Open borders

L’inchiesta del Foglio sul dibattito liberale e libertario in tema di apertura delle frontiere può favorire una seria riflessione anche all’interno del quadro europeo.
Open borders

Uno dei profughi bloccati a Calais (foto LaPresse)

L’inchiesta del Foglio sul dibattito liberale e libertario in tema di apertura delle frontiere può favorire una seria riflessione anche all’interno del quadro europeo. In questi giorni la questione dei migranti ha una gravità tutta particolare, in ragione dei barconi nel Mediterraneo, ma nulla è davvero nuovo se si considera che già nel 2000 la Divisione sulla popolazione delle Nazioni Unite pubblicò proiezioni demografiche relative ad alcuni paesi particolarmente colpiti dall’invecchiamento e uno di questi scenari ipotizzava che nel 2050 proprio nel nostro paese ci saranno circa 40 milioni di immigrati. Per giunta la tesi secondo cui l’immigrazione va favorita al massimo non è, a ben guardare, confinabile al contesto americano. In particolare, quando l’economista Bryan Caplan associa aumento della popolazione e crescita economica egli non fa che riprendere argomenti ben noti che valgono – e da sempre – anche per gli europei. Pure senza risalire agli scritti di David Hume sulla populousness delle grandi civiltà antiche, l’idea secondo cui più persone vuol dire avere più possibilità di contratti, più ingegni “al lavoro”, più concorrenza, poggia su solide basi. E si può sostenere che quanti per decenni hanno demonizzato la “population bomb” avevano torto, mentre al contrario è chiaro che in linea di massima la crescita demografica favorisce la crescita tout court.
C’è insomma una solida correlazione tra l’ampiezza della popolazione e la piena espressione delle potenzialità umane, e questo risulta evidente quando si consideri l’arretratezza delle popolazioni dell’Africa e degli aborigeni dell’Australia. Se nei secoli scorsi gli esploratori europei s’imbatterono in società tecnologicamente arretrate questo si deve, in larga misura, a una demografia caratterizzata da piccole comunità spesso isolate.

 

In un volume ormai classico, Julian Simon ha attaccato il neo-malthusianesimo della cultura ecologista sostenendo che la risorsa definitiva (e “The Ultimate Resource” è proprio il titolo del suo lavoro più importante) è l’uomo. Più persone vuol dire più scambi e più capitale umano.

 

Questo è il mercato, quando gli si lascia libero corso. Ma che succede in una società di welfare e cioè nel mondo reale in cui viviamo?

 

La tesi che si debbano aprire le frontiere in modo indiscriminato è rigettata da quei liberali persuasi che in un contesto di welfare gli aspetti positivi dell’immigrazione sarebbero ampiamente controbilanciati da quelli negativi. In particolare, Hans-Hermann Hoppe pensa che in una società caratterizzata da un’ampia presenza di beni collettivi muoversi da uno stato all’altro comporta l’accesso a beni pubblici altrui e può stimolare politiche redistributive. I “nuovi poveri” bisognosi di lavoro, casa, assistenza, sanità e istruzione gratuite sono una notevole opportunità per i governanti democratici, che possono moltiplicare la redistribuzione ed estendere il loro potere grazie al consolidarsi di comportamenti parassitari. Per Hoppe la totale libertà di movimento è legittima in una società del tutto privatizzata e rispettando certi criteri (non emigrando, insomma, ma “traslocando”), mentre non lo è necessariamente in una società ad ampio intervento pubblico: dal momento che accedere a risorse collettive di un altro stato significa mettere le mani su beni non propri. Questo è vero, ma basta a condannare la tesi degli “open borders”? Difficile dirlo. Non è infatti agevole trovare una conferma rigorosa alla tesi secondo cui i sistemi di welfare prenderebbero ai ricchi per dare ai poveri, e di conseguenza l’arrivo di immigrati poveri preluderebbe a un’ulteriore crescita dei poteri pubblici. E se non siamo in grado di dire che i sistemi di welfare danno ai poveri più di quanto non prendano loro, alla fine l’obiezione agli “open borders” si fa più debole. E nonostante ciò sembra difficile immaginare che in Europa si possano agevolmente trapiantare le tesi libertarie più favorevoli a un’immigrazione senza limiti.

