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Hezbollah ci dice: “Sorvegliamo noi le armi chimiche di Assad”

di Susan Dabbous | 04 Dicembre 2012 ore 06:59

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Beirut. “Abbiamo fornito aiuti diretti ai nostri alleati a Gaza, siamo pronti a rispondere a un eventuale attacco di Israele in Libano e sorvegliamo i depositi segreti di armi chimiche in Siria”. E’ una strategia militare basata su tre punti quella del partito sciita Hezbollah in Libano. Ne parliamo con un alto militare del Partito di Dio che chiede di non rivelare il suo nome. Sguardo glaciale e fisico atletico in abiti civili, lo incontriamo in un appartamento di Dahieh il quartiere sciita di Beirut. “Stiamo concentrando le nostre attività d’intelligence nel monitoraggio delle coste e abbiamo razzi puntati verso Israele sulla collina di Hermel (nella Bekaa ndr). Non saremo certo noi ad attaccare – spiega – ma in caso di necessità siamo pronti a difenderci”.  E sulle armi chimiche di Assad dice: “Sono interrate al sicuro, noi addestriamo i militari addetti al controllo dei depositi, mentre gli alti ufficiali sunniti a rischio diserzione non sanno dove sono nascoste”. La Siria, che non è fra i paesi firmatari della Convenzione sulle armi chimiche del 1997, possiede centinaia di tonnellate di Vx, Sarin e Iprite (il famigerato gas mostarda).

L’utilizzo dei micidiali ordigni è ormai ritenuto sempre più plausibile dall’intelligence americana che ha denunciato “segnali preoccupanti” emersi negli ultimi giorni. Si tratterebbe non solo di spostamenti delle testate chimiche, ma della possibile “volontà di fare in modo che siano pronte all’uso”. Ieri l’Amministrazione Obama ha sottolineato come l’utilizzo di queste armi improprie rappresenti la “linea rossa” in grado di cambiare la strategia americana in Siria. Concetto ribadito lunedì dal segretario di stato Hillary Clinton:  “Assad è stato avvertito – ha detto –  il suo comportamento è da condannare, le sue azioni contro il popolo siriano sono tragiche”.  “Se si dovesse trovare costretto a usarle – spiega invece l’uomo di Hezbollah – il presidente siriano non esiterebbe a farlo”. Ma questo avverrebbe solo nel caso in cui “non avesse più nulla da perdere”. Ovvero in uno scenario di assalto al Palazzo presidenziale o in caso di una guerra con Israele, ipotesi paventata durante l’ultimo conflitto con Gaza, durante il quale si è rinfiammato anche il confine siro-israeliano con un intenso scambio di missili nel Golan, che non hanno provocato vittime.

Intanto Hezbollah, seguendo la logica difensiva, da mesi addestra i suoi uomini nella valle della Bekaa, “i nostri uomini sono già schierati vicino alla frontiera con Israele nella parte non controllata da Unifil”. Nonostante la presenza della missione Onu di peacekeeping, nel sud del paese, l’esercito libanese ha scoperto due settimane fa tre razzi (Grad) pronti a essere lanciati dal piccolo villaggio di Helta contro Israele. Quanto basta a ricordare che Israele e Libano sono ancora in guerra, e che i fantasmi del 2006 aleggiano ancora a ridosso del confine. In caso di un nuovo conflitto, a ogni modo, i militari Onu potrebbero occuparsi unicamente della “protezione dei civili – spiega il portavoce di Unifil Andrea Tenenti – invitando le parti in causa alla cessazione dei combattimenti”. La missione a comando italiano, infatti, “non ricade nel capitolo sette della carta delle Nazioni Unite, e non prevede quindi l’uso della forza”. “Il nostro ruolo – prosegue Tenenti – è quello di impedire l’escalation degli attacchi come già avvenuto nel 2009 durante l’operazione Piombo fuso. Dalla nostra area di controllo partirono dei razzi verso Israele, ma riuscimmo a isolare gli episodi”. Intanto i palestinesi in Libano, galvanizzati dal riconoscimento dello stato palestinese all’Onu, si preparano a nuove rimostranze contro lo storico nemico, tra queste anche la richiesta alla Corte penale internazionale di giudicare Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu per crimini di guerra e contro l’umanità.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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