Fatemi ubriacare con Marchionne

Prendere un cesso italiano, comprarne uno americano sulla fiducia, intortare i massoni di Washington, cambicchiare l’intorpidita Italia, e tutto partendo da Chieti non Mediobanca. Oltre Rcs. Storia di Sergio, dreams of my managers – di Giuliano Ferrara
Fatemi ubriacare con Marchionne

Sergio Marchionne (foto LaPresse)

E’ di Chieti per nascita, e questo lo sanno tutti. E’ canadese d’adozione, e questo lo sanno tutti. E’ svizzero di residenza, Canton de Vaud, e questo lo sanno tutti. Non si intendeva di automobili, ma di diritto finanza e management, e questo lo sanno tutti. In poco più di dieci anni, chiamato da Umberto Agnelli alla guida della Fiat mezza decotta, ha comprato la Chrysler, mezza decotta e anche di più, con una trattativa fantastica, mediata da Obama e dalla sua amministrazione neonata, e in parte l’ha comprata con i quattrini di una superpenale pagata da General Motors per non aver mantenuto la promessa di comprarsi Fiat, e questo lo sanno tutti. Ha risanato e rimesso in piedi tutto quello che ha toccato, nonostante ovvii limiti nelle strategie di investimento e di prodotto, e questo lo sanno tutti. Ha lasciato ai sindacati italiani la tv e i talk-show, mettendoli in minoranza nelle fabbriche; quelli americani, che sono meno classisti ma pragmatici ossi duri e la tv la guardano la sera sonnecchiando, li ha dovuti comprare a caro prezzo trattando su salari e condizioni di lavoro, e questo lo sanno tutti.

 

Uscendone senza pietà, ha liquidato l’associazione padronale pigra e consociativa di cui Gianni Agnelli fu presidente quando venne firmato il patto scellerato sulla scala mobile dei salari, che annientava la contrattazione aziendale all’americana e eguagliava o appiattiva meriti funzioni professionali e redditi, e questo lo sanno tutti. Ha indotto un presidente del Consiglio a dire per la prima volta: non lamentatevi della cattiveria della Fiat verso il paese che è stato tanto buono e generoso con essa, domandatevi che cosa il paese può fare per non danneggiare il patrimonio d’industria e lavoro che è la Fiat, e questo lo sanno tutti. Ha sbaragliato un establishment che lo detestava e contava sui suoi nemici di classe per fotterlo; e ai capitalisti della chiacchiera e del prodotto rifinito in boutique non sono restate, dopo di lui, che vecchie abitudini viziose, e questo lo sanno tutti. Ora, anche grazie a lui e alle sue scelte strategiche, la famiglia di riferimento si internazionalizza, compra l’Economist e colloca la Stampa nel gruppo Espresso, e questo lo sanno tutti. Indossa maglioni che secondo foto recenti potrebbero essere non già del banale cachemirino ma dell’eroico marchio di lana shetland, e questo lo sanno proprio tutti.

 

E’ il riformatore segreto di questo paese. Secondo Marco Valerio Lo Prete, quanto a struttura del potere, a ruolo dei mercati, a integrazione globale di sistema, quanto a innovazione nel modo di essere della borghesia imprenditrice, ha fatto più lui di cento giunte della Confindustria e di cinque governi messi assieme. E’ un superman. Con Renzi sindaco aveva fatto una clamorosa litigata, e di sicuro ci sarà stato di mezzo il sulfureo Diego Della Valle, capintesta tra quelli che lo hanno disprezzato e denigrato, ma con Renzi pimpante a Palazzo Chigi non fanno che andare a letto insieme, cinici e spensierati, con grande scandalo della gente bene. Fummo marchionnisti da sbarco in tempi non sospetti, denunciavamo l’assedio goloso dei rottamandi al provinciale fattosi attore mondiale e Principe nuovo dell’automobile: era sotto il torchio dell’abile Mucchetti, subiva le geniali intemperanze di Riccardo Ruggeri, la stampa compresa la sua lo guardava a distanza quando non lo combatteva ideologicamente, non c’era salotto buono che non irridesse questo burino internazionale, questo ringard, questo goffo avvocato-manager che non ideava nuovi modelli di auto ed era tutto fuffa e finanza, e che si sperava sarebbe stato sistemato ben bene dal celebre oratore della Fiom, il focoso eruttivo Landini. Non è andata così. Poi magari Marchionne fallirà, sbaglierà, sarà congedato da un sussulto superlobbistico, chissà.

 

[**Video_box_2**]Intanto però bisogna ammettere che Marchionne ha surclassato il surclassabile. Come? Bè, adesso vogliamo sapere troppo. Darei tutto quel che ho, tranne mia moglie, mio fratello, la tata e le mie canuzze, per passare una notte da ubriachi con l’avvocato Marchionne, mentre il senatore Mucchetti ci guarda col naso schiacciato dalla vetrina del ristorante come la piccola fiammiferaia, magari anche a Chieti, ma vanno bene Ginevra o Detroit o Montréal (il nostro è anche parente di Barney Panofsky): alla quinta bottiglia conto mi venga spiegato nei dettagli come si fa a prendere un cesso italiano, comprarne uno americano sulla fiducia, intortare tutta la massoneria obamiana di Washington, convincere i futuri elettori di Trump, spendere i loro soldi per poi restituirli, cambicchiare un bel po’ l’intorpidita Italia, e tutto partendo da Chieti anziché da Mediobanca o da Wall Street. Dreams of my fathers, narrava Obama. Dreams of my managers, dico io.

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