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"In Colombia si gioca duro"

Pugni, calci e ginocchiate: il calcio secondo "el Gladiator" Bedoya

Una carriera costellata dalle espulsioni quella del centrale del Santa Fe di Bogotà, l'ultima gli è costata undici giornate

di Francesco Caremani | 30 Gennaio 2013 ore 17:30

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Ancora due giornate da scontare, due delle undici di squalifica che la Commissione disciplinare gli ha comminato lo scorso settembre, e Gerardo Bedoya potrà rivedere il campo con la maglia del Santa Fe di Bogotà. Nella partita persa in casa 2-1 contro i Millonarios il difensore colombiano aveva prima sferrato una gomitata al centrocampista Johnny Ramirez e, una volta che lo ha visto a terra, ha concluso l’opera con un pestone sulla testa: cartellino rosso: quindici giornate, poi ridotte a undici per buona condotta (?), e 500 euro di multa.

Dimenticatevi Paolo Montero, Marco Materazzi e Stuart Pierce, perché Bedoya è il recordman di cartellini rossi, avendone collezionati quarantuno. Per rendersi conto dell’enormità della cifra basti pensare che l’ex di Atalanta e Juventus, recordman della serie A, ne ha messi insieme sedici. Eppure la carriera di questo difensore dalla chioma fluente e di poche parole è costellata di vittorie e picchi di notorietà ben diversi. Ha iniziato nel ’95 col Deportivo Pereira, la consacrazione nazionale arriva nel Deportivo Cali con cui nel ’98 vince il titolo colombiano, quella internazionale nel 2001 quando conquista l’Apertura argentina col Racing Club ed è protagonista della Copa América che la Colombia mette in bacheca per la prima volta. Segna il gol decisivo nella semifinale contro l’Honduras (2-0) e gioca la finale da par suo, cartellino giallo compreso. Nel 2012 ha portato il Santa Fe al successo nell’Apertura.

Secondo alcuni media sudamericani Gerardo Bedoya merita l’appellativo di giocatore più violento della storia del calcio nonostante sia riuscito a rimanere fuori dalle classifiche ciclicamente redatte sui più cattivi del football mondiale. A dispetto di una ginocchiata alla nuca di un avversario nel 2003 e di una testata con gancio allo stomaco a un altro nel 2005. Il fallo cattivo, violento, quasi piccato contro Johnny Ramirez però li batte tutti. Dopo la partita, tra la rabbia dei tifosi e le dichiarazioni di rito di allenatori e avversari, Gerardo ha semplicemente detto: “In Colombia si gioca duro”. Sempre meglio di quello che ha affermato qualche giorno dopo: “La cosa più difficile è stato spiegarlo a mia figlia. Mi spiace per quello che ho fatto e non vorrei essere ricordato per le mie espulsioni”, come se fosse stata la sua prima volta. Troppo tardi e troppo buonista rispetto al comportamento in campo per il quale non contiamo più cartellini gialli e giornate di squalifica. Non da meno è stato il brutalizzato Ramirez che con i segni dei tacchetti ancora in faccia ha detto di perdonare Bedoya e di apprezzare il comportamento duro del difensore avversario, soprannominato “el Gladiator”. Parole che alla fine gli sono valse quattro giornate di sconto.

Eppure uno come Gerardo Bedoya lo vedremmo bene nel campionato italiano, in fondo ha solo 37 anni, fisicamente integro, con questa squalifica sulla testa costa anche poco e porterebbe un po’ di sana ruvidezza in un calcio dove il politicamente corretto ha ormai esacerbato gli animi più dell’offesa volgare e manifesta: potrebbe essere la cura ricostituente per tutti quei colleghi che cadono morti rialzandosi poi come grilli quando l’arbitro ha fermato il gioco. In Italia c’è l’antipatia simpatica, l’odio sportivo, la polemica riciclata, in un tutto contro tutti con i tifosi sempre meno divertiti dalle isterie di ragazzi ricchi e viziati, allenatori che rispondono ai giornalisti per contratto e presidenti che perdono mille occasioni per stare zitti, ed è stato facile per Josè Mourinho metterli tutti in fila come il pifferaio magico (giornalisti compresi). E allora “più Bedoya per Totti” con un solo rammarico: quando il gioco si fa duro Gerardo è già squalificato.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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