarebbe diventata la futura rivoluzione presidenziale francese. “Il presidente del Consiglio – scrive Blum in questo pamphlet di cui il sindaco di Firenze ha letto alcuni estratti – deve essere come un monarca, un monarca a cui furono tracciate in precedenza le linee della sua azione: un monarca temporaneo e permanentemente revocabile, che possiede nonostante ciò, durante il tempo nel quale la fiducia del Parlamento gli dà vita, la totalità del potere esecutivo, unendo e incarnando in sé tutte le forze vive della nazione”.
Infine, nell’ultima orbita renziana si trovano, come dicevamo, i contributors occasionali. Tra questi vi sono economisti di peso come Elisabetta Gualmini (presidente dell’Istituto Cattaneo di Bologna, specializzata in welfare) e Tommaso Nannicini (bocconiano e fresco autore di un saggio sulla crescita, “Non ci resta che crescere”, editore Egea); ci sono alcuni uomini legati al mondo della finanza come David Serra (quarantenne numero uno del Hedge Fund Algebris, il fondo finanziario che tra il 2007 e il 2008 diede battaglia in Generali contro l’allora presidente Antonie Bernheim) e Cosimo Pacciani (dirigente della Royal Bank of Scotland); e ci sono poi anche alcuni “collaboratori” originali a cui Renzi non fa mistero di chiedere spesso consigli.

Il primo è Oscar Farinetti, inventore di Eataly e di mille altre cose, che ha dato un piccolo contributo su alcuni capitoli del programma elettorale di Renzi.
Il secondo, più singolare, è un personaggio con cui il sindaco, raccontano con un sorriso alcuni ragazzi del suo staff, si sente con una frequenza sorprendente. Il suo nome, lo avrete capito, è quello di Pep Guardiola, l’ex allenatore del Barcellona dei miracoli. A Guardiola, in questi giorni in vacanza negli Stati Uniti, domenica scorsa Renzi ha chiesto via sms se riuscirà a essere della sua partita. Guardiola, dopo un lungo corteggiamento, ha risposto con un mezzo “sì”. E chissà allora che, tra una cosa e un’altra, tra un contributor e un altro, un suggerimento e un altro e un comizio e un altro, non sia proprio Guardiola il Tony D’Amato con cui Renzi potrebbe provare a dimostrare di essere il famoso allenatore sfacciato e cazzuto che sa di avere le qualità giuste per vincere la partita ma che allo stesso tempo sa di non poter fare nulla senza aver formato e motivato come si deve una buona squadra con cui provare a realizzare il sogno di una vita. L’idea c’è, e ora la squadra pure. Poi, per i centimetri, se ne riparlerà il prossimo 25 novembre.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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