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Il liberismo "buono" è solo quello che non c'è: a sinistra

La sudditanza culturale dell'"intellettualità liberista"

di Federico Punzi | 05 Dicembre 2012 ore 17:43

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Al direttore – Da liberista mi ritrovo più nella critica di Mucchetti all'“intellettualità liberista” che guarda a sinistra che nella replica del liberista Stagnaro. Non c'è dubbio, Renzi è un innovatore, ma il suo approccio è “blairiano”, non liberista. Da liberisti tifiamo tutti per lui, perché una sinistra moderna, “blairiana”, che abbraccia mercato e merito, non può che far bene a se stessa e al paese. E guardando al deserto che offre l'attuale centrodestra, dal punto di vista di un elettore liberale-liberista avrebbe potuto senz'altro rappresentare il male minore, se avesse vinto le primarie. Ma da qui a pensare di costruire un'offerta politica liberista suggerendo al sindaco di Firenze di uscire dal Pd per guidarla (Giannino), o appellandosi ai suoi elettori delusi (Zingales), ce ne passa. 

L'affermazione “il liberismo è di sinistra” ha senso solo come provocazione intellettuale, in un mondo ideale in cui la sinistra si batte per offrire maggiori opportunità agli outsider meritevoli, per uno Stato leggero che concentra le sue risorse sui veri bisognosi, e la destra favorisce insider e status quo. Ma se calata nella realtà politica dei paesi occidentali nell'ultimo secolo, ma anche nell'ultimo ventennio, è un ossimoro: la destra non sarà stata quasi mai un modello di liberismo, ma quasi sempre molto meno statalista della sinistra. Chi ambisce a costruire un'offerta politica liberista non può ignorare cos'è stata e cos'è la sinistra in Italia (e non solo), cosa pensano i suoi leader e quali sono gli interessi dei blocchi sociali che tradizionalmente rappresenta. 

Lo stesso Renzi non è riuscito nel miracolo. Come ha scritto D'Alimonte sul Sole, infatti, «non è successo quello che molti dentro il Pd temevano e altri speravano, e cioè che Renzi riuscisse a portare a votare per lui molti elettori di centrodestra». E il suo successo tra gli elettori del Pd, persino nelle regioni “rosse”, si deve ad «un voto di protesta nei confronti dell'apparato e a favore del cambiamento» generazionale, piuttosto che ad una loro adesione ai suoi concetti “liberisti”. Anzi, proprio il rifiuto di essi spiega a mio avviso il suo mancato sfondamento, nonostante il vento in poppa del cambiamento e la schiacciante vittoria comunicativa su Bersani nel contronto tv su Raiuno. 

Non si può certo dire che il centrodestra italiano sia stato “liberista”, tutto “small government e deregulation”. Bisogna però riconoscere qualche circostanza attenuante ai liberali della Prima Repubblica, per aver fatto i “cespugli” della Democrazia cristiana quando l'alternativa era il comunismo di Mosca. E nella giusta critica al berlusconismo non si può ignorare che per tre volte Berlusconi ha coalizzato vaste maggioranze di centrodestra intorno a parole d'ordine liberiste, anti-stataliste, mentre mai niente di simile si è visto a sinistra. Berlusconi e la sua classe dirigente hanno poi tradito la “rivoluzione liberale”, hanno governato da moderati nel senso di “socialisti moderati”, e nell'elettorato di centrodestra non mancano contraddizioni (più statalista e assistenzialista nel centro-sud) e spinte corporative. D'altra parte, il caso Italia è particolamente penoso: diremmo che se Romney negli Stati Uniti si lamenta per il 47% di Obama, qui in Italia siamo all'87% tra imprese e cittadini in vario modo sussidiati e quindi per interesse non attratti dalle opportunità “di sinistra” del liberismo. Tutto ciò, tuttavia, non cancella il fatto inoppugnabile che milioni di elettori di centrodestra hanno risposto presente ai richiami liberisti, mentre dall'altra parte istintivamente li hanno sempre respinti. 

Se il liberismo è “trasversale” è solo perché, discutendone a cena, spesso gli amici di sinistra ammettono che le tasse sono troppo alte, che la spesa pubblica è inefficiente, che dello Stato non ci si può fidare. Basta? Evidentemente no, visto che nelle urne prevale il richiamo della foresta, perché il liberismo è roba da affaristi ed evasori, insomma per gente poco raccomandabile. Scalfire questi pregiudizi dal punto di vista culturale, spiegando come le politiche liberiste possono effettivamente produrre esiti “di sinistra” è lodevole, ma pensare di “impiantare” il liberismo a sinistra, cioè che un'offerta politica liberista possa attrarre leader ed elettori di sinistra, invece di impegnarsi a cambiare e a condizionare il centrodestra, dove una parte rilevante di elettori si è già mobilitata, tre volte negli ultimi vent'anni, per le promesse “liberiste” di Berlusconi, è politicamente fallimentare. Questi elettori si ritrovano oggi cornuti (traditi da Berlusconi) e mazziati (ignorati, se non disprezzati, dai promotori di nuove offerte politiche liberali e liberiste, come “Italia Futura” e “Fermareildeclino”, che guardano al centro se non, appunto, a sinistra). 

Mi rendo conto, però, che in Italia proporre il liberismo “da destra” è doppiamente politicamente scorretto. Bisogna dire che una cosa già “cattiva” di per sé come il liberismo è “di sinistra” per renderla accettabile, dal momento che per la cultura dominante a sinistra ci sono i “buoni” e a destra i “cattivi” (ex fascisti e berlusconiani). Ecco, quindi, che “l'intellettualità liberista”, come l'ha definita Mucchetti, non solo si è tenuta e si tiene – a maggior ragione oggi – a debita distanza dallo screditato ceto politico di centrodestra, ma evita persino di ammiccare a quell'elettorato. E' una questione di “rispettabilità” intellettuale: meglio continuare a pubblicare i propri editoriali sui giornaloni dell'establishment e della borghesia radical chic piuttosto che venire trattati da appestati.

Leggi Il liberismo minoritario ma (molto) trasversale degli italiani di Carlo Stagnaro

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