 

Nuovi arrivati, welfare e cultura

 

In primo luogo, c’è una questione sociale e politica. Se è vero che in senso stretto l’economia ha molto da guadagnare dall’arrivo di immigrati che possono offrire competenze nuove e rafforzare la concorrenza sul mercato del lavoro, al contempo non si può ignorare come la lotta tra poveri – specie nell’accesso ai servizi di welfare – può favorire il successo di fenomeni politici variamente estremisti, populisti, xenofobi. Oltre a ciò, lo spostamento di intere popolazioni è frequentemente associato a un aumento della criminalità. Gli italiani portarono la mafia in America e oggi non ci possiamo sorprendere di trovare molti stranieri nelle nostre carceri.

 

C’è poi una delicata questione culturale. Nel modello idealizzato di società libera delineato da Hoppe, tendenzialmente ognuno va a vivere in contesti culturali coerenti con i propri valori. In una città sottratta alle logiche della pianificazione urbanistica e sociale ogni individuo cerca di avere “concittadini” in sintonia con la propria idea di vita e società. Nel mercato noi scegliamo e, automaticamente, anche escludiamo. Nell’Europa odierna, invece, una massiccia immigrazione dal sud del mondo verrebbe avvertita da molti come inopportuna e sgradevole: come un venir meno di valori, forme di vita, princìpi, tradizioni culturali. Le cose sarebbero assai diverse in un’ipotetica Europa privatizzata, dove qualcuno accoglierebbe immigrati presso di sé e molti altri, però, assolutamente no. Anche per questo motivo non è sicuro che i benefici degli accresciuti scambi connessi all’arrivo di nuova popolazione compensino, agli occhi dei più, i costi che si accompagnano a tutto questo. La stessa tesi, molto popolare a sinistra, secondo cui l’immigrazione potrebbe salvare il sistema previdenziale pubblico non è di facile valutazione. L’idea è che quanti arrivano dall’Africa o dall’Asia permetterebbero di salvaguardare un ragionevole rapporto numerico tra giovani e anziani: perché in generale gli immigrati sono più giovani e si riproducono maggiormente. Ma in un recente convegno di ImpresaLavoro tenutosi a Roma la demografa Michela Pellicani dell’Università di Bari ha sottolineato come le cose non stiano proprio in questi termini o, meglio, solo parzialmente.

 

L’invecchiamento della popolazione è sempre in primo luogo connesso a bassa fertilità, ma rapidamente gli immigrati adottano comportamenti riproduttivi simili a quelli della popolazione originaria. Da questo discende che non si può contare neppure sugli immigrati per raddrizzare i conti della nostra previdenza collettivizzata: facendo arrivare nuovi giovani allo scopo di mantenere i “nostri” vecchi.

 

Oltre a ciò, la possibilità di vivere entro un contesto giuridico stabile viene meno quando non c’è sintonia di carattere culturale tra le persone che interagiscono quotidianamente. Al di là dei vantaggi “economici” associati alla concorrenza di mercato e ai costi “politici” legati alla redistribuzione del welfare, bisogna allora tenere in considerazione i problemi “giuridici” connessi alle tensioni di una società composta da persone troppo differenti, incapaci di dialogare, distanti. Perché la questione culturale è destinata presto ad avere conseguenze sull’ordine legale, dato che quello che per taluni è un crimine ad altri può apparire legittimo e anzi doveroso. Per giunta, l’Europa ha spesso adottato un’idea di cittadinanza e immigrazione che rende più difficile che non in America l’arrivo di milioni di immigrati. Irlandesi e polacchi, italiani ed ebrei, cinesi e coreani, e via dicendo, hanno potuto diventare americani senza dover del tutto abbandonare le proprie radici. Anzi, i figli dei siciliani arrivati nel New Jersey sono diventati americani facendosi “italo-americani”. In Europa le cose sono andate diversamente e vi è una tipica frustrazione di seconda e terza generazione ben nota, tra l’altro, a quanti si occupano di terrorismo.

 

[**Video_box_2**]Sembra insomma, che non esista un algoritmo in grado di dirci se le frontiere vanno aperte e quanto. I libertari ragionano in modo corretto quando esaminano il loro modello di società privata (e hanno ragione a sostenere che ogni problema ora connesso all’immigrazione sarebbe meno grave se lo stato tassasse e spendesse meno), ma poi sono in ovvia difficoltà quando con i loro criteri di giustizia e le loro considerazioni di teoria economica si confrontano con questo mondo largamente socialista, collettivizzato, burocratizzato. Il dibattito resta aperto e, con ogni probabilità, conviene proprio navigare a vista. Senza mai abbandonare il buon senso.

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